Tutti gli articoli di giopep

Civiltà perduta

Sono andato al cinema a vedere The Lost City of Z a fine marzo, accompagnato dall’insopportabile brezzolina parigina e da un bel fresco. Oddio, in realtà non ricordo che tempo facesse il 20 marzo, ma insomma, sicuramente si stava meglio di adesso. D’altra parte il film arriva in Italia questa settimana, a giugno inoltrato, quando siamo invece immersi in un caldo di quelli che ti fanno sudare senza tregua, specialmente se ti ritrovi seduto davanti al computer senza aria condizionata a disposizione. Quindi, se andrete a vederlo, in sala ci arriverete nello stato d’animo giusto, fradici, anche se l’umidità delle nostre parti, per quanto a tratti bella fastidiosa, non è certamente paragonabile a quella affrontata da Percy Fawcett negli anni Venti o anche solo da James Gray negli anni scorsi. Senza contare che poi tanto il film ve lo guardate con l’aria condizionata del cinema. Ad ogni modo, qui si conclude il paragrafo introduttivo denso di nulla, a testimonianza del fatto che in questo caso faccio un po’ fatica a parlare del film con tre mesi di ritardo ma, ehi, ci tengo lo stesso a scriverne perché mi è piaciuto parecchio. Tanto non è che devo fare la critica seria, non mi paga nessuno.

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Lady Macbeth

Do per scontato che non sia capitato solo a me ma sì, ammetto l’ignoranza: prima di avvicinarmici, pensavo che Lady Macbeth fosse una sorta di rilettura a ruoli invertiti del classico shakespeariano cui il titolo fa ovvio riferimento. E invece, per quanto l’ispirazione originale arrivi da lì, si parte da Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, romanzo breve pubblicato nel 1865 da Nikolai Leskov e già portato al cinema nel 1962 con Lady Macbeth siberiana. A cimentarcisi è il regista teatrale William Oldroyd, qui alle prese con un esordio sul grande schermo di quelli che lasciano il segno per potenza visiva, attenzione ai dettagli, capacità nel dirigere gli attori e nello stordire con la conduzione di una storia non facile, dai repentini cambi di tono, che riesce a farti appassionare a una vicenda e ad un personaggio specifico spingendoti in una direzione ben precisa, per poi devastarti con una virata conclusiva da vanga sui denti. E rimani lì a bocca aperta, rendendoti conto che in fondo era tutto prevedibile e annunciato ma ti ha colpito lo stesso con una violenza che non ti aspettavi.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Nerve

Ammazza, ma davvero Nerve l’ho visto a settembre? Ero convinto che fosse un film di questa primavera. Come vola, il tempo, quando ci si diverte. Comunque, ne ho scritto per l’appunto, a settembre dell’anno scorso, ma in Italia ci arriva oggi. Non è niente di che, anzi, è pure abbastanza cretino, ma tutto sommato ricordo di essermici divertito.

Wonder Woman

Wonder Woman è un film… strano, che si contraddice da solo mentre spinge costantemente in una direzione nell’altra, tirando fuori un pasticciotto che però, nell’inevitabile confronto con i precedenti film di ‘sto disastrato universo cinematografico DC, esce fuori a testa alta, facendo la figura del migliore di tutti. Arriva per primo nel campionato dei supereroi al femminile e prova a spingere sul tema del femminismo, della protagonista donna forte che sa cavarsela da sola, spacca tutto e non dà mai retta a ciò che la società patriarcale vorrebbe imporle. Allo stesso tempo, però, racconta di fondo la più stereotipata delle storielle disneyane, quelle che la stessa Disney ha ormai ripudiato, proponendo una principessa ingenua (se non proprio cretina), che fugge dalla gabbia di vetro in cui i genitori volevano proteggerla per inseguire desideri e destino ribelli, scoprendo di non sapere nulla del mondo, facendoselo spiegare dagli uomini che la circondano e innamorandosi letteralmente del primo che passa. E, ancora, trova una comicità azzeccatissima quando la butta sul ridere ma sprofonda nel ridicolo quando tenta di prendersi sul serio. Insegue tematiche universali e azzeccate, parlando di natura umana, libero arbitrio, scelte difficili e rimorsi, ma riduce tutto a una mitologia di partenza imbarazzante, raccontando poi di una Prima Guerra Mondiale in cui alleati a caso combattono i tedeschi cattivi, che comunque sono cattivi perché c’è il dio della guerra che li controlla. Insomma, è un pastrocchio che smitraglia a caso in tutte le direzioni ma, rispetto a chi è venuto prima, ha la fortuna di una scrittura più curata, strutturata e lineare, che non perde tempo con le meta-cazzate e gli permette di colpire più spesso il bersaglio.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Red State

Ogni tanto mi accorgo che esce in Italia in qualche forma un film di cui ho scritto tempo addietro e vedo di segnalarlo qui. Ora, le fonti sono contrastanti, c’è chi parla di 30 giugno e chi di 8 giugno, ma io voglio fidarmi di Amazon e punto per l’appunto su oggi. Quindi, in teoria, a partire da oggi, si rende disponibile l’edizione italiana di Red State, anche noto come il film che ha fatto esclamare a molti “Ah, ma allora Kevin Smith è ancora capace!” e a molti altri “Ma che è ‘sta stronzata?”. Ché, insomma, se per qualche bizzarro motivo (tipo “Lo aspetto in italiano”) non l’avete ancora visto, ora potete rimediare! Io l’ho visto – mamma mia! – sei anni fa durante un qualche festival del cinema fantastico in terra di Germania e ne ho scritto a questo indirizzo qua. Spoiler: a me piacque. Fra l’altro Michael Parks (quello là in cima) ci ha lasciati da un mesetto, quindi magari l’uscita è anche un po’ in suo onore. #credici

Operation Mekong

La scorsa settimana, mi sono scavato dei ritagliucci di tempo per andare a recuperare tre film del festival del cinema cinese che ogni anno si tiene fra Parigi e altri luoghi bizzarri del paese chiamato Francia. Avrei voluto guardarne di più, tipo almeno quattro, ma il destino è beffardo, la vita pone paletti e, insomma, che ci dobbiamo fare? Comunque, il primo su cui ho posato gli occhi è Operation Mekong di Dante Lam, racconto in chiave super propagandista dei fatti avvenuti nel 2011 lungo il fiume Mekong, quando due navi da trasporto cinesi vennero attaccate nel tratto di fiume che scorre fra Birmania e Thailandia. Ci furono chiaramente conseguenze, fra cui un accordo che coinvolse Cina, Birmania, Thailandia e Laos per portare avanti in maniera più convinta la guerra alla droga nella regione, e c’è sicuramente del materiale per tirar fuori un film interessante. Prevedibilmente, l’approccio di Lam è quello del classico filmone action/thriller super melodrammatico e altrettanto super patriottico alla cinese. Una di quelle robe che incassano una valanga di soldi in patria ma poi tu, ingenuo spettatore occidentale, guardi sopportando a fatica nell’attesa delle scene d’azione.

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Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

Son passati quasi quindici anni dall’uscita del primo film con Johnny Depp travestito da pirata sbronzo, è da poco arrivato il quinto, tira aria di nuova trilogia e, come spesso accade in questi casi, sento il bisogno di cominciare mettendo le mani avanti, con due o tre premesse, per spiegare da dove parto. Anche perché, mi pare di capire, parto da una posizione non proprio allineata col sentire comune. Tipo: ricordo con decisamente più amore il secondo e il terzo film di Gore Verbinski rispetto al primo, che trovai simpatico ma un po’ impacciato e barbosso sulla distanza. Dei due successivi, invece, soprattutto del terzo, ricordo con grande affetto il buttarla completamente per aria sul piano visivo, che me li fece amare non poco, pur riconoscendone una certa pesantezza a livello di scrittura. Ma, oh, li ho visti tutti solo una volta, non ricordo altro. Il quarto, invece, l’ho visto una settimana fa e quasi vomito. Zero invenzioni visive, Jack Sparrow elevato a unico protagonista insopportabile, del tutto scomparsa la capacità con cui Verbinski spinge il PG13 ai suoi limiti e spazio solo alle (quindi pesantissime) bambinate, Ian McShane totalmente sprecato e quasi insignificante (e ce ne vuole, d’impegno, per disinnescare uno con quella personalità). Quindi, a chi mi dice che il nuovo episodio è forse il migliore dopo il primo, io rispondo “Uhm… boh? Sicuramente è meglio del quarto.”

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Ritratto di famiglia con tempesta

Ritratto di famiglia con tempesta è il nuovo film di Hirokazu Koreeda, cintura nera del racconto per immagini di vicende in cui non succede una fava dall’inizio alla fine. Qui, il non far succedere nulla viene dedicato a una famiglia in frantumi, come suggerisce almeno in parte il titolo italiano (vagamente più pretenzioso e meno sottile dell’internazionale After the Storm). Ryota è un detective privato da quattro soldi e dalla morale discutibile, che non riesce a mettersi alle spalle un matrimonio finito male. Appassionato di scommesse, sciamannato senza speranza, arraffone dalle pratiche illecite sul lavoro, fatica a pagare gli alimenti, non vuole accettare la fine della storia con la ex moglie e rischia sempre più di alienarsi tanto lei, quanto il figlio. Il film racconta soprattutto la sua storia e un suo preciso momento di (possibile) crescita personale, sfruttando come pretesto una situazione improvvisata a causa dell’ennesimo tifone in arrivo sulla città.

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Sette minuti dopo la mezzanotte

Il titolo originale di Sette minuti dopo la mezzanotte, A Monster Calls, fa apparente riferimento a una creatura fantastica che nasce da un albero, una sorta di Groot dopato a dismisura che passeggia fra le case e chiacchiera con il giovane protagonista utilizzando la voce di Liam Neeson (ma senza telefonate minacciose). L’impressione, però, è che sia un depistaggio e il vero mostro della vicenda si trovi da qualche parte fra il lutto, il senso di colpa, l’agonia del rimpianto, l’impossibilità di trovare il senso in una tragedia che ti colpisce come un martello e la difficoltà, appunto, mostruosa con cui un bambino affronta i meccanismi complessi della propria mente. È il cuore del film, il suo aspetto emotivamente più forte, oltre che quello attorno a cui ruotano per intero la vicenda e il mistero centrale, svelato solo nei minuti finali ma prevedibile e sempre più chiaro mano a mano che ci si avvicina a quella conclusione così forte. Ed è l’aspetto più riuscito del nuovo film di J.A. Bayona, qui più che mai Guillermo Del Toro del discount, non all’altezza ma comunque apprezzabilissimo.

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Scappa: Get Out

La primissima idea di Jordan Peele per il film che è poi diventato Scappa: Get Out vedeva una declinazione sensibilmente diversa dello stesso soggetto. C’era già un protagonista maschile invitato dalla sua ragazza a conoscere delle persone, che però erano solo vecchi amici. E, certo, anche in quel caso la faccenda non sarebbe finita bene. Poi, nel corso degli anni in cui Peele ha sviluppato la sua idea, il soggetto si è evoluto, finendo per pescare in maniera più diretta da Indovina chi viene a cena e vari classici della paranoia come Rosemary’s Baby, giungendo quindi all’idea del thriller sociale di risposta agli anni di Obama. La sceneggiatura, infatti, è stata scritta proprio in quel periodo e nasce come risposta a un momento culturale nel quale gli Stati Uniti sembravano non voler parlare più di razzismo. C’è un presidente nero, è finita, siamo nel post razzismo, dicevano in molti. Il paradosso? Get Out è poi stato girato nel 2016 ed è uscito nel 2017, in un momento in cui la conversazione sul tema è tornata brutalmente d’attualità, facendo – ne è convinto lo stesso Peele – la fortuna di un film che, forse, anche solo un paio d’anni prima, molta meno gente avrebbe voluto vedere. E il risultato è un altro successo clamoroso targato Blumhouse, di quelli con l’incasso che ha due cifre in più rispetto al budget, oltretutto adorato dalla critica.

Ma le intenzioni politiche di Peele, che prima di questo sorprendente esordio nel mondo del brivido aveva una carriera esclusivamente da comico, sono profonde e radicate in ogni atomo di Get Out, a cominciare dalla scelta del genere horror. Gli afroamericani costituiscono una fetta significativa del pubblico di slasher e compagni, eppure sono rappresentati pochissimo all’interno del genere, al punto che il personaggio (secondario) di colore vittima designata è da tempo cliché assodato e preso in giro da film come Scream 2. In Get Out c’è quindi anche questo, il desiderio di realizzare un film che rispecchi il suo pubblico e lo faccia a partire da un titolo che è specchio di come quel pubblico è solito rapportarsi ai film (urlando allo schermo, dicendo ai personaggi che dovrebbero uscire da quella casa). E poi c’è tutto il resto, c’è il modo in cui il film racconta una società impregnata di razzismo, spesso strisciante e nascosto fra le pieghe del pensiero di chi si comporta da progressista, altrettanto spesso espresso in maniera molto poco dubbia e anzi sotto gli occhi di tutti. È, insomma, un horror che fa davvero il suo dovere: utilizza l’assurdo e il disgusto per parlare di noi. Fa un discorso estremamente chiaro e non lo nasconde per mezzo minuto, anzi, lo esprime in maniera evidente dal primo istante, mettendo in scena una situazione universale (l’ansia dell’incontrare per la prima volta i genitori dei lei sul loro territorio) ed esasperandola a base di strati sociali e surreale deriva horrror.

Il miracolo sta nel fatto che, pur non nascondendosi mai e, anzi, urlando a pieni polmoni quel che ha da dire, Get Out trova un equilibrio perfetto fra le sue componenti. È un film che parla chiaro, ma non diventa mai pedante, non si fa mai sfuggire di mano il pippone e, anzi, ha l’intelligenza di evitarlo nel momento in cui sarebbe più facile piazzarlo (è stato per altro girato un finale alternativo in cui quel pippone così ovvio viene effettivamente usato). Ed è anche un film che ha l’intelligenza di funzionare in maniera perfetta anche al di fuori di tutti questi discorsi, offrendo un thriller confezionato alla perfezione, diretto, teso, con quel paio di spaventi buttati lì nel posto giusto, con la necessaria e benvenuta dose di umorismo, con quell’inevitabile voglia postmoderna di giocare coi cliché, contestualizzarli e prenderli in giro, con una gestione dei ritmi perfetta e con, nel mezzo di tutto il suo gioco citazionista, anche alcune idee visivamente molto azzeccate. Il modo in cui viene rappresentata l’ipnosi è perfetta sintesi di tutto questo: è un’idea visivamente forte ed efficace, funziona nel suo essere strumento per la natura horror del film, dà vita a spunti comici e si lega comunque ai temi trattati da Peele, fungendo da metaforone per la marginalizzazione davanti allo schermo, ma anche al di fuori del semplice contesto cinematografico.