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Free Fire

Con estrema calma rispetto all’uscita originale (o anche rispetto a quella in altre parti del mondo… io l’ho visto qua in  Francia a giugno), Free Fire è arrivato anche in Italia la scorsa settimana, con tutto il suo carico di pallottole, violenza, scelte sbagliate, sbroccate di Sharlto Copley, peli della barba di Armie Hammer e sguardi intensi di Brie Larson. Merita? Merita. Se si apprezzano le sparatorie coreografate come si deve, le sceneggiature scritte con criterio e voglia di raccontare tramite l’azione, il prendere sul serio un genere senza prendersi necessariamente troppo sul serio, qua si va a colpo sicuro. È senza dubbio il film più accessibile e “dritto” girato da Ben Wheatley fino a qui, ma non è certamente un compitino tirato via, anzi, esprime passione, rispetto e voglia di fare da tutti i pori. Ed è un’ora e mezza (quasi solo di) sparatorie. Anzi, una, singola, lunga, complessa, articolata, tentacolare sparatoria che dura un’ora e mezza. Io non so bene cosa si possa chiedere di più a un film.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: The Void

Dunque, lo scorso settembre ho scritto qua dentro di The Void perché pareva che dovesse incredibilmente uscire al cinema in Italia. Poi non è uscito. Poi è uscito ieri. Credo. Io ormai non sono più sicuro di nulla. Ci sono gli Antichi che mettono il bastone fra le ruote. Comunque, me lo danno fuori in undici regioni, nientemeno, quindi suppongo che sia uscito. È ben lontano dall’essere un film perfetto, ma se vi piace la roba strana e piena di sangue e mostri, e vi piace vederla al cinema, io al posto vostro ci andrei.

Seven Sisters

Qual è il problema principale del cinema d’azione/thriller/horror con singola protagonista forte che, lo sai tu, lo so io, lo sa probabilmente pure lei, non può morire prima degli ultimi secondi perché altrimenti il film finisce? Eh. Oddio, magari non è quello il problema principale, e tutto sommato non è neanche per forza un problema, ma insomma, è evidente che creare tensione attorno al destino dei personaggi è importante e riuscirci con la protagonista assoluta è complesso. Se hai visto più di dieci film in vita tua, difficilmente credi che in Atomica Bionda Charlize Theron sia davvero in pericolo di vita. Ti ci diverti comunque per altri motivi, eh, ma quella cosa manca. Enter Tommy Wirkola, un simpatico matto norvegese che si è messo in luce con due film di zombi nazisti fra le nevi che si lanciano braccia e motoseghe, ha continuato a fare il fratello un po’ pezzente e fuori tempo massimo di Sam Raimi con il simpatico Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe e poi si è inventato questo Seven Sisters.

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Detroit

Cinque giorni di macello, scatenatosi a seguito di un raid della polizia in un bar privo di licenza e della successiva reazione da parte dei passanti. Cinque giorni col senno di poi inseriti nel delirio di rivolte che caratterizzarono l’estate del 1967 statunitense. Cinque giorni in cui la violenza prese possesso di Detroit e generò quarantatré morti, oltre mille feriti, settemila arresti duemila edifici fatti a pezzi. Un momento di storia recente forse difficile da comprendere appieno per chi vive a un oceano di distanza, un vero e proprio scenario di guerra civile nato dal conflitto razziale, che come tale viene per ampi tratti affrontato da Kathryn Bigelow, dalla sua regia che insegue polizia ed esercito fra le vie con lo stesso piglio con cui si mostrano i soldati sparsi fra i vicoli delle città colpite dai bombardamenti. Detroit parte innanzitutto da questo, raccontando in maniera brutale, straziante e torcibudella come la faccenda sia esplosa, mostrando le scintille che hanno acceso le fiamme, gli errori commessi da tutte le parti e la benzina gettata sul fuoco in maniere più o meno responsabili.

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Justice League

Le cose inaspettate. Justice League è riuscito, per brevi attimi, a titillarmi quello spirito da bimbo nerd che si gasa davanti ai supereroi che fanno cose sul grande schermo. È una sensazione che ho menzionato varie volte nelle mie chiacchierate per iscritto, durante questi anni di gente che si mena in pigiama al cinema, ma che negli ultimi tempi di overdose, assuefazione e placida abitudine, si era persa come lacrime nella pioggia. E invece, chissà come mai, su quell’ingresso in scena di Wonder Woman che sgomina i terroristi, con Gal Gadot che si muove potente, divina, velocissima, parando proiettili coi polsini come neanche Lynda Carter poteva sognarsi di fare, m’ha colto il brividino. Mi sono proprio gasato. Certo, è stato l’unico momento capace di colpirmi in questa maniera, nonostante – vado a spanne – un’oretta delle due che compongono il film sia dedicata alle scazzottate superpotenti, ma insomma, meglio che niente. E, in questo senso, quello del gasamento “basso”, sensoriale, stupido e incontrollabile, tocca dedicare una menzione d’onore a Danny Elfman, che non butta completamente nel cesso il lavoro fatto da Hans Zimmer e Rupert Gregson-Williams nei film precedenti ma firma coi guanti da forno (campane in ogni dove!) e infila il suo vecchio tema di Batman ogni volta che può (e omaggia anche il Superman di John Williams, seppur in maniera molto timida). Che cicci.

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Riverdale – Stagione 1

Quella di Archie Andrews e relativa casa editrice Archie Comics è una storia che inizia quasi ottant’anni fa, con la nascita dell’allora MLJ Magazines, e prosegue imperterrita ancora oggi. Il rosso adolescente Archibald “Archie” Andrews fa il suo esordio a fine 1941 in Pep Comics e diventa uno fra i personaggi più longevi, seppur fra alti e bassi, della narrativa seriale americana, fiero portabandiera dei fumetti che non hanno bisogno di superpoteri e si limitano a raccontare storie di gente normale (fermo restando che l’editore ha negli anni sperimentato anche con supereroi e fantastico, ottenendo per esempio un successo notevole con la streghetta Sabrina). Dalle nostre parti, le avventure di Archie, Betty, Veronica, Jughead e amici assortiti non hanno forse mai catturato l’attenzione come nei migliori anni della loro vita a stelle e strisce, ma ho un ricordo abbastanza angosciato della trasmissione italiana di Zero in condotta (The New Archies), che, come ogni cosa accompagnata dalla voce di Cristina d’Avena, finivo per guardare anche se non me ne fregava poi molto. Agevolo contributo audiovisivo.

Durante i magici anni Dieci che stiamo finendo di vivere, Archie Comics ha spinto per un rilancio e ammodernamento completo della propria attività, forse figlio anche della consapevolezza di stare pubblicando da troppi decenni storie di adolescenti che non venivano lette da adolescenti (o comunque così è più o meno come l’ha messa giù lo scrittore Mark Waid). Si è visto quindi l’esordio di Kevin Keller, primo personaggio dichiaratamente gay nella popolazione della cittadina di Riverdale, e in generale si è cominciato ad affrontare tutta una serie di tematiche fondamentali per il pubblico adolescente dei giorni d’oggi. Inoltre, è scattato un inseguimento un po’ surreale alla diversificazione, che ha visto via via la nascita della prima serie horror dell’editore, Afterlife With Archie, il manifestarsi di crossover sempre più deliranti (con Predator, il Punitore, Glee… ), la creazione di una nuova etichetta dedicata ai supereroi e l’inevitabile rilancio dell’Archie fumettistico più classico, proposto da Mark Waid in una bella versione moderna, che riesce a conservare lo stile spensierato e le dinamiche romantiche senza risultare datato. E ne è pure nato un nuovo universo narrativo, “New Riverdale”, che getta nel mucchio un altro successo dei bei tempi dell’editore, Josie and the Pussycats.

In tutto questo marasma di progetti riusciti recenti, è finalmente giunto anche ciò che appariva scritto nelle stelle e, onestamente, è quasi incredibile non aver visto prima: una serie televisiva trasmessa sul network The CW e ispirata ad Archie. Riverdale, sviluppata dallo stesso Roberto Aguirre-Sacasa a cui dobbiamo l’Archie horror citato sopra, sottopone le vicende della cittadina alla classica cura del network americano, tirando fuori una serie dai protagonisti adolescenti tutti bellissimi, tutti tristi, tutti immersi nel melodramma dalla testa ai piedi, tutti molto propensi a desiderarsi carnalmente e levarsi di dosso le magliette appena possibile. Le dinamiche di gruppo e gli intrecci romantici vanno a pescare nell’Archie classico, ma tutto viene riletto attraverso una chiave contemporanea a base di cura estetica scintillante e intreccio mystery, che infila Riverdale da qualche parte fra un reboot di Veronica Mars e una rilettura adolescenziale di Twin Peaks.

E il risultato è una serie davvero divertente, che fa ruotare tutto attorno a un omicidio misterioso ma butta nel mucchio criminalità organizzata, tresche adolescenziali, amori proibiti fra studenti e insegnanti, ragazzini intimoriti all’idea che praticamente tutti gli adulti della loro vita siano folli cospiratori, daddy issues a catinelle, romanticismo spinto, momenti assurdamente sopra le righe da commedia adolescenziale, lampi da thriller piuttosto efficace e storie di corna vissute. E funziona! Funziona innanzitutto perché il cast è davvero azzeccato, con un Archie faccia da pesce lesso circondato da compagni di scuola estremamente carismatici e una selezione di adulti in stile Stranger Things (basti pensare che i genitori del protagonista sono Molly Ringwald e Luke Perry, wink wink). Ma funziona ancora di più per la maniera allucinata in cui sono scritte le varie puntate: un continuo turbinio di eventi, rivelazioni, colpi di scena sempre più assurdi e svolte che fanno procedere il racconto a diecimila all’ora, non mollano mai e non danno mai la sensazione di brodo allungato. Visto lo storico di The CW e delle serie su cui mette le mani Greg Berlanti, è probabile che col passare delle stagioni si perderà questo senso del ritmo incessante e si scivolerà verso un tedioso allungare il brodo, ma per il momento ci si diverte.

In America è appena partita su The CW la seconda stagione, che viene distribuita da Netflix in contemporanea in tutti i paesi del mondo tranne l’Italia, dove parte invece oggi la prima stagione su Mediaset Premium Stories. E che ci dobbiamo fare?

Stranger Things 2

L’aspetto forse più interessante di Stranger Things 2, almeno per come la vedo io, sta nel fatto che ha offerto ai Duffer l’occasione di raccontare quel che nei film a cui si sono ispirati non abbiamo mai visto, per ovvi motivi. Cosa accade, dopo? Dopo il finale, dopo l’epilogo che chiude i fili narrativi, dopo che si è conclusa l’avventura, si è risolto l’evento traumatico, si è tornati alla vita di tutti i giorni, ma prima che esploda la nuova avventura raccontata nel secondo film, come si vive? Lo vediamo qui, soprattutto nelle prime puntate, che dilatano i tempi introduttivi del classico seguito proprio dando spazio al ritorno alla normalità, più riuscito per alcuni invece che per altri. E la risposta, per quegli alcuni, è che non si vive benissimo, e non solo perché l’avventura non si è del tutto conclusa e ci sono ancora (più) strane creature che gironzolano fra questo mondo e quell’altro. Il tratto più affascinante, per quanto certo limitato nell’approfondimento, di come vengono caratterizzati i protagonisti in questo secondo anno della serie  Netflix sta, se vogliamo, nello stress post traumatico che ti ritrovi addosso dopo essere sopravvissuto a un demogorgone del sottosopra.

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Good Time

La forza che percorre tutto Good Time, dall’inizio alla fine, è quella di un panico scombinato, isterico, coloratissimo, frenetico e teso, un vortice di errori, scelte discutibili e sfiga che trascina sempre più verso l’inevitabile conclusione. Robert Pattinson, scavato in volto, sporco, perfettamente in parte e bravissimo, è un poco di buono, si arrangia sfruttando e manipolando chiunque gli capiti davanti e si lancia in imprese forse fuori dalla sua portata. La storia si apre con una rapina scalcagnatissima eseguita assieme al fratello ritardato mentale, che finisce in rovina, porta il più sfigato dei due in prigione e costringe Robertino ad ingegnarsi per capire come farlo uscire. Spoiler: non ne azzeccherà una. Messo già così, sembra il soggetto per una commedia demenziale dei fratelli Farrelly, ma Good Time, che è invece dei fratelli Safdie, è un thriller teso e coinvolgente, che non molla un secondo e avvolge col suo look tutto particolare.

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Mindhunter – Stagione 1

Fra tutti i pregi, i difetti, le caratteristiche forti, le peculiarità e i cliché di Mindhunter, ciò che più mi ha colpito nell’arco di tutte e dieci le puntate, spesso in maniera solo parzialmente conscia, altrettanto spesso con orecchio attento, è la colonna sonora. A volte era lì che mi schiaffeggiava potente, in altri casi si avvicinava di soppiatto e mi tirava la gamba del pantalone in maniera fastidiosa. Tutto ciò che è suono, in Mindhunter, è figlio di una cura spaventosa e veicolato – come del resto quasi ogni altro elemento della serie – a definire uno stato d’animo preciso. C’è il tema musicale, certo, che è l’aspetto più ovvio nel suo tornare sistematicamente in ogni momento chiave legato ai (serial) killer, con quei suoni acuti e subdoli, ma mai esagerati, che mirano a un’inquietudine e una tensione lente, di accumulo. C’è il grande studio sulle voci, sulle parlate, sul modo in cui ogni personaggio comunica il suo modo di essere, ma prima ancora il suo modo di apparire, attraverso il tono tramite cui si esprime. Senza contare il lavoro fenomenale di Cameron Britton nel riprodurre il vero serial killer Ed Kemper. E poi c’è il design dei suoni. Le catene, i registratori, i maledetti passi di Kemper, che punteggiano la sua presenza con quell’avanzare poderoso. Quei momenti splendidi in cui i racconti di fatti spaventosi vengono accompagnati dai rumori di ciò che accadeva, senza bisogno di usare le immagini.

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It

Ogni tanto ci tengo ad aprire con un po’ di sano maniavantismo, così, per mettere le cose in chiaro. Quindi, procediamo. Da ragazzino sono stato un discreto lettore di Stephen King, ma col cambio di millennio l’ho progressivamente perso di vista, finendo per leggere solo qualcuna delle sue uscite successive (per esempio CellDoctor Sleep). Sempre da ragazzino, mi sono divertito con i cinquantamila adattamenti cinematografici dei suoi romanzi, pur consapevole che quelli davvero belli fossero pochi (che so, Shining, uno fra i miei film preferiti). Di recente m’è capitato di rivederne qualcuno al cinema e ho avuto l’impressione che fossero comunque migliori di tanta palta odierna. It, il libro, l’ho letto durante una lunga estate calda trascorsa in Abruzzo senza nulla da fare, nel giro di due settimane che, in preda a un attacco di bulimia letteraria, mi hanno visto leggere per intero anche Il signore degli anelli. Entrambi mi sono piaciuti, di entrambi ho trovato il finale molto malinconico. Ricordo però molto poco di It: la sensazione sul finale, appunto, la bellezza dei due confronti nella casa, entrambi coinvolgenti e inquietanti, e il fatto che non avevo amato la battaglia conclusiva e le divagazioni troppo assurde a base di tartarughe. It, la miniserie televisiva, la guardai nella mia cameretta a milano, dopo averla noleggiata in VHS. Ricordo che alcune cose mi spaventarono un pochino, ma niente di che; ricordo che Tim Curry era strepitoso; ricordo che la parte da bambini era gradevole; ricordo che la parte da adulti era bruttarella. Ho l’impressione che, se la riguardassi oggi, mi farebbe cacare. E direi che è tutto quel che volevo premettere. Ah, no: i pagliacci non mi fanno paura. Poi, certo, un pagliaccio assassino e/o mostruoso, volendo, può farmi paura, ma questo vale per qualsiasi parola si sostituisca a “pagliaccio” nella frase. Tipo, che ne so, anche “baguette”.

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