Tutti gli articoli di giopep

Thelma

In un universo parallelo, ma neanche troppo distante, Thelma potrebbe tranquillamente essere un film Fox legato all’universo cinematografico degli X-Men. Voglio dire, dopo i due DeadpoolLogan, con (quello che ci hanno promesso essere) I nuovi mutanti in arrivo, ci sarebbe da stupirsene? Il film d’autore europeo su una mutante che assume consapevolezza dei propri poteri lanciandosi in un tripudio di inquietudini, follia surreale ed esplorazione sessuale… perfetto. Poi, per carità, magari è un po’ una deformazione mentale mia a farmi vedere gli X-Men in qualsiasi film racconti di ragazzi e ragazzini che si scoprono paranormali (li ho visti anche nell’ultimo di Tim Burton, nonostante lui neghi con tutte le forze), ma che  ci dobbiamo fare? Fatto sta che Thelma non è un film di supereroi e non è un film dedicato ai mutanti Marvel, ma poco ci manca. In un certo senso, è come se Joachim Trier avesse girato un film inserito nell’universo degli X-Men senza doversi sucare tutte le menate che derivano dal girare un film inserito nell’universo degli X-Men.

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La truffa dei Logan

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, Steven Soderbergh disse di volersi ritirare. Magari ci credeva anche, ma sappiamo com’è andata a finire. In quei giorni bui, gli capitò fra le mani la sceneggiatura di La truffa dei Logan. «Oh, mica puoi consigliarci un regista adatto?», gli dissero. Lui si lesse la sceneggiatura, si divertì come un matto, si rese conto che era un film molto nelle sue corde e, oltretutto, parecchio adatto a quell’idea di produzione e distribuzione cinematografica completamente indipendente nella quale voleva lanciarsi. Rispose «Mi sa che lo faccio io.» Oltre alle ragioni di opportunità, ad attirarlo fu anche il fatto che La truffa dei Logan era (o poteva da lui essere trasformato in) una sorta di Ocean’s Eleven del discount. Non solo perché richiedeva valori di produzione ben inferiori, ma anche e soprattutto per una questione tematica.

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Una serata con Deckard

L’altro giorno sono diventato un Blade Runner. Ho preso il mio bel trenino per Londra, sono arrivato in albergo, mi sono fatto la doccia, ho indossato abiti che per altri sono normali ma per me sono da fantascienza, mi sono diretto assieme a signora e amici verso un punto d’incontro e bam, ero nella Los Angeles di Ridley Scott. O quasi. Tre anni dopo la mia prima volta, sono tornato a gustarmi il Secret Cinema e, oggi come allora, mi sento di dire che è un’esperienza bizzarra, magari non per tutti, ma davvero divertente e gradevole. E anche questa volta, dai, merita. Quindi, se vi intriga, avete modo di andare e potete permettervelo, fate un salto qua e spendete ‘sti soldi per passare una serata nel mondo di Blade Runner e riguardarvi poi il Final Cut sul grande schermo, che buttalo, il tutto in una situazione surreale in cui attori riproducono scene del film sotto, a lato, attorno allo schermo. La cosa doveva finire a metà giugno, è stata prolungata fino a inizio luglio. Regolatevi di conseguenza.

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Deadpool 2

Nel momento in cui l’incarnazione cinematografica di Deadpool si trasforma in vera e propria serie, rischia di emergere quello che poi, di fondo, è anche un po’ il limite principale del personaggio a fumetti. Quella sensazione costante di chi se ne frega, diciamo. Perché alla fin fine, quando il cuore del racconto è e rimane un solo turbinio di gag incentrate sulla rottura della quarta parete, il racconto perde di forza, di partecipazione emotiva, di interesse per il personaggio  e il suo destino (e in quel senso la sostanziale immortalità non aiuta). Deadpool 2, un po’, questo rischio lo corre, e il fatto che tutto sommato il film funzioni fino alla fine, trovi un certo trasporto e non arrivi praticamente mai a mostrare la corda è da un lato un mezzo miracolo, dall’altro testimonianza della bravura, del cuore e dell’impegno di chi l’ha tirato fuori.

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A Beautiful Day

A Beautiful Day, in reltà, si intitola You Were Never Really Here. O forse no. Ho smesso di provare a capirci qualcosa, con questa faccenda dei titoli originali, titoli internazionali, titoli in inglese usati in Italia quando avrebbe troppo più senso tradurli, varie e derivati. Facciamo che si può scegliere a piacere, oppure anche non usare nessuno di quei titoli, tanto che ce ne frega, è un film talmente storto che in Italia uscirà in quattro sale, non andrà a vederlo nessuno e faremo tutti finta di niente. E sarà un peccato, perché è un gran bel film, ma lo capisco anche, perché è un film stortissimo, lento, difficile, e che fai, vuoi davvero intitolarlo, boh, Io vi stempierò, così poi la gente si aspetta Liam Neeson che pesta tutti grazie al montaggio e si ritrova con Joaquin Phoenix molliccio che pesta tutti fuori campo? Perché alla fin fine Lynne Ramsay ha fatto un po’ quella cosa lì: il Taken da festival con l’appeal del film russo sottotitolato in cecoslovacco. Oppure un Man on Fire con il PTSD al posto della tamarraggine. Ed è bellissimo, ma come fai a venderlo?

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Molly’s Game

Per il suo esordio alla regia, Aaron Sorkin non cambia particolarmente musica rispetto alla propria carriera recente, continuando a cercare soluzioni creative per raccontare, ma soprattutto plasmare a proprio uso e consumo, la vita di figure pubbliche della storia (nord)americana più o meno recente. Nel caso di Molly’s Game, prende i tempi delle vicende di Molly Bloom e li dilata e restringe per fare in modo che la voce narrante di Jessica Chastain possa raccontare e commentare eventi che, nel momento in cui la sentiamo parlare, non dovrebbe avere ancora vissuto. Alla fin fine è un cambiamento da poco e, tutto sommato, nelle versioni cinematografiche “romanzate” delle storie reali, si sono visti ben altri stravolgimenti, ma è una trovata significativa, che permette a Sorkin di commentare in maniera più approfondita ciò che racconta. E poi glì dà l’occasione per dipingersi come una sorta di dio in grado di correggere gli errori della realtà e concedersi pure una pacca sulla spalla quando fa meta-commentare la cosa a un suo personaggio.

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Il prigioniero coreano

Il titolo originale de Il prigioniero coreano è Geumul, rete, ed è in fondo una dichiarazione d’intenti piuttosto netta. Sì, certo, il protagonista è un pescatore, usa una rete, ma la sua è la storia di una persona che si ritrova intrappolata in una tragica rete fatta di incomprensioni, burocrazia, ideologie portate all’estremo e assurda contrapposizione tra i due volti della Corea, entrambi capaci di spingersi ben oltre il lecito e l’umano, seppur in maniere e con intenzioni diverse. Si tratta di un approccio semplice, diretto, asciutto, magari anche semplicistico, per un film che del resto si spoglia quasi completamente di estetismi e soluzioni visive originali, inseguendo una narrazione asciutta, senza complicazioni o svolte particolari.

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I segreti di Wind River

Riscopertosi sceneggiatore di razza con SicarioHell or High Water dopo una carriera da attore di seconda o terza fascia, Taylor Sheridan ha giustamente deciso di far fruttare il credito accumulato per dirigersi da solo la sua sceneggiatura successiva. Non è un esordio assoluto dietro alla macchina da presa – c’è quel Vile risalente a sette anni fa che saluta in tutto il suo splendore (?) da torture porn su commissione – ma insomma, si può anche fare finta di niente, perché è evidente che in I segreti di Wind River si vede la nascita vera e propria dello Sheridan regista. Il film è infatti fondamentalmente il terzo passo del percorso avviato con le pellicole dirette da Villeneuve e Mackenzie, nuovo capitolo di quell’epica di frontiera che parla dell’America contemporanea attraverso un amore profondo per la sua provincia, i suoi confini più estremi e le persone che sopravvivono ai margini, schiacciate tra paradossi sociali e culturali.

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Tonya

Quando di biopic ne hai visti tanti (o anche se ne hai visti pochi ma hai scarsa fiducia nel prossimo), è difficile non approcciarne un altro con un po’ di scetticismo. Per carità, ogni tanto ci scappa il filmone, se non il capolavoro, ma in media ti ci avvicini convinto che, nel migliore dei casi, ti ritroverai davanti una storia interessante, delle ottime interpretazioni, dei valori di produzione lussuosi ma una scrittura e una regia al massimo anonime. E sai anche che, se butta male, andrà molto peggio. Ogni tanto, però, va meglio. E non so se Tonya sia un filmone (probabilmente no), ma oltre a raccontare le sue vicende ha qualcosa da dire, trova un modo azzeccato per dirlo, butta sul piatto qualche idea e si permette di giocare coi punti di vista, i narratori inaffidabili e la rottura del quarto muro, pasticciando fra intervista, documentario, film, ipotesi, chiacchiere, balle. E, sì, ha un ottimo cast, una ricostruzione storica adorabile, un’attrice molto brava ma forse un po’ sopravvalutata, un’attrice qui clamorosa ma forse un po’ sottovalutata. Poteva andare peggio.

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Pacific Rim: La rivolta

Allora, mettiamo le cose in chiaro dalla prima riga: a me Pacific Rim piacque senza molti se o ma. Non è che non riconosca il senso (di almeno parte) delle critiche che gli vennero rivolte, è che le condividevo solo in parte e, soprattutto, trovavo troppo forte tutto quello che funzionava. Ne ho scritto in abbondanza a suo tempo e, fra l’altro, mi sono appena riletto quel vecchio post, ritrovandoci le sensazioni che ricordavo, ricordandomi di cose bellissime che mi ero dimenticato e confermando il problema che ho avuto con Pacific Rim: La rivolta. Ovvero che non è Pacific Rim. E alla fin fine sta tutto lì: del resto, mi pare che chi lo apprezza molto più di me lo faccia proprio per come in certe cose si distacca dal predecessore, pur ovviamente concordando sul fatto che in certi aspetti ci abbiamo perso. Solo che, per chi apprezza, quegli aspetti pesano, evidentemente, molto meno che per me. Insomma, Pacific Rim: La rivolta piace, se piace, perché non è Pacific Rim. Ci sta.

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