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Gli Incredibili 2

Il primo Gli incredibili era, nel 2004, il miglior film di supereroi sulla piazza ed era anche un omaggio a Watchmen intelligente, passionale, delicato e con una personalità ben più forte, o comunque interessante, rispetto al gradevole ma pasticciato, inerte e fondamentalmente sbagliato adattamento ufficiale di Zack Snyder che sarebbe arrivato cinque anni dopo. Gli incredibili 2, nel 2018, affronta una concorrenza forse più agguerrita, sicuramente più numerosa, ma è ancora una volta, se non necessariamente il migliore, senza dubbio uno fra i migliori film di supereroi sulla piazza e/o di sempre. E lo è grazie alla maniera in cui di nuovo Brad Bird riesce a sintetizzare al meglio la doppia anima Pixar, trovando una comunione fra spettacolo, dramma, temi famigliari, commedia esilarante e mirata a tutte le età, azione pazzesca, che un po’ tutti i film illuminati da Luxo jr. cercano ma spesso non trovano fino in fondo. Insomma, è splendido.

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Mission: Impossible – Fallout

Nella chiacchiera online immediatamente successiva all’uscita internazionale di Mission: Impossible – Fallout, mi è capitata una discussione su quanto avesse rotto le palle la spinta di marketing relativa a Tom Cruise che esegue i propri stunt e si spacca le ossa saltando dai tetti. Veramente non si può parlare di questo film senza parlare di questa cosa? Ed è comprensibile: il marketing, alla lunga, spacca sempre le palle. Ma il problema è che, nonostante il nuovo, clamoroso, film di Christopher McQuarrie e Tom Cruise (necessario considerarli autori assieme, considerando quanto anche il secondo mette sul piatto dal punto di vista creativo) abbia parecchi altri meriti, l’approccio fisico e sconsiderato all’azione è inevitabilmente un suo punto fermo. E lo è anche perché non fine a se stesso, anzi, sfruttato col preciso fine di offrire qualcosa che si può trovare solo qui e valorizzato da un regista dal tocco e dallo sguardo strepitosi, capace di costruire immagini splendide e scene incredibili anche – ma non solo – attorno allo spunto innegabilmente spettacolare offerto dal poter utilizzare una stella di quel calibro nelle situazioni più spericolate.

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Ant-Man and the Wasp

Come già fu per il primo episodio, Ant-Man and The Wasp si presenta nelle sale occupando lo slot di innocuo e simpatico defatigante dopo l’epica sbrodolante dell’ultimo Avengers. Lo fa, però, con qualche ostacolo in più da superare:

1. i tre film Marvel Studios che lo precedono non hanno accontentato tutti, perché non si può accontentare tutti, ma in linea di massima sono stati accolti più o meno come la Santa Trinità. Nel 2015, Avengers: Age of Ultron, che pure a me piacque molto, si era preso la sua bella dose di verdure in faccia;

2. sempre nel 2015, Ant-Man era atteso con un doppio sopracciglio alzato a base di “Ma che vuole questo?” e dubbi assortiti sulla fuga di Edgar Wright. Fu poi una gran bella sorpresa e l’ennesimo successo dei Marvel Studios. Inevitabilmente, oggi, le aspettative sono ben diverse e si sa che le aspettative tendono a influenzare le reazioni;

3. di nuovo: nel 2015, Ant-Man funzionò anche perché faceva parecchie cose diverse da quelle che all’epoca eravamo abituati ad aspettarci da questi film. Ant-Man and The Wasp non va troppo oltre il riproporre quelle stesse cose, che ovviamente hanno nel frattempo smarrito l’effetto sorpresa e il senso di freschezza.

Insomma, se lo inquadriamo così, è un film abbastanza superfluo, con poco da dire e che certamente non ha la potenza di chi l’ha preceduto nei mesi scorsi. Piacciano o meno quei film, mi sembra abbastanza innegabile che il nuovo di Peyton Reed non abbia dalla sua la follia fuori scala di un Thor: Ragnarok, l’ambizione tematica di un Black Panther o la… dimensione?… di un Avengers: Infinity War. È appunto, il filmetto defatigante. Quello minore, la cosetta simpatica e buffa. Ecco, sì, è il secondo episodio della sit-com ambientata nell’universo cinematografico Marvel.

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Ocean’s 8

Fa una certa impressione scoprire quanto le operazioni di “gender swap” viste nell’ultimo Ghostbusters e in questo Ocean’s 8 siano simili per modalità e risultati. Partendo dall’assunto che, per quanto mi riguarda, non c’è nulla di male nell’operazione in sé e, anzi, è sempre interessante vedere come si riesca a rielaborare qualcosa di già esistente, il problema, ancora una volta, è che la rielaborazione lascia a desiderare, vuoi perché troppo timida e ossequiosa nei confronti dell’originale, vuoi proprio per i risultati complessivamente modesti, non all’altezza di un cast invece davvero ottimo, in forma, che esprime voglia da tutti i pori. Insomma, ancora una volta, è un po’ un peccato.

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Hereditary

Hereditary arriva in Italia con qualche mese di ritardo rispetto al resto del mondo, portandosi sulle spalle tutto il peso della chiacchiera che lo accompagna e delle lodi da cui è stato sommerso, indicato come esordio incredibile e miglior horror dell’anno. E se lo merita. Si merita ogni parola positiva spesa nei suoi confronti, se le merita anche se ci si può facilmente trovare qualcosa che non convince e anche se non è scontato innamorarsene. Se lo merita perché è un film dall’ambizione notevole, con momenti incredibili e con una forza, un coerenza e una capacità di rimanere fedele al cammino intrapreso che si vedono di rado. Non perdetevelo, andate, andate senza saperne nulla, andate senza leggere il sottotitolo italiano che fa spoiler, andate, andate, andate.

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Tully

La cosa più deprimente e fastidiosa di Tully non è ciò che il film di Jason Reitman racconta ma sta al di fuori, è l’idea che questo approccio a questi argomenti venga considerato particolare, coraggioso, “edgy”, strano, fuori dalle righe e dal normale. Ovviamente non è solo un’idea e non è sbagliata: è un fatto. Hollywood e il cinema in generale non amano parlare di quanto, nel diventare genitori, a una gioia smisurata, allo stracarico di amore, alla marea di soddisfazioni, si accompagnino sacrifici, smarrimento, panico, fatica, disperazione, sconfitta, peggioramento sostanziale della propria vita e, diciamocelo, voglia di strangolare. Ancora di più: Hollywood e il cinema in generale non amano farlo in questi termini così normali, quotidiani, credibili, che dicano queste cose in una maniera assolutamente vicina alla realtà, senza trasformarle in materia comica o passando per iperboli drammatiche, di genere, tragiche.

Tully trova soprattutto qui la sua forza, che è poi quella dell’incredibile intesa fra Reitman, Diablo Cody e Charlize Theron, già ammirati assieme nello splendido Young Adult, di cui questo film sembra quasi voler essere una continuazione ancora più concreta, completa, riuscita. È un film disarmante per la placida sensibilità con cui racconta una donna stremata, il suo sopravvivere a una pressione e un impegno costanti, strazianti, che arrivano da ogni direzione, il desiderio neanche troppo represso di abbattere il sorriso e tirare fuori il canne mozze quando parla con la preside, la difficoltà fisica, prima ancora che psicologica, nello stare dietro ad ogni cosa. E non è che le risate manchino, ma sono sempre naturali, di quell’afflato comico un po’ amaro che è proprio della vita, senza esagerazioni o tempi dettati dalla voglia di lanciare una gag sarcastica, un momento di assurdità.

Poi, sì, c’è la Tully del titolo, una sorta di baby-sitter talmente perfetta da sembrare una Mary Poppins contemporanea, e a lei viene affidato l’impeto narrativo più tradizionalmente eccezionale del film, ma nonostante lei Cody, Reitman e Theron riescono a mantenersi sempre su binari credibili, personali, schivando quasi tutti i cliché e mettendo in piedi un altro film clamoroso, che ha forse qualche problema solo sul finale. Ma ne parlo dopo l’interruzione, perché sono un po’ quelle cose su cui è meglio non sapere nulla prima di guardarsi il film.

La parte finale, che pure è molto breve e assolutamente inserita nel contesto narrativo, costruita con calma e attenzione lungo tutto il film, ha fatto storcere il naso a molti, un po’ anche a me. Non è che non sia tematicamente ben inserita, in fondo è solo un’estremizzazione di quel che dice il resto del film, ma è appunto un po’ estrema, probabilmente superflua, segna uno scarto di tono lievemente indigesto e, personalmente, avrei forse preferito se Tully fosse andato a parare dove sembrava suggerire, invece di svoltare improvvisamente a sinistra. Però no, non rovina tutto, non sminuisce il bellissimo film che viene prima e, secondo me, non è neanche un finale particolarmente brutto, solo forse un po’ fuori luogo.

Thelma

In un universo parallelo, ma neanche troppo distante, Thelma potrebbe tranquillamente essere un film Fox legato all’universo cinematografico degli X-Men. Voglio dire, dopo i due DeadpoolLogan, con (quello che ci hanno promesso essere) I nuovi mutanti in arrivo, ci sarebbe da stupirsene? Il film d’autore europeo su una mutante che assume consapevolezza dei propri poteri lanciandosi in un tripudio di inquietudini, follia surreale ed esplorazione sessuale… perfetto. Poi, per carità, magari è un po’ una deformazione mentale mia a farmi vedere gli X-Men in qualsiasi film racconti di ragazzi e ragazzini che si scoprono paranormali (li ho visti anche nell’ultimo di Tim Burton, nonostante lui neghi con tutte le forze), ma che  ci dobbiamo fare? Fatto sta che Thelma non è un film di supereroi e non è un film dedicato ai mutanti Marvel, ma poco ci manca. In un certo senso, è come se Joachim Trier avesse girato un film inserito nell’universo degli X-Men senza doversi sucare tutte le menate che derivano dal girare un film inserito nell’universo degli X-Men.

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La truffa dei Logan

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, Steven Soderbergh disse di volersi ritirare. Magari ci credeva anche, ma sappiamo com’è andata a finire. In quei giorni bui, gli capitò fra le mani la sceneggiatura di La truffa dei Logan. «Oh, mica puoi consigliarci un regista adatto?», gli dissero. Lui si lesse la sceneggiatura, si divertì come un matto, si rese conto che era un film molto nelle sue corde e, oltretutto, parecchio adatto a quell’idea di produzione e distribuzione cinematografica completamente indipendente nella quale voleva lanciarsi. Rispose «Mi sa che lo faccio io.» Oltre alle ragioni di opportunità, ad attirarlo fu anche il fatto che La truffa dei Logan era (o poteva da lui essere trasformato in) una sorta di Ocean’s Eleven del discount. Non solo perché richiedeva valori di produzione ben inferiori, ma anche e soprattutto per una questione tematica.

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Una serata con Deckard

L’altro giorno sono diventato un Blade Runner. Ho preso il mio bel trenino per Londra, sono arrivato in albergo, mi sono fatto la doccia, ho indossato abiti che per altri sono normali ma per me sono da fantascienza, mi sono diretto assieme a signora e amici verso un punto d’incontro e bam, ero nella Los Angeles di Ridley Scott. O quasi. Tre anni dopo la mia prima volta, sono tornato a gustarmi il Secret Cinema e, oggi come allora, mi sento di dire che è un’esperienza bizzarra, magari non per tutti, ma davvero divertente e gradevole. E anche questa volta, dai, merita. Quindi, se vi intriga, avete modo di andare e potete permettervelo, fate un salto qua e spendete ‘sti soldi per passare una serata nel mondo di Blade Runner e riguardarvi poi il Final Cut sul grande schermo, che buttalo, il tutto in una situazione surreale in cui attori riproducono scene del film sotto, a lato, attorno allo schermo. La cosa doveva finire a metà giugno, è stata prolungata fino a inizio luglio. Regolatevi di conseguenza.

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Deadpool 2

Nel momento in cui l’incarnazione cinematografica di Deadpool si trasforma in vera e propria serie, rischia di emergere quello che poi, di fondo, è anche un po’ il limite principale del personaggio a fumetti. Quella sensazione costante di chi se ne frega, diciamo. Perché alla fin fine, quando il cuore del racconto è e rimane un solo turbinio di gag incentrate sulla rottura della quarta parete, il racconto perde di forza, di partecipazione emotiva, di interesse per il personaggio  e il suo destino (e in quel senso la sostanziale immortalità non aiuta). Deadpool 2, un po’, questo rischio lo corre, e il fatto che tutto sommato il film funzioni fino alla fine, trovi un certo trasporto e non arrivi praticamente mai a mostrare la corda è da un lato un mezzo miracolo, dall’altro testimonianza della bravura, del cuore e dell’impegno di chi l’ha tirato fuori.

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