Tutti gli articoli di giopep

Suburra – Stagione 1

Esistono serie TV che partono subito a mille e tengono alto il livello dall’inizio alla fine. Sono piccoli miracoli che svettano là in cima, ai massimi livelli della produzione seriale. Ma sono casi rari. Più spesso ci sono alti e bassi, fra episodi pilota che sparano tutte le cartucce e rimangono senza nulla da dire poi, saliscendi vertiginosi e serie che crescono nel tempo, lentamente ma regolarmente. Queste ultime sono quelle che premiano la fiducia. La fiducia in questo o quell’elemento riuscito che hai colto nelle prime puntate e la voglia di vedere se gli aspetti positivi sapranno prendere il controllo della situazione. È il caso di Suburra, la cui prima puntata, diretta da Michele Placido come la seconda, va a un passo dal disastro ma si salva mostrando fin da subito quelli che saranno poi gli aspetti migliori e centrali della serie ispirata al film di Stefano Sollima, del quale la produzione Netflix è una sorta di prequel.

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Chiacchiere su Blade Runner

A parte due righe su Letterboxd e qualche discussione in giro per l’internet, non ho scritto nulla su Blade Runner 2049 perché c’ho troppa confusione in testa e non ho la forza di scioglierla. L’altro giorno, però, sono stato invitato da Luigi a chiacchierarne nel suo podcast e siamo andati avanti per due ore. Magari interessa a voi matti che mi seguite. Ah, sto cercando di convincere una certa persona a scriverne su Outcast appena riesce ad andare a vederlo. Mica per altro, è che mi piacerebbe leggere lui che scrive di quel film.

Poi non dite che non vi ho avvisati: Train to Busan

Secondo il sito ufficiale di Koch Media, il 26 ottobre arriva in Italia, direttamente sul mercato dell’home video, Train to Busan, in una lussuosa confezione che include anche il prequel Seoul Station. Secondo praticamente ogni altra fonte sparsa per l’internet, inclusi i negozi online che lo venderanno, l’uscita è invece prevista per oggi. Quindi, nel dubbio, facciamo finta che sia oggi, tanto non cambia molto. Io Train to Busan l’ho visto al cinema qua a Parigi, poco più di un anno fa, l’ho apprezzato molto e ne ho scritto a questo indirizzo qui. Seoul Station l’ho invece recuperato molto più di recente e l’ho apprezzato un po’ meno, ma comunque apprezzato. Ne ho scritto solo su Letterboxd, a questo indirizzo qua.

Big Mouth

C’è un momento, nella vita di ogni maschio eterosessuale, in cui tutto cambia più o meno dal giorno alla notte. Gli esseri di sesso femminile assumono le sembianze di tagli pregiati di carne da valutare per scopi sessuali (certo, a seconda di come sei fatto, puoi tenerne più o meno in considerazione e rispettarne personalità e sentimenti, ma comunque, carnazza). All’improvviso, tutto ciò che ricorda anche solo vagamente un buco risveglia istinti che non eri certo di possedere. Il mondo torna ad essere una scoperta continua, quotidiana. Se già non lo sapevi, ti rendi conto che anche le femmine fanno la pipì. Talvolta scorreggiano, perfino. Suppongo che accadano cose “accostabili” anche alle femmine eterosessuali e non ho la minima idea di come funzioni l’omosessualità. Non mi ci metto nemmeno, a parlarne. Tanto mi sembra che lo faccia benissimo Big Mouth, nuova serie animata Netflix ideata da Nick Kroll, Andrew Goldberg, Mark Levin e Jennifer Flackett. Ci si sono messi in quattro, addirittura.

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Il gioco di Gerald

Il gioco di Gerald si inserisce nel gruppone, ultimamente piuttosto nutrito, dei progetti fortemente voluti e inseguiti per anni e anni da un regista che ci teneva proprio guarda in una maniera che non ti dico. La leggenda narra che Mike Flanagan, fin dagli esordi, girasse per Hollywood con il libro di Stephen King sotto braccio, cercando in tutti i modi di convincere qualcuno a fargliene dirigere un adattamento. Mentre inseguiva il suo sogno, il caro Mike ha deciso di esordire svelandosi come nuovo grande talento dell’horror con Oculus, per poi firmare altri tre film tutti interessanti (fra cui questo e questo), tutti ben diretti, tutti con qualità innegabili, tutti largamente imperfetti e non all’altezza del suo esordio. Evidentemente, però, il credito accumulato fino a quel punto gli ha permesso di entrare nel sempre più popolato club dei registi a cui Netflix ha detto “Ma certo, caro, noi ci mettiamo i soldi, tu fai un po’ quello che vuoi.” E “Quello che vuoi” è diventato un adattamento piuttosto fedele nella sostanza, intelligente nel modo in cui reinterpreta determinati aspetti del libro, forse troppo fedele riguardo ad altri.

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Madre!

La prima fase del rapporto con Madre! è quella in cui non sai bene cosa aspettarti. Il trailer te lo vende come una specie di Rosemary’s Baby con Jennifer Lawrence, Michelle Pfeiffer, Javier Bardem ed Ed Harris, diretto da Darren Aronofsky. Che, insomma, è una prospettiva quantomeno intrigante. Solo che la gente te ne parla come di una roba assurda, bellissima o bruttissima, che sbarella le carte in tavola e parte per la tangente. Del resto, oh, sappiamo cosa ha diretto Aronofsky prima di arrivare qui. E quindi? E quindi, per chi si trova in questa fase del rapporto e vuole un’opinione sul film senza saperne di più, possiamo dire che Madre! è – come talvolta accade con Aronofsky – un thriller non thriller, un film che sfrutta cliché e convenzioni del cinema di paura per mettere addosso inquietudine mentre sta comunque facendo sostanzialmente altro. Secondo me merita, ma merita per motivi che non sono quelli del thriller chiuso in casa e stanno piuttosto in una mezz’ora finale completamente folle, splendida ma capace di far incazzare col turbo. Chi non vuole sapere altro può fermarsi qui, anche se nel secondo paragrafo non svelo poi molto altro.

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The Void: il vuoto

Pensa te, una volta tanto un film horror più o meno di culto e di successo, amato da quelli che ne sanno, arriva in Italia con solo qualche mese di ritardo, nell’autunno dello stesso anno, invece che nell’estate dell’anno dopo. O almeno credo: fino all’altro ieri, vedevo scritto un po’ dappertutto che sarebbe uscito il 21 di settembre, quindi ieri. Oggi sono passati FBI e CIA, è tutto redacted, vedo solo dei vaghi “settembre 2017” e il sito ufficiale di 102 Distribution fa finta di niente fischiettando. Quale sarà la verità? Riuscirete a spararvi The Void al cinema? Forse sì, ma solo se prima vi impegnate in un rito d’evocazione pandimensionale capace di trascinarvi su un altro piano esistenziale, da cui assistere basiti alla trasfigurazione di ogni mondo, pianeta e dimensione attraverso il filtro della piramide divina dell’altroquando. Oppure lo trovate in qualche altra maniera, ché, voglio dire, su Amazon UK c’è il Blu-ray (toh, vi fornisco anche il link per acquistarlo versando una piccola percentuale ad Outcast).

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L’inganno

L’inganno è tratto dallo stesso romanzo da cui arriva La notte brava del soldato Jonathan, film del 1971 che pone lo stoico Clint Eastwood, con la sua interpretazione da stoico Clint Eastwood, soldato “giacca blu” ferito in territorio nemico e accolto in un un collegio femminile, dove le residenti lo curano, apprezzano e poi desiderano, scatenando un gioco di competizione, invidia, vendetta e violenza. Il punto di vista, lì, è strettamente maschile e del resto il regista Don Siegel lo descrisse come un film sul “desiderio basilare femminile di castrare gli uomini”. Diciamo che è un film molto figlio dei suoi tempi. Basta avere una conoscenza anche solo superficiale della filmografia di Sofia Coppola per intuire che la sua versione della storia ribalta la prospettiva, mostrando un gruppo di donne isolate dal mondo degli uomini e messe in crisi dall’ingresso di un “alieno”, sostanzialmente assolte nelle intenzioni, al massimo vittime di istinti indomabili, dell’assurdo voler reprimere la sessualità e di scelte sì infelici ma che è facile compiere in situazioni complicate.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Valerian e la città dei mille pianeti

Oggi si conclude infine la tripletta di film che ho visto a luglio, perché qua in Francia sono usciti a luglio, ma in Italia sono arrivati successivamente. Che poi, oh, uno si lamenta, e per esempio questa settimana sono andato al cinema a vedere It che in Italia arriva a ottobre, ma voi questa settimana potete andare a vedervi il nuovo Kingsman, che qui esce a ottobre. Insomma, whatever. Comunque, Valerian e la città dei mille pianeti non è che sia proprio riuscitissimo e ha due protagonisti sbagliatissimi, però secondo me ha pure cose ganze che si meritano di essere viste sul grande schermo. Ne ho scritto a suo tempo a questo indirizzo qua.

Preacher

Poco più di una settimana fa, si è conclusa la seconda stagione di (quella bomba clamorosa di) Preacher, che ho trovato anche superiore a (quella bomba clamorosa che già era) la prima stagione di Preacher. C’è un aspetto in particolare ad avermi convinto, esaltato, fatto ridere come un scemo e fatto venire voglia di scriverne qua dentro per spingere chi fosse indeciso a darle una chance: Preacher ha dimostrato definitivamente di essere una serie che fa quello che le pare. In maniera proprio netta. Certo, aveva iniziato a farlo fin dall’inizio, nelle scelte di casting che scatenano il fastidio di chi ci tiene al pigmento e nella decisione di stravolgere tanto, tantissimo, in termini di adattamento della storia. Ma a far quello, ormai, son bravi tutti. No, il bello di Preacher e, ripeto, soprattutto della seconda stagione di Preacher, è che riesce a riproporre alla sua maniera, che è una maniera tutta nuova e personale, quello spirito deflagrante che di fondo costituiva l’anima più profonda del fumetto. Quello spirito di chi si sta divertendo come uno scemo, non ha rispetto per nessuno e fa, appunto, quello che le pare. Ed è una serie fantastica.

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