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Crawl – Intrappolati

Crawl è il nuovo film di Alexander Aja. È ambientato in Florida durante un uragano di categoria 5. Ha per protagonista una Kaya Scodelario donna forte, nuotatrice di talento ma a cui manca qualcosa, severamente afflitta da daddy issues, che ci presentano in piscina per giustificare il fatto che nuoterà veloce. Assieme a lei, un Barry Pepper padre tosto, un po’ stordito e ruvido ma cuore d’oro. Sono intrappolati nello scantinato di una casa che rischia l’allagamento e assediati da un gruppo di alligatori incazzati neri. Tutti gli altri personaggi che si manifestano nei dintorni si chiamano Morto 1, Morto 2, Morto 3, Morto 4 e Morto 5. C’è anche un cane. Dura novanta minuti scarsi. È uno spacco.

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Alta tensione

Haute tension (Francia, 2003)
di Alexandre Aja
con Cécile De France, Maïwenn Le Besco, Philippe Nahon

Finalmente, con quattro anni di ritardo, ho visto il film che ha portato alla ribalta Alexandre Aja, poi autore del positivo Le colline hanno gli occhi edizione 2006. Alta tensione è uno “slasher” duro e puro, che non si sofferma su moraline e spiegoni come il successivo film di Aja e che non si preoccupa di caratterizzare personaggi o raccontare vicende. Il regista prende un tavolo, vi appoggia sopra una scacchiera, dispone le pedine e poi comincia a scuotere il tutto con violenza, facendo traballare e cascare roba in giro in un turbine privo di pause.

Il prologo di Alta Tensione è da antologia della banalità. Si intravede un killer che commette efferatezze, ci vengono presentate un po’ di potenziali vittime, si buttano lì tre o quattro immancabili stereotipi (dall’altalena cigolante in cortile all’apparizione improvvisa dell’amica che fa paura solo è unicamente perché c’è un “botto” musicale senza motivo). Poi, grazie al cielo, comincia il film. C’è voluto un po’, non si capisce perché si sia dovuto aspettare tanto (forse per buttare lì a caso il sostrato sociale fatto di amore lesbico non corrisposto), ci si comincia a chiedere cosa giustifichi tutto il clamore dell’epoca.

Poi per fortuna Aja lo motiva, il clamore, regalando un’oretta buona di tensione tracimante. Alta tensione diventa un granguignolesco delirio di sangue e panico, che travolge lo spettatore senza dargli respiro, generando a onor del vero più ansia e disgusto che reale spavento, ma tenendo altissimo il ritmo. Certo, la fiera dello stereotipo non si ferma e ci troviamo davanti a una protagonista che sembra decisa a voler sempre commettere l’errore più banale, a ignorare qualsiasi possiblità di fuga, a fare di tutto per giungere al disastro, ma le cose funzionano clamorosamente bene.

Poi, però, finisce il film e comincia la barzelletta. Una barzelletta che ribalta le carte in tavola, giustifica in qualche modo qualsiasi cazzata di sceneggiatura si sia vista prima (certo, così è un po’ facile) e rende ridicolo e totalmente privo di pathos tutto quel che viene dopo. Roba da rimpiangere i ridicoli finali rambeschi alla Wes Craven e, volendo, anche un po’ i soldi del biglietto.

Ma tutto sommato non è neanche giusto attaccarsi troppo al patetico finale, perché prima, pur con tanti limiti e tanta semplicità, c’è un film dell’orrore che funziona molto bene e che vanta una notevole cura nella messa in scena. Dentro Aja c’è un ottimo regista, che del resto vien fuori prepotentemente anche in più di una sequenza del suo successivo film. Il problema, forse, è che di ‘sto talento non sembra sapere troppo bene cosa farsene.

Le colline hanno gli occhi (2006)


The Hills Have Eyes (USA, 2006)
di Alexandre Aja
con Aaron Stanford, Dan Byrd, Emilie de Ravin, Michael Bailey Smith, Robert Joy, Laura Ortiz, Ted Levine, Kathleen Quinlan, Tom Bower

L’edizione 2006 di Le colline hanno gli occhi ha per buona parte l’aria del compitino diligente, che non va molto oltre una pedissequa riproposizione della storia originale, con qualche trovata aggiunta. Splendidamente diretto, a conferma di un talento per l’horror già messo in mostra con Alta tensione e che ha obiettivamente al momento pochi eguali, questo remake mostra però qualche pecca di sceneggiatura, incidentalmente per lo più relativa alle novità.

Il prologo, per esempio, è un bel pezzo di cinema, ma nell’economia generale del film è più dannoso che altro, perché mette subito le carte in tavola e toglie a tutta la prima parte di pellicola il fascino dell’ignoto che caratterizzava il film di Wes Craven. La scelta di mettere in scena i freak assassini come veri e propri mutanti deformi, poi, fa sicuramente perder loro certi tratti un po’ ridicoli che avevano nell’originale, ma li rende tutto sommato molto meno spaventosi, perché più lontani dal quotidiano e soprattutto – non credevo fosse possibile – ancor meno caratterizzati.

Al di là del prologo, di un suicidio riuscito invece che fallito e di qualche altro dettaglio, la prima metà di film segue praticamente nei minimi particolari gli sviluppi dell’originale e, tutto sommato, risulta altrettanto riuscita, crudele, violenta. Anzi, il superiore gusto per il gore, pure impreziosito nell’edizione su DVD, aumenta ulteriormente l’impatto di alcune scene. Proprio questa maggiore anima truculenta viene mantenuta per tutto il film e rende, se possibile, ancora più incisiva la reazione delle vittime, che imboccano una delirante spirale di violenza e diventano carnefici efferati.

Nel raccontare l’esplosione di rabbia di un padre disperato, Aja non tradisce la storia a cui si ispira, ma la mette in scena in maniera differente, inserendo una bella idea come quella della città fantasma, regalando una buona mezz’ora di splendido horror, ma facendo davvero venire il latte alle ginocchia con un tragico spiegone che, come sempre, ammazza alla radice qualsiasi tipo di coinvolgimento emotivo. Il male del cinema, la didascalia, terribile sempre e comunque, insopportabile e ingiustificabile quando, come in questo caso, si incista a ribadire cose che il film ha già raccontato.

Più in generale, a lasciare perplessi è il fatto che Aja abbia voluto buttare lì a casaccio un po’ di tematiche interessanti, senza poi volerle sviluppare (se non col già citato e insopportabile spiegone). Considerando che praticamente sotto qualsiasi altro punto di vista si è limitato a ricalcare il modello di Craven, ripulendolo e aggiornandolo al gusto dei ggiovani moderni, tanto valeva non fare nemmeno lo sforzo. Avremmo probabilmente guadagnato uno splendido esercizio di stile, disturbante e trascinante, ottimo nella sua totale assenza di pretese. Invece, così com’è, rimane una godibilissima gioia per gli occhi, ma fa anche un po’ incazzare.