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Suicide Squad

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, hanno provato a raccontarci la favoletta della DC/Warner Bros. che si proponeva con una visione opposta rispetto a quella dei Marvel Studios e tentava di regalarci anch’essa un universo cinematografico di film tutti collegati fra loro e pieni di cretini in costume, ma buttandola sulla depressione, sul tono cupo, sul lasciare ad ogni singolo regista, e quindi ad ogni singolo film, la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità e sul fatto che noi c’abbiamo i cattivi fichi, altro che quegli sfiatati della concorrenza, Fuck Marvel, yo! Certo, se la personalità è quella di Zack Snyder, si parte bene ma non benissimo, però, insomma, era bello crederci. Fra l’altro a me L’uomo d’acciaio neanche è dispiaciuto, ma qui posso difendermi dicendo che non l’ho mai rivisto. Peccato che il master plan sia in realtà partito dopo L’uomo d’acciaio e già nel secondo film ci siamo ritrovati con pasticci da comitatone infilati a calci in culo per mettere assieme l’universo in fretta e furia, un cattivo (anzi, due) impresentabile(i) e le battutine d’avanspettacolo che facevano capolino sul finale. E il terzo lo potremmo sottotitolare “Calata di braghe”.

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Requiem for a dream

Requiem for a Dream (USA, 2000)
di Darren Aronofsky
con Jared Leto, Ellen Burstyn, Jennifer Connelly, Marlon Wayans, Christopher McDonald

“Ma come, davvero non l’avevi mai visto?” No, non l’avevo mai visto, come non ho mai visto Buffalo 66, Dead Man e City of God. Però ho visto The Doll Master, Soldi facili.com e Space Truckers, mica cazzi. Già, con Requiem for a Dream ho tolto un’altra spunta dall’elenco della marea di film che avrei voluto (dovuto) vedere e un po’ mi vergogno perché non li ho visti, ma tanto prima o poi li vedo. E finalmente pure io posso dire “Ok, sì, bello, anche molto bello, con un paio di trovate davvero fighe, però, insomma, eh…”

Di che parla, Requiem for a Dream? Parla di dipendenza in tutte le sue forme, di chi i guai se li va a cercare e chi invece se li ritrova serviti su un piatto d’argento, dell’insostenibile tendenza umana a sfasciare tutto sempre e comunque, di come una splendida colonna sonora possa diventare “antipatica” per sovrabbondanza (soprattutto quando poi l’hai sentita in otto milioni di trailer), di quanto l’amore non sia necessariamente una forza in grado di far superare ogni ostacolo, di un regista davvero talentuoso come Aronofsky e di quanto gli servirebbero autocontrollo e senso della misura. E a chi non servirebbero, del resto?

Requiem for a Dream si apre (e si chiude) in maniera strepitosa, colpisce a fondo e nel segno con un atteggiamento crudo, sfrontato, infame, sadico, scorretto, regala una performance d’attrice mostruosa con la metamorfosi di Ellen Burstyn e mostra tanti altri attori davvero bravi e in parte. Non racconta, forse, qualcosa di particolarmente originale, né nel mostrare l’ennesimo gruppetto di ragazzi dedito a spanarsi di droga, né nel parallelo con un altro tipo di dipendenza (che per come viene raccontato è comunque davvero “nuovo” e straziante). Colpisce però per l’affascinante messa in scena: il sogno di Jared Leto sul molo è un’immagine bellissima, che assieme al montaggio conclusivo e a un paio di split screen – M E R A V I G L I O S O il dialogo a letto fra Harry e Marion – vale il film.

Il problema, casomai, è il reiterarsi per un’ora e mezza abbondante delle stesse tre o quattro trovate, che alla fine perdono mordente e donano assuefazione. A volerci leggere dell’intenzione programmatica, invece che della mancanza di polso, l’eccesso, la ridondanza, la troppa ripetizione possono quasi fare da specchio al destino di coloro che popolano Requiem for a Dream. Un film talmente coinvolto nella storia che racconta da pagare per le colpe dei suoi personaggi ed essere condotto alla loro stessa autodistruzione.

È Requiem for a Dream un film che merita di essere visto? Assolutamente sì. È Jennifer Connelly una donna fra le più belle al mondo? Assolutamente sì. È Requiem for a Dream un capolavoro? Uhm.

My So-Called Life

My So-Called Life (USA, 1994/1995)
creato da Winnie Holzman
con Claire Danes, A.J. Langer, Wilson Cruz, Jared Leto, Devon Gummersall, Bess Armstrong, Tom Irwin, Devon Odessa

La cosa peggiore degli anni Ottanta è che sono andati avanti per buona parte degli anni Novanta. Fa veramente impressione mettersi a guardare un telefilm del 1994 e scoprire che il look, le acconciature, i vestiti dei personaggi sono quelli che mi aspetterei da una produzione del decennio precedente. Immagino sia un problema mio, di memoria selettiva, ma certo è che ci vuole un attimo per abituarsi. Passato quell’attimo, però, ci si può godere un vero gioiello, per il quale tutte le lodi e i rimpianti che si leggono in giro sono assolutamente meritati.

My So-Called Life racconta l’adolescenza con uno sguardo adulto, crea un microcosmo narrativo fatto di credibili persone, non personaggi, che interagiscono fra di loro, dipinge in modo realistico e delizioso la fantastica tendenza a vivere i sentimenti “per assoluti” che hanno i ragazzini e rapisce con la poesia della semplice e complessa quotidianità. Una Claire Danes che così bene non ha probabilmente mai più recitato in vita sua racconta in prima persona le sue giornate, i suoi pensieri, i suoi sentimenti, la cotta per il misterioso Jordan Catalano, il melodrammatico evolversi delle sue amicizie, il bel rapporto coi genitori. Tutta la serie, tranne un paio di splendide puntate “alternative”, passa tramite i suoi occhi e la sua voce, regalando una visione stereotipata nella misura in cui quel che si vive a quell’età non può che esserlo.

Realistico, dolce, a modo suo anche abbastanza crudo, My So-Called Life funziona ancora così bene a distanza di tanti anni proprio perché è pensato e costruito per non essere legato alle mode del momento e per avere una sua efficacissima coerenza. Ogni personaggio è caratterizzato benissimo e ha una sua ricca storia personale, compresi quei genitori che in tanti altri serial fanno da tappezzeria e qui sono invece personaggi ricchi e vivi. Il tutto all’insegna di una ricerca del credibile che si manifesta anche nei dettagli, per esempio nella presenza di un vero e proprio guardaroba per ogni personaggio: invece di tirar fuori a ogni episodio un nuovo abito alla moda, ciascuno degli attori aveva un set di vestiti fra cui scegliere, regalando quindi continuità, credibilità e coerenza anche a questo aspetto.

E del resto la coerenza e il senso di continuità si ritrovano anche nel modo di scrivere, nell’armonia con cui le varie tematiche affrontate vengono inserite all’interno del racconto. Non c’è l’episodio del gay, quello della violenza sui minori, quello della droga e quello della cotta per il figo della classe accanto. Ci sono tante tematiche interessanti, inserite con gusto e delicatezza, portate avanti nell’arco del racconto in maniera coerente e armoniosa. E c’è anche una colonna sonora efficacissima e un bel gusto per l’immagine, con una regia tutt’altro che banale e insolitamente curata per quella che, teoricamente, dovrebbe essere poco più che una sit-com giovanile.

C’è il coraggio di inserire un ragazzo nero e omosessuale fra i protagonisti fissi di un serial TV del 1994, c’è una lunga serie di personaggi a tutto tondo, modellati per non rappresentare uno stereotipo manicheo, ma sfaccettati e dalla personalità interessante. Angela, Rayanne, Brian, Sharon e gli altri non fanno di tutto per risultare simpatici, anzi, finiscono spesso per essere odiosi ed è anche per questo che diventano i meravigliosi personaggi che sono.

E poi c’è ovviamente la tenerezza che solo dei ragazzini di quell’età sono in grado di regalare, per la melodrammatica serietà con cui vivono ogni lotta, ogni battaglia, ogni pensiero. Quella sensazione di portarsi il peso del mondo intero sulle spalle, di affrontare anche semplicemente un enorme brufolo sul mento come se per causa sua non ci fosse un domani. Insomma, un telefilm strepitoso, splendidamente confezionato e raccontato, con diciannove episodi uno più bello dell’altro, a parte forse quello natalizio, decisamente pacchiano (ma comunque importante per il modo in cui andava a introdurre il tema della violenza sui minori)

Fa rabbia il pensiero che un gioiello come questo sia durato solo diciannove episodi mentre Beverly Hills andava avanti per duecentonovantasei. E non è neanche tanto il fatto di voler sapere come sarebbe andata a finire, anche se il finale di questa “prima” stagione te ne mette addosso una voglia pazzesca. Perché in fondo è bello e appropriato che sia una semplice finestra aperta per un breve periodo sulla vita di quelle persone. Il problema è che così è troppo breve. Se ne vuole ancora, se ne vuole di più, come per tutte le cose belle che durano troppo poco.

Lord of War

Lord of War (USA, 2005)
di Andrew Niccol
con Nicholas Cage, Bridget Moynahan, Jared Leto, Ian Holm

Lord of War si apre su un tappeto di bossoli, che invadono lo schermo e fanno da podio per un gongolante Nicolas Cage. Il nipote d’arte sopravvissuto allo zio si volta e subito assale lo spettatore con la sua spocchiosa serie di battutine sarcastiche ed esili giustificazioni, dietro alle quali – lo scopriremo poi – il mercante di morte più bravo al mondo prova a nascondere il mare d’ipocrisia che governa la sua vita. Ma subito l’illusione si spezza, partono i titoli di testa, sovrapposti alle immagini di una catena di montaggio, che narrano la vita di un proiettile dalle prime fasi della sua creazione, al trasporto in giro per il mondo, all’inevitabile momento in cui arriverà a togliere una vita. E il messaggio è chiaro, non ci si può sbagliare. Magari tendenzioso e forzato, perché non è mica detto che un proiettile debba finire in faccia a ragazzo africano con la faccia innocente, ma certo spietato e di pura condanna.

Non ci sono vie di mezzo e non ci sono scuse, se sei parte del meccanismo, sei colpevole tanto quanto chi preme il grilletto. La posizione è chiara e netta. La si può non condivedere, ma bisogna apprezzare il coraggio e l’asciuttezza con cui Lord of War si schiera, raccontandosi con la forza del cinismo e dell’amarezza. Parlando della vita di un uomo votato all’unico lavoro in cui sa eccellere, un lavoro che genera soltanto morte e che inevitabilmente finirà per portare tale morte nel suo stesso immacolato cortile.

Lord of War parla di ipocrisia nei confronti di noi stessi, ma anche in quelli del mondo che ci guarda e delle persone che ci circondano. Parla di una vita trascorsa nell’ignoranza volontaria, e di uno squallido passaggio di spugna sulla coscienza quando ormai non è più possibile distogliere lo sguardo dalla verità. Parla del castigo che insegue inesorabile l’autore di mille delitti, ma anche di un mondo che dei delitti sembra non poter fare a meno. Parla del male che trasuda a ogni livello e non potrà mai essere debellato. Spara a zero su tutto e tutti, con tanto di tirata finale nei confronti dei meravigliosi States, racconta personaggi pervasi da profonda amarezza e disperazione e riesce a farlo con un senso del cinema, una leggerezza, un’ironia incredibili.

Niccol stupisce per le continue trovate, di sceneggiatura e di regia, per il susseguirsi di momenti drammatici, intensi, ma anche capaci di strappare un amaro sorriso, per la bravura nel tirare fuori il meglio dalla faccia da schiaffi di Nicolas Cage. Dopo aver esordito con un gioiello come Gattaca, essere andato avanti con la sceneggiatura di Truman Show, e aver inciampato con l’opaco S1m0ne, Andrew Niccol si rialza alla grande con un filmone e si conferma uomo di cinema vero e a tutto tondo, autore nel senso più pieno e positivo del termine. Complimenti.