Into the Badlands – Stagione 2

Conclusasi la seconda stagione, con una terza già confermata e la ormai solita formula AMC del numero di puntate che cresce da un anno all’altro ben avviata, viene da pensare che l’esperimento di Into the Badlands abbia funzionato, quantomeno in termini di pubblico. D’altra parte, se il catalogo statunitense di Netflix deve fare testo, le arti marziali sulla TV a stelle e strisce funzionano bene, quindi non è che ci sia troppo da stupirsi. E Into the Badlands, pur con tutti i suoi problemi, si inserisce bene in quella nicchia, cercando e trovando una sintesi abbastanza azzeccata fra diverse scuole di calci in faccia e occupando uno spazio che nelle serie TV non era particolarmente esplorato. C’è un immaginario da distopia fantasy e/o fantascientifica che non inventa molto e fa un bel mix casinista. C’è un tasso di violenza particolarmente alto, con ettolitri di sangue, arti mozzati, spade che – incredibile! – tagliano davvero la carne. E c’è un approccio al combattimento che strizza l’occhio all’oriente sul piano visivo, utilizza un po’ di cavi per far zompare la gente ma non esagera e butta sul piatto coreografie divertenti, spettacolari, visivamente molto curate.

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Civiltà perduta

Sono andato al cinema a vedere The Lost City of Z a fine marzo, accompagnato dall’insopportabile brezzolina parigina e da un bel fresco. Oddio, in realtà non ricordo che tempo facesse il 20 marzo, ma insomma, sicuramente si stava meglio di adesso. D’altra parte il film arriva in Italia questa settimana, a giugno inoltrato, quando siamo invece immersi in un caldo di quelli che ti fanno sudare senza tregua, specialmente se ti ritrovi seduto davanti al computer senza aria condizionata a disposizione. Quindi, se andrete a vederlo, in sala ci arriverete nello stato d’animo giusto, fradici, anche se l’umidità delle nostre parti, per quanto a tratti bella fastidiosa, non è certamente paragonabile a quella affrontata da Percy Fawcett negli anni Venti o anche solo da James Gray negli anni scorsi. Senza contare che poi tanto il film ve lo guardate con l’aria condizionata del cinema. Ad ogni modo, qui si conclude il paragrafo introduttivo denso di nulla, a testimonianza del fatto che in questo caso faccio un po’ fatica a parlare del film con tre mesi di ritardo ma, ehi, ci tengo lo stesso a scriverne perché mi è piaciuto parecchio. Tanto non è che devo fare la critica seria, non mi paga nessuno.

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Lady Macbeth

Do per scontato che non sia capitato solo a me ma sì, ammetto l’ignoranza: prima di avvicinarmici, pensavo che Lady Macbeth fosse una sorta di rilettura a ruoli invertiti del classico shakespeariano cui il titolo fa ovvio riferimento. E invece, per quanto l’ispirazione originale arrivi da lì, si parte da Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, romanzo breve pubblicato nel 1865 da Nikolai Leskov e già portato al cinema nel 1962 con Lady Macbeth siberiana. A cimentarcisi è il regista teatrale William Oldroyd, qui alle prese con un esordio sul grande schermo di quelli che lasciano il segno per potenza visiva, attenzione ai dettagli, capacità nel dirigere gli attori e nello stordire con la conduzione di una storia non facile, dai repentini cambi di tono, che riesce a farti appassionare a una vicenda e ad un personaggio specifico spingendoti in una direzione ben precisa, per poi devastarti con una virata conclusiva da vanga sui denti. E rimani lì a bocca aperta, rendendoti conto che in fondo era tutto prevedibile e annunciato ma ti ha colpito lo stesso con una violenza che non ti aspettavi.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Nerve

Ammazza, ma davvero Nerve l’ho visto a settembre? Ero convinto che fosse un film di questa primavera. Come vola, il tempo, quando ci si diverte. Comunque, ne ho scritto per l’appunto, a settembre dell’anno scorso, ma in Italia ci arriva oggi. Non è niente di che, anzi, è pure abbastanza cretino, ma tutto sommato ricordo di essermici divertito.

Wonder Woman

Wonder Woman è un film… strano, che si contraddice da solo mentre spinge costantemente in una direzione nell’altra, tirando fuori un pasticciotto che però, nell’inevitabile confronto con i precedenti film di ‘sto disastrato universo cinematografico DC, esce fuori a testa alta, facendo la figura del migliore di tutti. Arriva per primo nel campionato dei supereroi al femminile e prova a spingere sul tema del femminismo, della protagonista donna forte che sa cavarsela da sola, spacca tutto e non dà mai retta a ciò che la società patriarcale vorrebbe imporle. Allo stesso tempo, però, racconta di fondo la più stereotipata delle storielle disneyane, quelle che la stessa Disney ha ormai ripudiato, proponendo una principessa ingenua (se non proprio cretina), che fugge dalla gabbia di vetro in cui i genitori volevano proteggerla per inseguire desideri e destino ribelli, scoprendo di non sapere nulla del mondo, facendoselo spiegare dagli uomini che la circondano e innamorandosi letteralmente del primo che passa. E, ancora, trova una comicità azzeccatissima quando la butta sul ridere ma sprofonda nel ridicolo quando tenta di prendersi sul serio. Insegue tematiche universali e azzeccate, parlando di natura umana, libero arbitrio, scelte difficili e rimorsi, ma riduce tutto a una mitologia di partenza imbarazzante, raccontando poi di una Prima Guerra Mondiale in cui alleati a caso combattono i tedeschi cattivi, che comunque sono cattivi perché c’è il dio della guerra che li controlla. Insomma, è un pastrocchio che smitraglia a caso in tutte le direzioni ma, rispetto a chi è venuto prima, ha la fortuna di una scrittura più curata, strutturata e lineare, che non perde tempo con le meta-cazzate e gli permette di colpire più spesso il bersaglio.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Red State

Ogni tanto mi accorgo che esce in Italia in qualche forma un film di cui ho scritto tempo addietro e vedo di segnalarlo qui. Ora, le fonti sono contrastanti, c’è chi parla di 30 giugno e chi di 8 giugno, ma io voglio fidarmi di Amazon e punto per l’appunto su oggi. Quindi, in teoria, a partire da oggi, si rende disponibile l’edizione italiana di Red State, anche noto come il film che ha fatto esclamare a molti “Ah, ma allora Kevin Smith è ancora capace!” e a molti altri “Ma che è ‘sta stronzata?”. Ché, insomma, se per qualche bizzarro motivo (tipo “Lo aspetto in italiano”) non l’avete ancora visto, ora potete rimediare! Io l’ho visto – mamma mia! – sei anni fa durante un qualche festival del cinema fantastico in terra di Germania e ne ho scritto a questo indirizzo qua. Spoiler: a me piacque. Fra l’altro Michael Parks (quello là in cima) ci ha lasciati da un mesetto, quindi magari l’uscita è anche un po’ in suo onore. #credici

Operation Mekong

La scorsa settimana, mi sono scavato dei ritagliucci di tempo per andare a recuperare tre film del festival del cinema cinese che ogni anno si tiene fra Parigi e altri luoghi bizzarri del paese chiamato Francia. Avrei voluto guardarne di più, tipo almeno quattro, ma il destino è beffardo, la vita pone paletti e, insomma, che ci dobbiamo fare? Comunque, il primo su cui ho posato gli occhi è Operation Mekong di Dante Lam, racconto in chiave super propagandista dei fatti avvenuti nel 2011 lungo il fiume Mekong, quando due navi da trasporto cinesi vennero attaccate nel tratto di fiume che scorre fra Birmania e Thailandia. Ci furono chiaramente conseguenze, fra cui un accordo che coinvolse Cina, Birmania, Thailandia e Laos per portare avanti in maniera più convinta la guerra alla droga nella regione, e c’è sicuramente del materiale per tirar fuori un film interessante. Prevedibilmente, l’approccio di Lam è quello del classico filmone action/thriller super melodrammatico e altrettanto super patriottico alla cinese. Una di quelle robe che incassano una valanga di soldi in patria ma poi tu, ingenuo spettatore occidentale, guardi sopportando a fatica nell’attesa delle scene d’azione.

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