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Battlestar Galactica – La miniserie

Battlestar Galactica – The Miniseries (USA, 2003)
creato da Ronald D. Moore
con Edward James Olmos, Mary McDonnell, Katee Sackhoff, Jamie Bamber, James Callis, Tricia Helfer

Pur senza essere mai riuscito a seguirlo per davvero, da bambino adoravo Battlestar Galactica. Mi sembrava – e in effetti probabilmente sotto molti punti di vista lo era – la versione televisiva di Guerre Stellari. C’era il film, che “Chissà quand’è che l’han dato al cinema?”, e c’era la serie TV, di chissà quante puntate, e della quale, a star larghi, ne avrò viste tre o quattro in vita mia. Però c’era Sberla dell’A-Team, e poi, caspita, me la ricordo ancora, c’era quella puntata spettacolare in cui il pilota figaccione (sarà stato proprio Sberla? E chi se lo ricorda?) rimaneva da solo, sul suo caccia interstellare, senza carburante, senza motore per l’iperspazio, senza un cazzo, insomma. Era lì in attesa, abbandonato a se stesso, e rischiava pure di finire l’ossigeno. Però a fine puntata lo trovavano e lo salvavano. O qualcosa del genere, insomma.

Ecco, il nuovo Battlestar Galactica, con tutto questo, non c’entra praticamente nulla, al punto che pare il creatore della serie originale l’abbia più o meno disconosciuto. Certo, l’idea di fondo (un’umanità ridotta ai minimi termini, costretta alla fuga a bordo della Galactica e alla ricerca di una nuova, mitologica, patria chiamata Terra) rimane la stessa, i nomi di alcuni personaggi pure, e ci sono perfino delle belle citazioni sparse qua e la. Però i cattivi di turno non sono più i tremendi alieni Cylon, ma i tremendi robot Cylon, creati dall’umanità e ad essa ribellatisi. E l’atmosfera non è più quella di una space opera solare, quanto piuttosto di un cupo serial militaroide. Che del resto è pure normale, se consideriamo che il grosso dell’azione è ambientato a bordo di una nave da guerra, coinvolta in un conflitto su scala interplanetaria, nell’avvio del quale l’umanità è stata ridotta ai minimi termini.

Partorito dalla fervida mente di Ronald D.Moore (autore di alcuni fra gli episodi più memorabili dello Star Trek anni Novanta), Battlestar Galactica si fonda innanzitutto su una caratterizzazione eccellente di protagonisti forse un po’ stereotipati, ma sicuramente efficaci. Come in ogni buon telefilm moderno, il motore primo della vicenda è dato dai personaggi e dalle relazioni fra di loro. Poi vengono le intuizioni geniali (la natura stessa dei Cylon “nuovo modello” offre non pochi spunti narrativi) e una realizzazione tecnica di grande impatto. Le scala delle battaglie e la maestria con cui sono realizzate lasciano di stucco, vista la natura televisiva del racconto.

La miniserie, che fa da prologo alla serie vera e propria, è davvero un gioiello che, se visto tutto d’un fiato, travolge e lascia a bocca aperta per tutte e tre le sue ore di durata. Un crescendo di eventi tragico, emozionante, appassionante, capace di buttare al fuoco una quantità pazzesca di carne, ma anche di essere allo stesso tempo un ottimo racconto autoconclusivo. Televisione di gran livello, ben più cinematografica di tanta immondizia che passa sul grande schermo. E adesso vediamo come va avanti…

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Donnie Darko – The Director’s Cut


Donnie Darko – The Director’s Cut (USA, 2004)
di Richard Kelly
con Jake Gyllenhaal, Maggie Gyllenhaal, James Duval, Jena Malone, Holmes Osborne, Mary McDonnell, Drew Barrymore, Noah Wyle, Beth Grant, Patrick Swayze

È la seconda volta nel giro di relativamente poco tempo che mi trovo a guardare la Director’s Cut di un film senza aver mai visto l’originale. E in entrambi i casi, con Hellboy qualche tempo fa e con Donnie Darko qualche giorno fa, ho l’impressione di vedere un film prolisso, esageratamente lento, mal costruito e a cui, a conti fatti, sarebbe servita la classica sforbiciata. Non solo, in entrambi i casi chi ha invece visto solo l’edizione “theatrical” non condivide le mie impressioni. Forse che ‘sti produttori-censori-criminaliconleforbici conoscono il loro lavoro?

Donnie Darko è un film interessante e dall’atmosfera particolare, caratterizzata da quel suo stile nebbioso, allucinato e, tutto sommato, un po’ pretenziosetto. Stile che però gli regala anche una sua precisa identità, che certo non rappresenta un demerito. Affascina con le sue teorie contorte, anche se deve buona parte del suo appeal al non voler spiegare un cazzo, al lasciare allo spettatore il gusto di farsi le sue interpretazioni su un intreccio che, se raccontato in maniera lineare, richiederebbe due righe.

Vive sull’estrema simpatia di praticamente tutti i personaggi “positivi”, sulla bravura degli interpreti e su un macchiettistico strizzare l’occhio agli anni Ottanta e al ricordo che ce ne portiamo dietro. Dà di gomito citando i Goonies (o E.T., fa lo stesso) e aizzando gli animi con l’elogio dello sfigato, la storia d’amore tenera, la chiacchierata tarantiniana sui Puffi, lo studente che alza la voce con l’adulto-macchietta, il genitore adorabile che tutti vorremmo avere (avuto). Fa, insomma, tutto quello che deve fare per raggiungere un prevedibile status di piccolo grande cult. Lo fa apposta? Vai a sapere. Però lo fa bene, e tanto basta.

Per quanto riguarda la Director’s Cut, chiaramente non è che possa fare paragoni. Leggo su Wikipedia l’elenco dei cambiamenti e l’impressione è che possa essere interessante per chi ha amato l’originale. Viene anche la curiosità di vederlo, l’originale, per capire se, come il naso mi suggerisce, sia davvero un film migliore. Il problema è che c’è poca voglia di rivederlo, il film.