La robbaccia del sabato mattina: Nudità in trasparenza

 
Si chiude la settimana che ha visto dipanarsi la grande tragedia geek del 2014, con Edgar Wright che ha mollato il progetto Ant-Man. I motivi paiono proprio essere legati al fatto che i piani altissimi Marvel/Disney (ben al di sopra di Kevin Feige) volevano imporgli cose oltre il limite del tollerabile e lui non ne ha voluto sapere. La cosa è particolarmente assurda se pensiamo che il film era in gestazione da sei anni o giù di lì e nasceva da una proposta di Wright stesso, senza contare che il progetto piaceva talmente tanto a Feige e superamici che avevano cambiato e spostato cose nell’universo cinematografico Marvel per riuscire a incastrarne i lavori con lui a bordo. E poi puff. Vabbé, peccato, vedremo cosa ne verrà fuori. Considerando che già si vocifera di Adam McKay, Rawson Marshall Thurber e Ruben Fleischer, stiamo a posto. Uffa. Ah, Joss Whedon ha espresso solidarietà su Twitter con una foto che mette addosso il magone e James Gunn ha parlato di amici che bisticciano. Intanto, già che c’eravamo, Drew Goddard ha mollato la miniserie Netflix su Daredevil (però rimane a fare da consulente) ed è stato annunciato Charlie Cox per il ruolo di Matt Murdock. E pare che Josh Brolin sarà Thanos. Cioè, sarà la voce di Thanos, ovviamente.

The Book of Life, nuovo film d’animazione prodotto da Guillermo del Toro che praticamente è Grim Fandango al cinema, o qualcosa del genere. Esce in autunno. Di sicuro gli voglio già bene per l’immaginario visivo, anche se poi la storiellina sembra essere la solita roba. Ma che ci vuoi fare. E a proposito…


Il trailer di The Strain, la serie TV ispirata al romanzo di Ciccio del Toro e Chuck Hogan, i quali hanno curato anche la produzione dell’adattamento, nonché scritto e diretto l’episodio pilota. La prima stagione prevede tredici episodi e comincia a luglio. Sono curioso. E sono curioso anche di capire cosa cacchio stiano combinando con Terminator: Genesis (qua le prime foto dal set) e Jurassic World (qua un po’ di informazioni). In tutto questo, l’organo di rating americano ha deciso che il poster del nuovo Sin City che si vede là in cima osava troppo perché, cito, si intravedono la curva della tetta e la forma del capezzolo di Eva Green. Per fortuna l’internet ci ha comunque consegnato il manifesto.

A Walk Among the Tombstone, il nuovo film con Liam Neeson che fa cose e per il quale poco importa cosa effettivamente faccia, tanto, ormai, qualsiasi film esca con Liam Neeson che fa cose, la gente va a vederlo per divertirsi un po’. Da segnalare comunque l’agghiacciante cover di Black Hole Sun, pronta per essere diffusa dalle casse a bordo piscina in un lussuoso albergo omanita.

Un po’ Tutti gli uomini del presidente, un po’ Donnie Brasco, con un sacco di attori che mi piacciono, Jeremy Renner coi baffetti e Mary Elizabeth Winstead. Si intitola Kill the Messenger, esce ad ottobre e io ci sto. Dopodiché chiudiamo con la solita infornata di video vari a caso.



//player.vimeo.com/video/96120254 ANOTHER WORLD – short film – PROJECT 23 from Loniek on Vimeo.

Ieri sera dovrei essere andato a vedere Edge of Tomorrow. Non ne sono sicuro. Ci sarò andato? Mi sarà piaciuto? Vai a sapere.

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Mud

Mud (USA, 2012)
di Jeff Nichols
con Matthew McConaughey, Jacob Lofland, Tye Sheridan, Sam Shepard, Reese Witherspoon, Michael Shannon, Sarah Paulson

Quando si chiacchiera di età, percezione, visioni distorte, gli occhi dei bambini e altre corbellerie del genere, mi torna sempre alla memoria il modo in cui i miei occhi da ragazzetto vedevano mio cugino Nino, che aveva quindici anni e per me era quello adulto, che girava in motorino e lavorava pure, facendo non ricordo bene cosa allo stabilimento La Stella Marina lì sul lungomare di Giulianova. Che fra l’altro era uno dei posti in cui giravano videogiochi abbastanza recenti. Il luogo di riferimento per il piccolo nerd, in realtà, era l’area coi cabinati alla Rotonda, ma comunque alla Stella Marina ci ho giocato Wonder Boy, e scusate se è poco. Ora, tutto questo discorso va anche un po’ contestualizzato nel fatto che con “da bambino” intendo un’età incastrata da qualche parte in uno scenario che mi vedeva parcheggiato dai parenti in Abruzzo nei mesi estivi, lettore dei fumetti dei Transformers pubblicati dalla Marvel, custode geloso di un albo in particolare che vedeva l’Uomo-Ragno penzolare in mezzo ai robottoni e oggi totalmente privo di voglia di andare a controllare su Facebook quanti anni abbia mio cugino, per poter così capire quanti ne avessi io allora.

Ecco, per me, Mud racconta soprattutto quella cosa lì. Il modo in cui da bambini si guardano certe cose con degli occhi grandi così. L’ammirazione per una persona di cui si sa poco o nulla ma che fa e dice quelle due o tre cose totalmente perfette perché l’amichetto con decine d’anni in meno lo veda andare in giro con attorno un’aura di figaggine talmente potente che sembra l’alone viola delle pubblicità sull’AIDS, quelle che andavano in onda negli anni in cui io giocavo a Wonder Boy alla Stella Marina. E tutto questo viene raccontato attraverso lo sguardo di una coppia di poppanti perfettamente assortita, due ragazzini di provincia tanto cicci e con le famiglie problematiche, tutti intenti a cercare l’avventura e l’epica nella banalità fluviale di tutti i giorni. Lo spirito è quello di quei film lì, quei film sempliciotti con la storia di formazione per ragazzi e i personaggi anche un po’ tagliati con l’accetta, perché in fondo è così che li vedono i ragazzini: semplici e tagliati con l’accetta.

In tutto questo, Matteo Maccoso stacca la sua solita intepretazione perfetta nel ruolo di Matteo Maccoso versione sporca, un po’ cretina ma con un cuore grande così. E attorno ai due perfetti ragazzini – uno dei quali sembra clonato dal giovane River Phoenix di Stand By Me – ruota in ruoli uno più piccolo dell’altro un cast di gente più o meno tutta dallo spessore talmente elevato che a un certo punto viene da chiedersi se Jeff Nichols abbia impiantata nel petto una scheda SD contenente informazioni sugli scheletri nell’armadio di mezza Hollywood. Si vede che sto guardando la settima stagione di 24? Comunque, Mud è un bel filmetto, molto ben recitato, semplicino e basato su un immaginario in cui le storie di mafia sono quelle tutte cariche di MACCOSA che ci si immagina quando si è bambini e si desidera viverne una da protagonisti. Ti lascia addosso un bel senso di malinconia e di carica positiva senza scadere mai nello stucchevole e ti mostra un sacco di bei paesaggi. Che gli vuoi dire?

L’ho visto in Blu-ray e in lingua originale, con tutto il suo bel tripudio di accenti ostici e sh@it assortiti. Non ho notizie su un’eventuale distribuzione italiana.

Oggi volevo scrivere di Mud

Ma è successo che sono improvvisamente le sette meno un quarto e la giornata è andata così. Nel senso di più o meno come viene descritta da questa gif animata qua sopra. E quindi magari domani. O forse no. Chissà. Vai a sapere.

È che mi spiaceva interrompere così la striscia aperta di giornate consecutive in cui pubblico qualcosa, qualsiasi cosa, anche il nulla.

Biancaneve

Mirror Mirror (2012)
di Tarsem Singh
con Lily Collins, Julia Roberts, Armie Hammer, Nathan Lane e i sette nani

Quando, un paio di anni fa, secondo quell’adorabile pratica dei film prodotti a coppie che è in voga a Hollywood da tempo immemore ma è tornata prepotentemente di moda negli ultimi tempi, si sono manifestati più o meno contemporaneamente al cinema due film su Biancaneve, tirava brutalmente aria di doppietta di porcherie. Sulla carta, quello firmato Tarsem Singh prometteva meglio, se non altro perché messo in mano a un regista che ha sempre molto da dire attraverso le immagini. Eppure, più si avvicinava la data di uscita e più diventava chiaro che il suo film sarebbe stato quello realmente disastroso (non che l’altro sia venuto fuori un capolavorone, eh!). Come mai? Vai a sapere. Sta di fatto che all’epoca, per qualche motivo, l’ho schivato e l’ho recuperato solo di recente, qualche giorno fa, beccandolo sulla simpatica TV francese e trovando un film che, effettivamente, sulla carta è pieno di cose interessanti ma poi nella pratica è veramente una robetta che non funziona e sembra impegnarsi il più possibile per rompere tutto quanto e limitarsi a dar fastidio.

Il talento visivo di Tarsem è a dir poco sottosfruttato, emerge forse solo nelle sequenze legate allo specchio magico e comunque anche in quel caso sembra mancar di convinzione. Per paradosso, ci sono molte più invenzioni visive in Biancaneve e il cacciatore che, per carità, ha altri problemi ma da un certo punto di vista sembra essere lui, quello diretto da Tarsem Singh. E se il fondo lo si tocca con quella specie di orrenda creaturaccia che infesta il finale, bisogna però ammettere che a compensare, sul piano visivo, ci pensano i pazzeschi costumi di Eiko Ioshioka (cui non a caso è dedicato il film) e in generale il lavoro sulle scenografie. Però, insomma, pensavo che mi sarei guardato una roba sì stupidina, ma in grado di spazzarmi via lo sguardo e invece, eh, meh, beh. E poi c’è il resto.

Gli attori sarebbero anche ben scelti, fra i nani, Armie Hammer che a vestire i panni del cretino è sempre bravo, Lily Collins che è tutta cicci e Julia Roberts che è un’ottima bitch, ma vengono sfruttati male così come non sono sviluppate a dovere le varie idee, che pure ci sarebbero: i nani più protagonisti, una Biancaneve moderna e che vuole sfuggire alle convenzioni, un principe allo stesso tempo eroico e goffo e una regina quantomai piaciona, pure lei modernizzata e dalla battuta sempre pronta. Solo che i nani alla fine son poca cosa, lo spirito iconoclasta è proposto in maniera semplice e fin troppo segnalata con l’evidenziatore, il principe stanca in fretta e la regina, nonostante qualche battuta simpatica, è scritta in maniera goffa, troppo attenta a cercar d’essere “cattiva” solo fra i ristretti confini del film per famiglie. E alla fine il problema è tutto lì: gli ingredienti, sulla carta, c’erano e qualche cosa di positivo qua e là riesce anche ad emergere, ma lo fa nel contesto di un film barbosetto, mal sviluppato e per ampi tratti pure piuttosto imbarazzante.

Fun fact: nuovo record per Sean Bean che questa volta riesce a morire prima ancora di apparire.

Cannes e dintorni: primi film annunciati

Allora, visto che oggi c’ho un po’ da fare ma voglio comunque pubblicare qualcosa qua sul blog e dato che proprio qua dentro ho seguito il dramma da first world problems nei suoi momenti più tragici e nel successivo lieto fine catartico, rimbalzo qua sopra le prime informazioni relative all’edizione 2014 di Cannes e Dintorni. La manifestazione propone, sparsi per vari cinema milanesi, i film del festival di Cannes (più qualche simpatico intruso) e si terrà quest’anno dal 13 al 19 giugno. Di seguito, grazie a una pratica operazione di copia & incolla, i film già annunciati.

Concorso Ufficiale:
• DEUX JOURS, UNE NUIT di Jean-Pierre e Luc DARDENNE
• JIMMY’S HALL di Ken LOACH

Fuori Concorso:
• COMING HOME (GUI LAI) di Zhang YIMOU

Un Certain Regard:
• PARTY GIRL di Marie AMACHOUKELI, Claire BURGER e Samuel THEIS
Camera d’Or, Premio per il miglior cast

Quinzaine des Réalisateurs:
• NATIONAL GALLERY di Frederick WISEMAN
• PRIDE di Matthew WARCHUS

Per i “dintorni”, Far East Film Festival:
• THERMAE ROMAE II di Hideki TAKEUCHI

Il programma completo verrà reso disponibile su Lombardia Spettacolo martedì 10 giugno e ci sarà anche il tradizionale evento di presentazione, organizzato nella sede del Corriere della Sera per le ore 18:00 dello stesso giorno (Ingresso libero con prenotazione obbligatoria allo 02 67397831, dalle ore 14.30 alle ore 17.00). Che altro? I singoli biglietti costeranno 7,50 euro, la tessera per sei film viene via a 27 euro e quella da dieci film ne costa 40. A questo indirizzo qua si trovano informazioni un po’ più dettagliate sulla natura delle tessere, sulle modalità di acquisto e in generale sul funzionamento della manifestazione. E insomma, buona visione, ché mi mancano abbastanza, le rassegnine.

Fra l’altro, durante lo scorso weekend hanno proiettato al cinema qua a Parigi una decina scarsa dei film di Cannes, ma alla fine non sono andato a guardarmi nulla perché non era cosa.

Transformers 3

Transformers: Dark of the Moon (USA, 2011)
di Michael Bay
con Shia LaBeouf, Rosie Huntington-Whiteley e un po’ di gente a caso in ruoli cretini

Con la serie di Transformers c’ho uno strano rapporto di amore, odio, indifferenza, fastidio, fotta, divertimento, noia, whatever. Ho visto il primo film all’Arcadia. O almeno credo di averlo visto all’Arcadia. Mi sembra un genere di film che a quei tempi sarei andato a vedere all’Arcadia. E ricordo che mi aveva sorpreso in positivo e divertito. A rileggere quel che ne scrissi vedo un entusiasmo che onestamente mi pare un filo esagerato, anche rispetto all’impressione che m’è rimasta in testa, ma, ehi, si vede che mi ero divertito. E forse l’entusiasmo mi pare esagerato anche perché a filtrarlo c’è il ricordo del secondo episodio, che mi trascinarono a vedere all’Imax durante un viaggio di lavoro a Londra e mi annientò la voglia di vivere. Di quello ricordo un film cui tutto era enorme: lo schermo del cinema era enorme, Optimus Prime era enorme, l’azione era enorme, l’idiozia del racconto era enorme, il ridicolo a cui si concedevano gli attori era enorme, i miei testicoli, ora della fine, si erano fatti enormi. Era anche il primo film che mi guardavo all’Imax con quell’effetto schizofrenico delle scene che cambiavano formato sugli stacchi di montaggio e ricordo che la cosa mi aveva abbastanza infastidito. Il terzo film non sono andato a vederlo al cinema perché, beh, ero ancora troppo scottato dal secondo e, insomma, si vede che è uscito in un momento in cui non ero in trip da visione compulsiva di qualsiasi cosa passasse nel cinema di fiducia a Monaco.

Qualche settimana fa, però, visto che me lo davano tutto bello in accaddì e in lingua originale qua sulla TV francese, ho deciso di registarlo e dargli una chance. Sarà che ho un approccio ossessivo compulsivo alle saghe cinematografiche e m’infastidirebbe l’idea di andare, sai mai, a vedere il quarto senza  aver recuperato il terzo. Sarà che comunque ogni volta che su I 400 Calci venivano menzionati i suoi quaranta minuti finali mi assaliva la voglia di sapere di cosa stessero parlando. Sarà quel che sarà: me lo sono guardato. E che ho trovato? Ho trovato una porcheria ai limiti dell’intollerabile, con quaranta minuti finali che sono in effetti una bomba atomica anche su uno schermo casalingo, figurati cosa dovevano essere al cinema. Quaranta minuti in cui davvero succede di tutto, a tratti senza alcun senso, con la sola idea di mostrare la roba più grossa e spettacolare della storia e il risultato di riuscirci abbastanza, in un tripudio visivo davvero fuori scala. Il tutto, poi, messo in scena in una maniera molto meno confusionaria rispetto al passato, forse perché, fra cineprese 3D e Imax, Michael Bay è proprio fisicamente costretto a traballare molto meno. Ecco, quei quaranta minuti lì, il prezzo del biglietto se lo meritano. Il problema è che per arrivare a guardarli devi sucarti tutto quel che c’è prima. E non è poco. Ma proprio per niente.

Vero che c’è qualche altro bel momento action, nel corso del film, compresa la solita distruzione di un’autostrada, ma una fin troppo corposa fetta delle quasi due ore che precedono i quaranta minuti in questione è una roba oltre ogni limite dell’imbarazzo. No, non è è vero, il secondo film era ancora più insopportabile, ma siamo veramente alle sfumature e la cosa che più lascia sbigottiti è il fatto che nonostante a Michael Bay non interessi nulla della trama (anzi, sembra quasi odiare i suoi personaggi), questi si senta lo stesso in dovere di dedicare tutto quel tempo al raccontare vicende di esseri umani cretini, che fanno cose cretine e senza senso. Il problema è che è tutto lungo, interminabile, stanco, cretino, noioso, insopportabile e, OK, sono anche un po’ opinioni personali, ma sta di fatto che dopo venti minuti di film già cazzeggiavo su Twitter in attesa dell’esplosione successiva ed è una roba che non mi capita mai, anche davanti alle robe più stupidine. E invece qui sono arrivato addirittura a interrompere la visione subito prima dei quaranta famosi minuti, perché avevo altro da fare. I quaranta minuti li ho visti due giorni dopo, quando ormai mi ero purgato delle due ore di monnezza, come se fossero un film a parte. E in effetti quasi lo sono. Ecco, visto così, guardando solo quella parte finale, Transformers 3 è un filmone. Rimane cretino, eh, ma insomma, merita.

Detto questo, mi sa che il quarto vado a vedermelo all’Imax. Sarà che ultimamente m’è tornata la passione per le cose grosse al cinema sugli schermi grossi, sarà che vedere Grimlock grosso nel trailer all’Imax mi ha fatto venire voglia, sarà che se mi sostituisci Shia con Marky comunque mi diventi più simpatico, ma insomma, c’ho quasi voglia.

Lo spam della domenica pomeriggio: Laaalalalalalala, con il rewind!

Questa settimana su IGN ho estratto solo Rewind Theater! Uno doppio su Watch Dogs, uno sul trailer “di gameplay” di Batman: Arkham Knight e uno sul nuovo, ganzissimo, trailer di Guardians of the Galaxy. Su Outcast, invece, ho recensito The Last Door, che mi ha fatto cacare sotto, e il terzo episodio della seconda stagione del The Walking Dead Telltale, che mi ha fatto cacare e basta (seppur con riserva). Ma abbiamo anche buttato fuori il nuovo The Walking Podcast, ovviamente dedicato allo stesso argomento, e ieri ho uscito l’inevitabile Old! sul maggio del 2004.

E s’è anche registrato il nuovo Tentacolo Viola, in arrivo nei prossimi giorni.

La robbaccia del sabato mattina: Fotta galattica

Il nuovo trailer di Guardians of The Galaxy l’ho già coperto l’altro giorno ma non importa.

È bellissimo, non ce la posso fare. Comunque, questa settimana c’è stata una sacco di chiacchiera su un sacco di scemenze. Per esempio, c’è questa chiacchiera qua su quel che vedremo in Jurassic World, e non sembra male. E poi ci sono tutte le chiacchiere sui Guerre Stellari futuri, dal fatto che Gareth Edwards s’è visto affidare il primo degli spin-off (quello che pare potrebbe essere dedicato a Han Solo) a quel simpatico video con J.J. Abrams che si vede passare di fianco un alieno non fatto al computer, per la gioia di tutti quelli che hanno ancora la digestione rovinata dai prequel (colgo l’occasione per ricordare che sono l’unico al mondo che salva solo il primo, fra i tre, e che Il ritorno dello jedi non mi piace molto).

Intanto, giusto per cambiare completamente tono, ripercorriamo assieme la carriera da regista di Rob Zombie in attesa del suo prossimo film, che sembra quasi voler farci credere d’essere collegato a quella bomba atomica di La casa del diavolo.

Io alla fine gli voglio sempre bene, quindi ci credo forte. E tanto per restare su toni inquietanti…

Si intitola Foxcatcher, non ne sapevo nulla, lo voglio vedere subito. Ma subito, eh! E invece tocca aspettare fine anno. Poi ci sarebbe il trailer del nuovo film di Zach Braff, quello che ha realizzato grazie ai soldi raccolti su Kickstarter perché, povera stella, nessuno voleva investire nella sua seconda porcheria. Ho visto il poster e ho deciso che potevo fare a meno di guardare il trailer. Comunque, oh, sta tutto a questo indirizzo qua. Ma invece di parlare delle stronzate indie, parliamo delle stronzate coi soldi: quello là in cima è il logo ufficiale del nuovo film di Zack Snyder, per il quale sono riusciti a tirar fuori un titolo ancora più scemo di Batman Vs. Superman, vale a dire Batman V Superman: Dawn of Justice. Il che fra l’altro elimina qualsiasi parvenza di dubbio fosse rimasta sul fatto che il sottotitolo è Vogliamo fare anche noi The Avengers.

Questo qua sopra è invece il trailer di Kingsman: The Secret Service, il nuovo film di Matthew Vaughn ispirato a un fumetto di Mark Millar. Esatto, come Kick-Ass. Con fra l’altro Colin Firth che finalmente fa James Bond, anche se onestamente inizia a mostrare un po’ tanto gli anni che si porta sulle spalle. Ecco, sulla carta, dovrebbe essere un film che m’attira molto. E in effetti lo è. Solo che il trailer mi ha un po’ fatto passare la voglia. Non so bene il motivo, eh, ma l’effetto è stato quello. Boh.

Big Hero 6, invece, sembra una roba davvero deliziosa e supercicci, almeno se ci si deve basare su questo trailerino da cui non è che si capisca molto. A parte il fatto che, intendiamoci, non sembra inventare nulla di particolarmente nuovo. Ma d’altronde, “dai creatori di Ralph Spaccatutto” che vuoi pretendere? Ah, io nulla.

Eppoi c’è il trailer del documentario su Rogerino Ebert che s’intitola Life, Itself, come l’autobiografia, e che mi ha messo addosso il magone. Chiudiamo con una scemenza, va.

Mi sa che domani torno a guardarmi Godzilla all’Imax. Così, per sicurezza.

I primi due o tre mesi a fumetti del 2014 di giopep

Ordunque, siamo al 23 di maggio, è venerdì, ho un sacco da fare, sto per staccarmi un po’ dal computer per andare a stendere i panni ma prima voglio pubblicare qualcosa sul blog. Fra l’altro, è vero che siamo a maggio e che l’altro ieri ero praticamente in mutande sul balcone a prendere il sole, ma oggi fa addirittura quasi freddo e comunque piove. Senza contare che, nell’intervallo di tempo fra quando ho iniziato a scrivere questa frase e quando ho finito, ha smesso di piovere e ha fatto capolino il sole (ah, Parigi!). Quindi, insomma, mi sembra ci sia l’atmosfera adatta per aprire la bozza qua su Blogger in cui m’ero appuntato i fumetti letti in pieno inverno, nel periodo successivo al ritorno in Francia dopo le feste natalizie, e scrivere il relativo post. Si parla di roba recente, roba un po’ meno recente ma che ho comprato di recente e roba che stava da anni (decenni?) sullo scaffale a prender polvere e per qualche motivo m’è venuta voglia di leggere ora. Scrivo, come sempre, ben consapevole di ricordarmi poco o nulla di quel che ho letto, ma, ehi, che ci vogliamo fare, è venerdì.

Doonesbury – L’integrale 1970-1972 *****
Doonesbury è la classica striscia a fumetti americana di cui senti parlare spesso ma il cui protagonista non è uno di famiglia come, che ne so, Charlie Brown o Calvin. Eppure la curiosità ti rimane addosso, no? E allora l’ho sfogata quando mi sono ritrovato davanti questo malloppo, primo volume di una riedizione integrale (o sedicente tale) a cura di Black Velvet, e l’ho acquistato d’impulso. Il tomo mi sembra molto ben fatto, anche se si limita a una brossura e schiva la lussuosa scelta del cartonato dell’integrale dedicata ai Peanuts. Vanta un paio di testi introduttivi abbastanza approfonditi, che garantiscono il giusto contesto per il totale ignorante dell’argomento, e ha pure un bel lavoro su varie note d’accompagnamento per spiegare i riferimenti sociali, culturali e politici che non è scontato cogliere in una striscia americana di oltre quarant’anni fa. E insomma, non devo certo essere io a dire che Doonesbury merita, ma sì, merita, e merita l’edizione, soprattutto perché le note fanno il loro sporco lavoro e compensano quel pizzico di sapore che, con una traduzione di un’opera del genere, va inevitabilmente a perdersi per strada.

Animal Man #1 *****
Animal Man #2: “Origin of the Species” ***** 
Animal Man #3: “Deus Ex Machina” ***** 
Il ciclo di Animal Man firmato da Grant Morrison lo lessi tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, quando Play Press lo pubblicò all’interno di quella gran bella rivista a fumetti che era American Heroes. Che fra l’altro dovrei avere ancora da qualche parte a Milano, fra uno scaffale e l’altro nel box dell’archeologia. Però, era da un po’ di anni che per qualche motivo m’ero messo in testa di rileggermelo e quando, qualche mese fa, passeggiando qua a Parigi nella via delle fumetterie, mi sono ritrovato davanti i paperback americani, beh, non ho resistito. E mi sono riletto l’intero ciclo tutto d’un colpo (dopo averlo acquistato e portato a casa, eh!), ritrovando quei disegni onestamente un po’ limitati che fanno tanto Vertigo dei bei tempi ma anche quell’incredibile potenza narrativa, carica d’invenzioni, poesia, momenti del tutto fuori di cozza e devastante intensità drammatica. È invecchiato davvero poco, anche perché tanto i disegni erano vecchi già in partenza.

Powers #14: “Gods” *****
Tosto, brutale, pieno di colpi di scena, mette addosso una gran voglia di vedere come andranno avanti le cose. E in generale è sempre bello vedere il desiderio di reinventarsi un po’.

La principessa Zaffiro #1/3 ****
Il solito, adorabile, Osamu Tezuka, che riesce a mescolare nella stessa minestra toni totalmente bambineschi e surreali, situazioni da favoletta, melodramma esagerato, temi adulti e fortissimi e trovate sempre talmente ricche di fantasia da risultare fresche ancora oggi. Qua, poi, c’è tutto un giocare con la lingua giapponese che le note dei traduttori italiani cercano di mettere in evidenza come possono e danno alla storia un taglio ancora più assurdo. L’ho comprato millenni fa per curiosità, non l’avevo mai letto perché boh, alla fine l’ho adorato come ogni cosa che leggo di Tezuka.

Il prigioniero delle stelle *****
Quella fantascienza a fumetti europea affascinante, ricca, spessa, piena di cose da dire (e di tette da mostrare) e che non è poi completamente nelle mie corde per un modo di raccontarsi in fondo molto bonelliano, ma alla fine merita tantissimo. Fra l’altro è un volume Urania che mi aveva smollato alegalli in redazione tanti anni fa e c’ha ancora appiccicato l’adesivo col prezzo dell’Auchan Rescaldina. Ciao alegalli.

Tintin Au Pays Des Soviets ****
Tintin Au Congo *****
Ho iniziato, con molta calma, a leggermi Tintin all’interno del programma “sto studiando il francese, tanto vale provare a usarlo”. E sto trovando un fumetto affascinante e fuori dal tempo, sicuramente fantasioso nei racconti, forse qui ancora un po’ acerbo, che onestamente mi risulta un po’ “antipatico” per il trattamento che ogni tanto riserva ad animali e minoranze etniche (con tutto il beneficio del dubbio riservato a un’opera vecchia di millenni). Ma insomma, bello.

Green Arrow: Year One ****
Le origini di Oliver Queen raccontate in maniera semplice, efficace e sostanzialmente tutta incentrata sull’azione e sulla dinamicità dei disegni di Jock. A dirla tutta, me lo sono procurato solo perché stavo guardando la prima stagione di Arrow, avevo letto da qualche parte che si ispirava in parte a questa storia e m’era venuta la curiosità. Gradevole, ma insomma, trascurabile, dai.

Marvel – Giugno 2009 ***/****
C’ho l’abbonamento ai fumetti Marvel in digitale sul sito e ogni tanto mi metto lì e vado avanti così, a caso. Del resto c’è un sacco di roba bella e poi, insomma, ci sono affezionato. Ovviamente non ce la farò mai a recuperare, ma chissenefrega. Sta di fatto che non ha molto senso mettermi qua a scrivere di singoli episodi presi a caso. Devil era ganzo. Norman Osborn stava facendo un gran casino. Brian Michael Bendis è sempre un piacere.

The Forever People *****
Jack Kirby. L’assurdo. L’inventiva. La storia. Una certa ingenuità retrò che lo rende in alcuni aspetti oggi un po’ ostico. Ma, cacchio, che roba. Che immagini. Che follia insensatamente meravigliosa.

Invincible#19: “The War at Home” *****
Ho perso il conto delle volte in cui ho affermato che secondo me il vero grande fumetto di Robert Kirkman è questo ma, ehi, non fa mai male ripeterlo.

Quelli che ci ho pensato fortissimo ma non mi viene proprio in mente nulla da scrivere e del resto, oh, sono passati mesi, abbiate pazienza, comunque mi ero appuntato le stelline, quindi li metto comunque qua in fila
Black Jack # 2/4 *****, Città di vetro ****, Cyborg: Lo Shock del futuro #1/7 ***/****, Excalibur ****, Excalibur: Mojo Mayhem ****, Freak Angels #1 **, La corazzata Yamato ****, Legione Aliena: Sul Limite ***, Lobocop ***, Machine Man ***, Martian Manhunter: Segreti americani ****, Silver Surfer Classic #1 ***, Silver Surfer [Play Extra #1] ***, Swamp Thing: Radici ****, The Authority: L’anno perduto *****

Quelli che ne ho scritto o parlato altrove e quindi metto il link ad altrove
Robocop Versus Terminator ****

Quelli che ho scritto in altre occasioni dei numeri precedenti e non ho niente da aggiungere e mi limito quindi a metterli qua in fila con le stelline che mi ero appuntato
Archivi di Nexus #2/3 *****, Fables #19 – Snow White *****, Saga #3 *****, The Walking Dead # 20: “All Out War” *****

X-Men: Giorni di un futuro passato

X- Men: Days of a Future Past (USA, 2014)
di Bryan Singer
con Hugh Jackman, James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Nicholas Hoult e un sacco di altra gente fra cui Anna Paquin che è il settimo nome del cast anche se appare per tre secondi netti

Nel chiacchierare del film durante i mesi passati è stato detto più e più volte: questo è l’X-Men cinematografico più grande e ambizioso di sempre, quello più abnorme nel senso di scala dell’azione che mette in scena, quello che punta più alto dal punto di vista del cast e della vastità del racconto. E in fondo è vero. Il macello che viene messo in scena nel gran casotto finale, in un notevole montaggio alternato fra i due piani narrativi in ballo, è davvero uno spettacolo che supera abbondantemente il disastro ad Alcatraz del terzo film e mostra muscoli in genere tenuti nascosti dalla serie. Ed è probabilmente vero anche che coordinare un cast così ampio e ricco dev’essere stato un delirio organizzativo da mal di testa infinito. Senza contare che, sul piano narrativo, c’è l’ambizione di far convergere in un unico punto quelle che di fatto stavano diventando due serie quasi separate (o magari anche tre, se consideriamo i film dedicati a Wolverine). Quindi sì, grande ambizione. Il paradosso sta nel fatto che, allo stesso tempo e tutto sommato per gli stessi motivi, al racconto di Giorni di un futuro passato l’ambizione finisce anche un po’ per mancare, nel momento in cui tende a concentrarsi troppo sul proprio ombelico e a raccontare una storia sostanzialmente a solo uso e consumo di chi ha seguito la serie fino a qui, la cui forza emotiva risiede in larga parte nella risoluzione di conflitti che son bene o male sempre quelli da oltre un decennio.

In fondo, Bryan Singer, nel tornare alla serie con cui – dopo il successo di Blade – ha definitivamente aperto l’era dei supereroi al cinema, ha compiuto un’operazione che per molti versi ricorda quella di Superman Returns. X-Men: Giorni di un futuro passato è un film che guarda brutalmente al passato (eh… ) e si riallaccia con affetto non solo a X-Men: L’inizio, ma anche e soprattutto, ai primi due episodi che proprio Singer aveva diretto. Lo fa sul piano narrativo tanto quanto su quello formale, recuperandone la colonna sonora e infilando da tutte le parti richiami più o meno evidenti a immagini, battute, sequenze iconiche di quelle due pellicole. Ma lo fa anche, va detto, senza ignorare quel che è venuto dopo, anzi. La complessità dell’operazione, in questo senso, è notevole, perché il film si dimostra rispettoso dell’intera storia cinematografica mutante e prende in considerazione e in qualche modo omaggia tutto quel che è venuto prima, utilizzando sotto forma di flashback immagini da quasi ogni singolo episodio (compreso l’odiato X-Men: Le origini – Wolverine, escluso solo Wolverine – L’immortale). Tutto viene messo in conto, tutto viene utilizzato, si strizza perfino l’occhio a Kelsey Grammer e poi si passa lo spazzolone. Già, perché l’altra operazione che viene in mente, come era prevedibile, è quella dello Star Trek di J.J. Abrams, per il modo in cui vengono utilizzati i viaggi nel tempo al fine di ritrovarsi con botte piena e moglie ubriaca, facendo convergere tutto quanto in una passata di spugna che allo stesso tempo concede dignità a tutto quel che si è visto prima, congeda il passato con inchino e bacetto affezionato sulla fronte e segna un punto di partenza per una nuova vita dei mutanti Marvel al cinema.

Si trattava evidentemente di un obiettivo fortemente inseguito e che del resto ha senso se pensiamo che la Fox sta provando pure lei a rincorrere il successo dei Marvel Studios, con ben tre film mutanti previsti a cadenza annuale dal 2016 in poi. E l’obiettivo è centrato in pieno, perché sotto quel punto di vista il film funziona e lo fa riuscendo comunque ad essere bene o male comprensibile anche come creatura a sé stante, una sorta di bizzarro frullato che mescola le mazzate da supereroi con un bel racconto di fantascienza incentrato su futuri distopici e paradossi temporali. Il prezzo da pagare sta in quell’amore tutto hollywoodiano per la didascalia, in quella scarsa fiducia – magari anche giustificata – nei confronti dell’attenzione di chi guarda, che risulta in una parte centrale afflitta dal morbo dello spiegone. Praticamente tutti i personaggi principali sono lì in placida attesa, col loro bel numerino stretto in mano, per il momento in cui avranno occasione di salire sul palchetto e fare il riassunto di quel che sta accadendo, dove stiamo andando e quale sia la missione, descrivere con perizia i temi principali del racconto e fornire qualche cenno sul passato per dare colore. Il risultato è che il film s’arena un po’ verso metà, in attesa di riprendersi poi verso il gran finale, esattamente nella stessa maniera in cui si arena un po’ verso metà la stragrande maggioranza dei blockbuster moderni obbligati per contratto a sfondare le due ore.

“Fidati: punta tutto sulla Lazio.”

Nel complesso, però, X-Men: Giorni di un futuro passato è un film che funziona e riesce abbastanza nell’impresa impossibile di far girare in maniera equilibrata un cast tanto numeroso. Certo, non tutti hanno lo stesso peso, ma i vari pezzetti del puzzle s’incastrano bene fra di loro e forse l’unico ad uscire un po’ male è Bolivar Trask. Come personaggio è anche affascinante e Peter Dinklage lo tiene in piedi di solo carisma, ma fa talmente poco che per paradosso quasi emerge di più il faccione spigoloso di Josh Helman, impiegato a dare volto e continuità al personaggio di William Stryker (cattivone di X-Men 2 e X-Men: Le origini – Wolverine). Ma di fondo, l’assenza di veri e propri antagonisti carismatici è un po’ il pregio e il limite di questa serie cinematografica, cui sembra spesso interessare molto più il conflitto “razziale” e il metaforone che l’avere una macchietta a fare da bersaglio cui tirar le pizze. E in questo senso il film funziona davvero bene e regala un crescendo finale emozionante e azzeccato, per quanto magari un po’ traballante sul confine con lo stucchevole.

Ma, di nuovo, la sceneggiatura fa davvero i salti mortali – e li fa bene – per dare un senso a tutto quanto e, sebbene il film si concentri molto sul raccontare l’evoluzione di Xavier e sul portare in primo piano Mystique, tutti hanno un loro senso nella storia e i vari Jackman, Fassbender, McAvoy e Lawrence si caricano in spalla il racconto e se lo gestiscono a botte di bravura e di carisma. Con menzione d’onore per Nicholas Hoult che è davvero tanto cicci e adorabile. Il resto lo fa Singer, che agli X-Men ci tiene e si vede. Dal punto di vista visivo il film è un interessante e azzeccatissimo miscuglio, che prende l’immaginario visivo definito dallo stesso regista tanti anni fa e lo filtra attraverso scelte registiche contestualizzate nel periodo storico, quasi a voler dare, almeno per brevi tratti, la sensazione di stare guardando un film girato negli anni Settanta. Le scene d’azione, poi, sono potenti, efficaci e soprattutto ingegnose. Singer non tira fuori forse un pezzo di bravura pari all’esordio di Nightcrawler nel secondo X-Men, ma ancora una volta dà il meglio quando riesce a concentrarsi sui poteri più fuori di cozza, per esempio utilizzando le capacità di Blink per coreografare un paio di battaglie davvero suggestive.

Ma ovviamente il meglio arriva con l’introduzione del personaggio che nelle foto promozionali sembrava quello più inguardabile e faceva imbestialire i fan pignoli integralisti. Il Quicksilver di Evan Peters è semplicemente spettacolare per scrittura, interpretazione e messa in scena dei poteri. Singer gli dedica una ventina di minuti, durante i quali Peters prende completamente possesso del film e non lo molla un attimo fino alla sua uscita di scena. La sua esibizione al Pentagono è divertente, coinvolgente, sorprendente… insomma, funziona a meraviglia, vale da sola il prezzo del biglietto e non a caso già si chiacchiera di dargli un ruolo più ampio nel prossimo film. Tra l’altro, nella nerdottica dell’adattamento, X-Men: Giorni di un futuro passato è un gran bel lavoro, che prende spunto da una storia fondamentale per i mutanti Marvel e la inserisce molto bene nel contesto della serie cinematografica. E in più, quasi ogni singola inquadratura ha le strizzatine d’occhio e le tirate di gomito che escono dalle fottute pareti. Poi, certo, se si vuole l’adattamento fedele alla lettera è meglio andare altrove, ma quello era chiaro già quattordici anni fa col Wolverine alto un metro e novanta e le differenze d’età fra i personaggi ai limiti del penale.

Ah, dopo i titoli di coda c’è lo schizzettino über-geek. Restate seduti.