Archivi tag: Danny DeVito

Wiener-Dog

I film di Todd Solondz sono un po’ tutti delle commedie nere. Anzi, delle commedie nere. I suoi personaggi si muovo immersi in uno strato di pece talmente cupa che quando ne fuoriesce un lampo di speranza, per esempio nel secondo dei quattro episodi di cui è composto Wiener-Dog, ci rimani quasi male. Non è che le risate manchino, perché di certo Solondz ha anche un delizioso gusto per l’assurdo, il paradossale, la gag fulminante piazzata nel modo meno prevedibile, ma tendono ad essere sempre un po’ soffocate. Sarà che ci vuole molto pelo sullo stomaco per ridere serenamente dei suoi personaggi tanto patetici quanto umani, sarà magari che le risate messe di traverso fra le tragedie sono per forza amare, sarà che con un finale come quello che c’è qui, infame, brutale, asciutto, difficilmente si esce da un suo film col sorriso sulle labbra

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The Big Kahuna


The Big Kahuna (USA, 1999)
di John Swanbeck
con Kevin Spacey, Danny DeVito, Peter Facinelli

The Big Kahuna racconta una giornata nella vita di Larry, Phil e Bob, tre impiegati di un’azienda che si occupa di lubrificanti. I tre devono partecipare a una convention e hanno come primario obiettivo quello di far diventare Dick Fuller (da Larry ribattezzato “Big Kahuna”) cliente della loro azienda. Ma tutto questo è solo un pretesto, da cui il film di John Swanbeck parte per raccontare delle personalità, dei differenti sistemi di valori e di quanto è racchiuso nelle testoline dei suoi personaggi.

I ritmi sono quelli della piece teatrale da cui è tratto il film, e non c’è il minimo tentativo di nasconderne le origini. Al di là di qualche digressione, l’intera pellicola è ambientata nella stessa stanza ed è basata sui dialoghi fra i tre personaggi, dominati dai monologhi di Kevin Spacey. La sua interpretazione, elegante e riuscita come sempre, tiene in piedi da sola il film, senza comunque far sfigurare il sempre ottimo DeVito e uno sconosciuto, ma efficace Peter Facinelli.

Ricco di spunti interessanti e ben recitato, The Big Kahuna soffre un certo calo di ritmo nella seconda parte, paga il fatto di credersi più divertente di quanto non sia e mi sembra, in tutta franchezza, un po’ troppo inconcludente. Allo stesso tempo, però, offre spunti molto interessanti e riflessioni non banali sul modo in cui le persone si approcciano alla religione, al lavoro, alle relazioni interpersonali. Magari a teatro funzionava meglio…