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I fantastici quattro

Fantastic 4 (USA, 2015)
di Josh Trank
con Miles Teller, Jamie Bell, Kate Mara, Michael B. Jordan, Tobey Kebbell, Reg E. Cathey, Tim Blake Nelson

Ed eccolo, è lui, l’altro disastro annunciato di quest’anno a tema supereroi, quello che ha fatto uscire di senno i fan per le scelte di casting “etnicamente discutibili”, quello che ci è stato nascosto a lungo generando il timore che ci fosse qualcosa da nascondere, quello dalla produzione travagliata e il cui regista avrebbe piantato talmente tanti casini (compresa la distruzione di una villa ad opera dei suoi cani) da spingere la Disney a levargli dalle mani lo spin-off di Star Wars che sarebbe dovuto essere il suo progetto successivo. Quello. Beh, nonostante tutto, con Ant-Man ci è andata bene, quindi magari uno poteva anche essere ottimista, ma no, “quello” non ce l’ha fatta. Il tentativo di rilanciare al cinema il super gruppo originale Marvel ha i suoi aspetti positivi e qualche bella intuizione che ti lascia addosso un fastidioso senso di occasione sprecata, ma è nel complesso un film bruttarello, pasticciato e soprattutto affossato da una pessima parte conclusiva. È andata proprio male.

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Snowpiercer

Snowpiercer (USA/Corea del sud, 2013)
di Joon-ho Bong
con Chris Evans, Jamie Bell, Kang-ho Song, John Hurt, Octavia Spencer, Tilda Swinton, Ed Harris

Quello di Snowpiercer è uno di quei futuri fantascientifici mandati in vacca all’insegna delle migliori intenzioni. Nei suoi primi minuti, il film ci racconta che l’umanità, posta di fronte a una situazione di riscaldamento globale ormai innegabile e totalmente fuori controllo, decide infine di agire, sparando in cielo una sostanza chimica pensata per riportare la situazione a livelli accettabili. Solo che la sostanza in questione funziona troppo bene e finisce per scatenare una nuova era glaciale a cui non sopravvive praticamente nessuno. Si salva unicamente chi è salito a bordo di un treno dal moto perpetuo, capace di autoalimentarsi e tenere in vita i propri passeggeri. Al suo interno, quindi, si trova ciò che rimane dell’umanità e ovviamente ci vuole molto poco perché si crei il classico ecosistema con i benestanti che vivono nel lusso dei primi vagoni alle spese dei pezzenti rintanati in coda al treno. Ma ai pezzenti girano i cinque minuti e a quel punto comincia il film.

Le premesse di Snowpiercer sono, ovviamente, parecchio assurde e immagino ci voglia poco a smontare la credibilità di questo trenino che se ne va in giro felice salvando i suoi passeggeri. Una volta assorbito questo “problema”, e se non si è in grado di assorbirlo è forse meglio farsi un esamino di coscienza e lasciar perdere, ci si può godere il notevole film d’esordio occidentale per Joon-ho Bong (Memories of Murder, The Host, Mother), ultimo – e probabilmente non ultimo – nel recente carosello di registi sudcoreani importati dalle nostre parti. Snowpiercer, nonostante le sue assurde premesse, è un film di fantascienza (o fantasy o quel che vi pare) solido, intelligente, che ha qualcosa da dire e che appassiona con la sua forza brutale e trascinante. Ha la forza e la personalità del suo regista, che del resto ha scritto la sceneggiatura di mano sua (assieme al notevole Kelly Masterson di Onora il padre e la madre), uno sviluppo amaro e convincente, nonostante magari qualche salto logico rivedibile, e una scena d’azione centrale dalla bellezza stordente. Arrivato a quel punto, ammaliato fin dall’inizio, ho deciso che era appena diventato il mio film preferito di quest’anno fra quelli che dubito arriveranno in Italia quest’anno.

Snowpiercer avanza assieme ai suoi protagonisti da un vagone all’altro, riservando ogni volta una sorpresa, perché tanto loro quanto gli spettatori non sanno mai cosa si celerà dietro ogni porta. E le sorprese arrivano davvero, pur fra qualche banalità, all’insegna dello spirito surreale che ci si aspetta da Joon-ho Bong e che in qualche modo unisce qui la sua meravigliosa costruzione dell’immagine con un gusto e un approccio più occidentali. È un film micidialmente cupo, che non risparmia i colpi bassi, affronta il suo futuro distopico interrogandosi su quanto e cosa siamo disposti a fare per sopravvivere, sulla moralità posta di fronte alla sopravvivenza, e tira dritto sul proprio binario (ehm) fino alla potente conclusione. Ha forse il solo limite di rallentare un po’ troppo nel pre-finale, quando viene dato spazio agli spiegoni firmati Ed Harris, per arrotolarsi attorno ai suoi colpi di scena e preparare il botto conclusivo. La cosa, di fondo, funziona, ma quel suo improvviso tirare il freno dopo un’ora che – nonostante un ritmo piuttosto blando – acchiappa disperatamente per non mollarti un secondo, beh, sgonfia in parte l’entusiasmo.

Ed è subito copertina su Facebook!

Eppure, nonostante questo, Snowpiercer rimane un gran film, proprio per il suo far quel che deve e vuole senza guardarsi mai indietro. Oltretutto, al servizio di Joon-ho Bong c’è un cast eccellente: i caratteristi di contorno sono perfetti come sempre ed Ed Harris e Tilda Swinton vanno brutalmente sopra le righe, ma il contesto lo richiede e da un film del genere, diretto da un regista del genere, non ci si può aspettare altro. Quanto al trio di testa, più o meno, non si può dire loro nulla: Kang-ho Song è una certezza, Jamie Bell non si fa odiare e Chris Evans è sorprendentemente bravo, una volta tanto, a tenersi il film sulle spalle e a interpretare un ruolo cupo, con tanto di monologo drammatico sul finale espresso in maniera dignitosa. Per uno che fino a oggi ha sempre dato il meglio quando doveva fare la spalla cretina, non è poco. Che questo avvenga per mano di un regista coreano, forse, vuole dire qualcosa. Anche se non so bene cosa.

L’ho visto al cinema qua a Parigi. Se IMDB non mente, la Francia è l’unica nazione occidentale in cui il film è già uscito, nonostante il cast lo renda sicuramente appetibile. Immagino abbia giocato un ruolo nella distribuzione il fatto che Snowpiercer è ispirato a un fumetto francese. Se Wikipedia non mente, i diritti per l’Italia sono in mano a Koch Media. Speriamo bene.