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X-Files – Voglio crederci

Il primo film di X-Files fu una produzione per certi versi quasi sperimentale e coraggiosa, seppur chiaramente resa più semplice dalle dimensioni di fenomeno globale pop che la serie aveva ormai raggiunto in quegli anni. Era un vero e proprio episodio della serie TV, di quelli belli ciccioni e doppi da un paio d’ore, assolutamente inserito nella narrazione della “mitologia” aliena ma realizzato coi mezzi e il respiro di una produzione cinematografica e sparato nelle sale. Da un lato, quindi, era perlomeno un po’ criptico per il curioso che provava a guardarselo pur essendo poco aggiornato sulla serie, dall’altro costringeva l’appassionato a staccare il culo dal divano se non voleva perdersi una puntata piuttosto importante. Il tutto nel 1998, ancora lontanucci dallo scenario attuale in cui le serie TV dominano il mondo. Il secondo film di X-Files, invece, è una manovra senza senso.

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X-Files – Stagione 9

La nona stagione di X-Files è meglio dell’ottava stagione di X-Files. O, insomma, è meglio di quel che mi ricordo dell’ottava stagione di X-Files, che dopo otto anni di processo di rimozione inconscio per autodifesa, beh, non è molto. Anzi, se devo essere sincero, non mi ricordo nulla, mentre ricordo tutto sommato abbastanza le precedenti annate. Sarà un caso? Comunque, sono andato a rileggermi quel che avevo scritto dell’ottava stagione di X-Files e, beh, sì, mi sento di affermarlo con forza: meglio la nona. Non che sia un grosso risultato e, intendiamoci, non che per questo ne venga fuori una stagione della madonna, ma la sostanza è che mi sono messo a guardarla solo perché a breve arriva la nuova miniserie e io c’ho le mie manie ossessivo compulsive di completezza, m’aspettavo di soffrire come un cane per diciannove episodi e invece sono tutto sommato andati via in maniera innocua, fra qualche porcheria, qualche puntata inutile e qualche bella sorpresa. Poteva andare peggio.

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The Lone Gunmen

The Lone Gunmen (USA, 2001)
creato da Chris Carter, Vince Gilligan, John Shiban, Frank Spotnitz

con Bruce Harwood, Tom Braidwood, Dean Haglund, Stephen Snedden, Zuleikha Robinson

Per quale motivo una persona sana di mente, in pieno 2015, dovrebbe mettersi a guardare la serie TV dedicata ai tre amici nerd di Fox Mulder, prodotta nel 2001 e abbandonata dopo appena tredici episodi, con tanto di cliffhanger finale poi risolto nella stagione conclusiva di X-Files? Probabilmente un motivo non esiste e la risposta è che non sono una persona sana di mente, ma tant’è, è quel che ho fatto. In pieno 2015 mi sono guardato The Lone Gunmen. E, pensa te, non mi sono neanche (troppo) pentito di averlo fatto. Cose che capitano.

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X-Files – Stagione 7

The X-Files – Season 7 (USA, 1999/2000)
creato da Chris Carter
con David Duchovny, Gillian Anderson

La settima stagione di X-Files si apre esattamente come si era chiusa la sesta: nel bel mezzo di un colossale tuffo nella merda. Concluse praticamente tutte le questioni di trama lasciate in sospeso, Chris Carter e compagni si ritrovano senza praticamente più nulla da raccontare, ci ammorbano con un episodio triplo a cavallo fra le due annate lento, sfiancante, e che sembra davvero non avere nulla da dire e sembrano proprio tirare avanti solo per forza d’inerzia.

La totale assenza di spunti narrativi legati alla mitologia è frutto dell’aver giustamente voluto tirare le fila dei vari discorsi nell’annata precedente, ma si paga con un’altrettanto totale mancanza d’idee, che finisce per generare trovate a effetto francamente abbastanza gratuite. E così ci si ritrova con un doppio episodio (Sein Und Zeit/Closure) che racconta “finalmente” i segreti dietro alla sparizione della sorella di Fox Mulder, forse unico vero discorso ancora parzialmente lasciato in sospeso, tirando fuori dal nulla una spiegazione che nega tutto quanto detto fino a quel momento e puzza di artificioso e ridicolo.

Attorno alla pochezza con cui (non) viene portato avanti il discorso legato alla minaccia aliena, si dipanano una serie di episodi piatti, banali, autocompiaciuti, ben lontani dall’inventiva e dall’originalità che hanno reso famosa la serie. Certo, ci sono buoni momenti, che mai come in questo caso si legano soprattutto alle puntate capaci di non prendersi troppo sul serio e di scherzare con lo spettatore (The Goldberg Variation, The Amazing Maleeni, X-Cops, Hollywood A.D., Je Souhaite). E lascia tutto sommato perplessi che, al di là dell’ottimo – ma isolato – episodio En Ami, una serie nata e diventata famosa per le sue atmosfere misteriose e tenebrose finisca per dare il suo meglio solo quando smette di prendersi sul serio.

Ma d’altra parte l’impressione è che a furia di abusarne il giocattolo abbia finito per rompersi. Col senno di poi, mettendo assieme gli episodi riusciti di sesta e settima stagione si sarebbe ottenuto un singolo anno di buona qualità, degno seguito degli strepitosi quarto e quinto. Tanto più che l’episodio finale, seppur eccessivamente frettoloso, mette sul piatto una serie di novità interessanti, che sanno un po’ di ultima spiaggia, ma avrebbero tutto sommato potuto dar vita a un anno conclusivo dalle buone premesse.

E invece ci siamo sorbiti una lunga serie di episodi senz’arte ne parte, col dubbio vantaggio di aver visto una superflua appendice per Millennium (bello dare a Frank Black la possibilità di tornare in azione sul cambio di millennio, ma la puntata lascia abbastanza a desiderare) e la certa tristezza di aver dato modo a Gillian Anderson di scrivere e dirigere il suo primo, inguardabile, episodio. Senza contare le successive due stagioni, che non ho ancora visto, ma che mi fanno un po’ paura.

Millennium – Stagione 3


Millennium – Season 3 (USA, 1998/1999)
creato da Chris Carter
con Lance Henriksen, Klea Scott, Brittany Tiplady, Terry O’Quinn

La terza stagione di Millennium, esattamente come la precedente, soffre di un avvio molto faticoso. Ancora una volta, cambiano gli autori, con l’allontanamento della premiata ditta Morgan/Wong e l’introduzione di Chip Johannessen nelle vesti di executive producer. E questo genera un evidente impaccio iniziale nella gestione di storie e personaggi, con una prima manciata di episodi davvero deludenti. Poi, però, proprio come era accaduto con la seconda stagione, le cose migliorano e questa terza annata, pur con tutti i problemi derivanti dalla chiusura anticipata, si rivela ancora una volta un’ottima visione.

Prima di cedere il posto a una seconda parte di episodi quasi del tutto dedicata alla risoluzione delle trame in sospeso, l’obiettivo si sposta nuovamente sui serial killer, con atmosfere che ricordano per certi versi quelle della prima stagione. Sotto altri punti di vista, però, il terzo anno sceglie vie inedite per la serie, approfondendo il rapporto fra il protagonista e sua figlia (interpretata dalla sempre bravissima Brittany Tiplady) e introducendo una nuova presenza fissa femminile al fianco di Frank Black, nelle vesti di una collega dell’FBI. Già, FBI: Frank ha abbandonato il Millennium Group, è tornato a fare l’agente federale e ha deciso di dedicarsi alla sistematica demolizione di tutto ciò che il gruppo rappresenta e ha rappresentato.

Questo, di fatto, cambia abbastanza le dinamiche dei rapporti fra lui e Peter Watts, che da amico e spalla diventa antagonista, anche se in perenne bilico fra bene e male. Ma il vero cambiamento sta soprattutto nella presenza dell’agente Emma Hollis, che avvicina abbastanza palesemente Millennium a “papà” X-Files. In fondo, tematiche e atmosfere saranno anche diverse, ma se hai per protagonisti una coppia di agenti dell’FBI di sesso opposto, intenta ad indagare su casi che spesso sfociano nel paranormale, beh, una minima sensazione di déjà vu ti viene per forza.

Ciononostante la serie riesce a mantenere una sua distinta identità, ma – come ovvio – paga pesantemente la scelta di chiudere tutto anzitempo. Millennium vive così il paradosso di essere un serial evidentemente programmato per raggiungere il suo culmine narrativo al termine del 1999 e che si ritrova invece a dover chiudere baracca e burattini parecchi mesi prima. Giocoforza la risoluzione delle varie trame lascia abbastanza a desiderare, divisa com’è fra discorsi terminati frettolosamente e altri abbandonati proprio a metà.

Non c’è insomma una reale chiusura: la missione di Frank Black rimane aperta, così come il destino suo e della figlia. Non veniamo a conoscenza dei reali piani del Millennium Group e non scopriamo che fine faranno Peter Watts e la scomparsa Lara Means. Non vediamo realmente risolto il conflitto fra il protagonista e la mefistofelica Lucy Butler, così come non sapremo mai quanto Emma Hollis avrebbe potuto farsi coinvolgere in tutto questo. E così come si vedono svanire nel nulla buona parte delle tematiche più mistiche e religiose delle due passate stagioni, ci si trova ad osservare altri discorsi chiusi davvero con troppa fretta. Basti pensare al personaggio dell’agente Barry Baldwin, appena abbozzato per una ventina di episodi, improvvisamente portato a compimento nel giro di mezz’ora.

Di fronte alla delusione di un finale frettoloso e tirato via, però, c’è la consapevolezza di avere ancora una volta potuto apprezzare pezzi di ottima televisione. Da sarcastici divertissement come Thirteen Years Later e Omerta all’intenso psicodramma Trough a Glass Darkly, passando per le toccanti e intense trovate di Borrowed Time: Millennium convince senza dubbio anche in questa annata finale. E lo fa nonostante il citato avvio zoppicante e nonostante il gran numero di episodi dedicati alla lotta contro il Millennium Group, pur rappresentando un affresco convincente, non riesca a raccontare che una minima parte di quanto avrebbe dovuto.

Si chiude così, lasciando un grosso senso di incompiuto, una serie per certi versi troppo avanti per i suoi tempi, che ha pagato forse l’insostenibile concorrenza di X-Files e la fin troppo facile predisposizione ad essere fraintesa per una copia sbiadita dell’altra serie di Chris Carter. Incostante e incoerente, oscura e perversa fino allo sfinimento, capace di divertire, commuovere e spaventare, dannata oltre che dalle tematiche affrontate, da un continuo tentativo di rinnovamento, profondo al punto di rendere totalmente diverse fra di loro le tre stagioni che la compongono. Imperfetta e schizofrenica, ma forse anche per questo tremendamente affascinante.

X-Files – Stagione 6

The X-Files – Season 6 (USA, 1998/1999)
creato da Chris Carter
con David Duchovny, Gillian Anderson

Affrontare la sesta annata di X-Files in pieno 2006 senza avere addosso un po’ di timore è davvero impossibile. In parte per l’altissimo livello qualitativo delle due stagioni precedenti, che ovviamente avevano fissato uno standard difficile da eguagliare, un po’ perché praticamente quasi tutti coloro che a suo tempo l’hanno seguita identificano con questi ventidue episodi il vero e proprio “inizio della fine”. Il crollo qualitativo, il tuffo nell’abisso, la morte di X-Files e la nascita di legioni di spettatori insoddisfatti, che continuavano a seguire fedelmente in TV le avventure di Mulder e Scully, ma lamentavano la scomparsa qualità dei bei tempi.

Di fronte a premesse tanto cataclismatiche, beh, si rimane un po’ perplessi, nello scoprire che in realtà, per una dozzina buona di episodi, il serial si mantiene su livelli decisamente alti. Gli episodi della “mitologia”, che portano avanti la trama principale dedicata al tentativo d’invasione da parte degli alieni, cercano di fare ordine nel maelstrom d’informazioni creato dalla quinta stagione e lo fanno molto bene. La storia riprende esattamente da dove si era interrotta col film, ma nella sostanza compie una decisa virata: si smette di gettare carne sul fuoco a oltranza e si cerca invece di fare chiarezza.

Praticamente quasi tutti i segreti che hanno accompagnato i fan per cinque anni vengono messi a nudo e, sebbene questo tolga certamente un po’ di fascino misterioso, bisogna dire che cominciava francamente ad essere ora. Sotto questo punto di vista, poi, la visione delle sei annate a stretto giro di tempo (magari non strettissimo, ma comunque sufficiente per avere chiari in testa i vari elementi sparsi in giro) fa guadagnare al racconto chiarezza e compattezza. E a conti fatti tutte le rivelazioni e spiegazioni convincono, dicono esattamente quello che gli indizi suggerivano e non sembrano campate per aria.

Gli sceneggiatori, insomma, tirano le fila, fanno il punto della situazione e piazzano anche un bel colpo di mannaia, che chiude alcuni discorsi lasciati in sospeso, fa piazza pulita di personaggi e pone base interessanti per ciò che dovrà venire. Questo, perlomeno, succede nei quattro episodi esplicitamente dedicati alla mitologia (The Beginning, S.R. 819, Two Fathers e One Son). Ma non solo: nella prima parte di stagione si vedono anche molti singoli racconti davvero riusciti, su tutti gli azzeccatissimi Drive e Triangle, e una splendida, catartica, divertente e attesissima avventura nella mecca degli ufologi: Area 51.

Poi, però, sbrigata la pratica “mitologica” e archiviati altri due/tre episodi che, seppur fortemente derivativi, si rivelano molto gustosi, cominciano i problemi. La vena si esaurisce, il livello qualitativo crolla e si avvera in effetti tutto ciò che di squallido e temibile avevo sentito raccontare su questa sesta stagione. Episodi sciatti, banali, scritti malissimo e diretti senza brio, che trascinano a fatica il serial fino alla fine e risultano talmente pessimi da far sembrare onestamente migliore di quanto non sia il “season finale”, intrigante per alcune nuove idee estratte dal cilindro, ma davvero poco oltre la sufficienza.

E se nel complesso non si può bocciare una stagione che nella sua prima metà sa comunque regalare emozioni forti, è inevitabile rimanere con l’amaro in bocca di fronte a un tale crollo. Comprensibile quindi la sensazione di fastidio che quest’annata ha lasciato in dote a molti, specie se poi si pensa alla latitanza di quelle divertenti sperimentazioni visive e narrative che avevano caratterizzato quasi tutte le stagioni precedenti e che qui, in sostanza, mancano del tutto.

Millennium – Stagione 2

Millennium – Season 2 (USA, 1997/1998)
creato da Chris Carter
con Lance Henriksen, Megan Gallagher, Brittany Tiplady, Terry O’Quinn, Kristen Cloke

La seconda stagione di Millennium si presenta come totalmente speculare rispetto a quella dell’anno precedente. Laddove nel primo anno il fulcro del racconto erano i serial killer, mentre il tema mistico/religioso, esclusi gli ultimi episodi, viaggiava sullo sfondo, qui gli assassini appaiono sporadicamente e l’oggetto investigativo del Millennium Group diventa motore principale delle vicende.

Non solo, varia anche la stessa costruzione degli episodi, non più singoli racconti indipendenti, con un sottile filo a legarli, ma tasselli concatenati di un ampio mosaico, che prende le mosse da un episodio d’avvio sostanzialmente in linea con la prima stagione e costruisce poi un’unica grande saga, la cui conclusione sembra essere solo un punto di partenza per l’annata successiva.

E se nel primo anno di trasmissioni Frank Black era sì protagonista, ma soprattutto tramite per raccontare altrui miserie umane, qui l’approfondimento psicologico del personaggio interpretato da Lance Henriksen diventa motore principale degli eventi. Tutto ruota attorno ai suoi drammi, alle sue motivazioni, al suo conflitto familiare e alla sua ricerca di una verità nascosta dietro all’associazione di cui fa parte.

La svolta “soprannaturale” non nasce dal nulla, dato che era comunque ben più che accennata nella prima stagione, ma può comprensibilmente lasciare perplesso chi si era abituato e affezionato alle tematiche viste in precedenza. Principali “colpevoli” del misfatto sono probabilmente Glen Morgan e James Wong, reduci dal successo della strepitosa quarta stagione di X-Files e incaricati di dare nuova linfa a Millennium.

E la loro impronta si nota non solo nel taglio narrativo meno “terra terra”, ma anche nell’utilizzo di un’ironia e una capacità di sdrammatizzare che in precedenza sembravano assolutamente off limits nelle avventure di Frank Black. La cosa curiosa è che, nonostante questo, la seconda stagione di Millennium risulta se possibile ancora più cupa e opprimente della prima.

Il risultato di tutto ciò è un telefilm sostanzialmente diverso, la cui evoluzione ha comunque senso da un punto di vista narrativo, ma che certamente ha poco a che vedere con quanto era venuto prima. Resta però una serie di grande qualità, forse meno costante, ma capace comunque di regalare momenti dalla grande intensità narrativa (The Curse of Frank Black, Midnight of the Century), divertenti e azzeccatissime sperimentazioni (Jose Chung’s Doomsday Defense, Somehow, Satan Got Behind Me), intensi thriller (The Mikado, Pest House) e un affresco narrativo convincente, che culmina negli ottimi due episodi conclusivi.

X-Files – Stagione 5


The X-Files – Season 5 (USA, 1997/1998)
creato da Chris Carter
con David Duchovny, Gillian Anderson

Mantenersi sugli strepitosi livelli della quarta stagione di X-Files, forse la migliore in assoluto, per di più con l’obbligo di creare i presupposti narrativi per giungere all’esordio cinematografico, non era affatto facile. E infatti Chris Carter e compagni non ce l’hanno fatta. Ma tutto sommato il bersaglio è stato mancato di poco e questa quinta annata resta ancora oggi una visione piacevolissima.

Intelligentemente gli autori scelgono di non ripetersi e abbandonano la svolta horror della quarta stagione. Il mirino, quindi, non resta più fissato sul gusto per l’orrido e sulla ricerca dello shock, anche se le atmosfere, come ovvio, rimangono molto cupe. Così ci troviamo con venti puntate in cui X-Files si diverte a giocare con se stesso, utilizzando molta autoironia, manipolando i suoi stereotipi e sperimentando con le immagini. Episodi divertentissimi come Chinga e Bad Blood rappresentano alla perfezione questo spirito, che comunque non monopolizza una stagione al contrario molto eterogenea.

Un tema portante è senza dubbio quello dell’approfondimento sui trascorsi e sulle profonde motivazioni dei personaggi. Andiamo così a scoprire la nascita dell’amicizia fra Mulder e i Pistoleri Solitari, a indagare sul rapporto fra Fox e il padre, a conoscere personaggi del passato e nuovi interessanti protagonisti. Più in generale, se si esclude qualche scivolone (Kill Switch su tutti), è difficile andare a criticare il singolo episodio. Lascia perplessi, invece, ciò che al contrario aveva davvero convinto nell’annata precedente: gli episodi della cosiddetta mitologia.

Le puntate – generalmente in due parti – che portano avanti il discorso sugli alieni (i quali, apprendiamo, stanno pianificando una colonizzazione) gettano molta carne al fuoco, ma mancano un po’ di coesione. I nuovi elementi introdotti affascinano, ma sembra quasi che si stia cercando di tirare fuori tutto in fretta e furia, per fare poi ordine più avanti. Forse pesa anche la voglia di rendere, come spesso accade nei telefilm americani, la quinta stagione un punto di arrivo e di (ri)partenza, con numerosi temi pronti ad essere sfruttati in seguito.

Un anno di transizione, insomma, senza dubbio importante per l’aggiunta di tasselli decisivi in quello che è il grande e incasinato mosaico su cui indagano Mulder e Scully. Ma, nonostante tutto, anche un anno di ottima televione, capace di passare da esilaranti divertissement (The Post-Modern Prometheus) a originali divagazioni (The Pine Bluff Variant) e a racconti di grande intensità (Mind’s Eye).

Millennium – Stagione 1


Millennium – Season 1 (USA, 1996/1997)
creato da
Chris Carter
con Lance Henriksen, Megan Gallagher, Brittany Tiplady, Terry O’Quinn

Il periodo fra l’autunno 1995 e l’estate 1997 rappresenta, forse, l’apice della carriera di Chris Carter. X-Files è in scena con quelle che da molti sono ritenute le due migliori stagioni in assoluto, Mulder e Scully, nell’estate del 1997, si presentano sul grande schermo e Frank Black fa il suo esordio sul piccolo. E se la quarta stagione di X-Files è effettivamente qualcosa di pazzesco, una serie di ventiquattro puntate in cui forse solo una o due sono meno che eccellenti, la prima di Millennium veleggia da quelle parti.

Questo secondo parto dell’ex surfista ha alcune similitudini con X-Files, per esempio nei toni cupi, nelle atmosfere soffuse, nelle musiche non a caso composte dal fedele Mark Snow, ma allo stesso tempo è quanto di più lontano ci sia dalla precedente creatura di Chris Carter. L’elemento fantastico è messo in secondo piano, nonostante sia per molti versi una colonna portante della serie. L’orrore è sbattuto in faccia allo spettatore (piega che, va detto, ha preso anche X-Files nella quarta stagione) e i toni sono estremamente cupi. Soprattutto mancano quella sferzante ironia e quel delizioso sarcasmo che caratterizzano dialoghi e situazioni nelle avventure di Mulder e Scully. Frank Black, fedele al suo cognome, è un personaggio cupo, che vive storie oscure e trova momenti di luce solo quando torna a casa da moglie e figlia. E a volte neanche lì.

Per certi versi precursore di show più recenti dalle caratteristiche similari, Millennium in questa prima stagione si mantiene quasi sempre su livelli molto alti, grazie a sceneggiature curate, a un ottimo studio dei personaggi e a bei soggetti, con idee spesso molto interessanti. La sottotrama di fondo, che esplode in maniera fragorosa negli ultimi cinque episodi, è portata avanti fin dall’inizio con garbo, sulla base di piccoli accenni e sottili allusioni. E anche lo sconfinamento nel mistico che domina questa sorta di “saga finale” non stona, perché comunque ampiamente preannunciato. Peccato solo per quel penultimo episodio, Maranatha, davvero fuori tema, completamente slegato dal contesto. Sembra una puntata di X-Files, fatta e finita, solo con il protagonista sbagliato. Ma forse nasce proprio per ribadirlo una volta per tutte: Millennium è altro. Ottimo altro, perlomeno in questa prima annata.