Agents of S.H.I.E.L.D. 02X19: "The Dirty Half Dozen"

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X19: “The Dirty Half Dozen” (USA, 2015)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
puntata diretta da Kevin Tancharoen
con Clark Gregg, Brett Dalton, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Kyle MacLachlan, Dichen Lachman

Ebbé. Direi che il commento migliore per questa puntata di Agents of S.H.I.E.L.D. è questo: ebbé. Un gioiellino, che riesce nell’impresa di far da puntatone coinvolgente, divertentissimo, che porta avanti la storia in maniera intrigante, regala un sacco di azione, offre svolte azzeccate, liquida un personaggio secondario e butta lì sul piatto una fra le due o tre migliori scene d’azione della serie. Non che ci sia da stupirsi, su quest’ultimo aspetto, dato che alla regia torna quel Kevin Tancharoen che già ci aveva deliziati con i calci in faccia fra le due May di qualche tempo fa, ma il piano sequenza che mostra Skye/Daisy in azione da vera agente S.H.I.E.L.D. è una bellezza. Certo, se va avanti così, fra un po’ vedremo i piani sequenza anche nei filmini dei matrimoni, but still.

Al di là di quel momento spettacolare, tutta la puntata è comunque ottima, anche per il bel modo in cui affronta la reunion del team originale e tutto ciò che è cambiato da quei primi tempi a oggi. Ma c’è anche un bel lavorare sulle faccende degli inumani, con l’esplosione dei nuovi poteri di Raina e i dubbi sempre più forti su come è strutturata questa assurda comunità fra le montagne, forse molto meno amorevole e pacifica rispetto a come vuole vendersi. Si sta preparando un gran bel casotto per il finale di stagione, che fra l’altro è previsto come doppia puntata da mandare in onda tutta in un botto, e onestamente non vedo l’ora.

Ma l’episodio serviva anche come “preparazione” per Avengers: Age of Ultron, che negli USA esce questa settimana, e anche sotto questo punto di vista non c’è proprio da lamentarsi, nonostante l’integrazione sia molto meno forte rispetto a quella di un anno fa con Captain America: The Winter Soldier. Anzi, si tratta per lo più di accenni, suggerimenti, spunti, elementi buttati lì a dare l’idea di universo integrato e a proporre gli avvenimenti della serie come punto di partenza per la parte iniziale del film, ma i riferimenti sono stati inseriti con gran cura, non disturbano e, anzi, in tutta onestà, m’hanno messo addosso un gasamento notevole nei confronti del film. Quindi, ecco, singola puntata, doppio gasamento, per il finale di stagione e per il film che, malanni permettendo, dovrei andarmi finalmente a vedere nei prossimi giorni. Bene così.

A occhio, la prossima settimana sarà tutto un preparare il macello finale. O, almeno, questo sembra suggerire il trailer. Boh, vedremo. Certo che su ‘sta faccenda degli inumani stanno andando all-in.

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Trichechi italiani

Questa settimana si manifesta in Italia, direttamente sul mercato dell’home video, quella mezza cretinata di Tusk, il film del tricheco mannaro (si fa per dire) con cui Kevin Smith ha rilanciato la sua carriera cinematografica. Ne siamo felici? Mh, non ne sono mica tanto sicuro, ma insomma, ce ne faremo una ragione. Ad ogni modo, io l’ho visto l’anno scorso al Paris International Fantastic Film Festival e ne ho scritto a questo indirizzo qua.

E intanto devo ancora andare a vedere Avengers: Age of Ultron. Non sono più il geek isterico di una volta. Oppure è che volevo guardarmelo in continuity con Agents of S.H.I.E.L.D.? Ah!

Uniti per sempre

The Skeleton Twins (USA, 2014)
di Craig Johnson
con Kristen Wiig, Bill Hader, Luke Wilson, Ty Burrell

Uniti per sempre è uno di quei film semplici semplici, che raccontano piccole cose, storielle di tranquilla e umana quotidianità, mescolando dramma e commedia. Gli americani li chiamano dramedy e la zona è quella dei film indipendenti dall’estetica un po’ spenta che hanno il bollino del Sundance Film Festival sul poster (premio per la miglior sceneggiatura, fra l’altro). Insomma, è quel genere di film lì, quello che fa innervosire in molti a un primo sguardo e, spesso, lo ammetto senza problemi, fa innervosire anche me. Però non rientra fino in fondo in quello stereotipo perché non si getta di faccia e di cuore nel fantastico mondo della gente tutta strana, bizzarra, ma taaanto adorabile e matterella che spesso infesta quel filone cinematografico. No, i personaggi di Uniti per sempre sono normali, semplici, intriganti e ben raccontati. E infatti si tratta di un bel film.

La storia, lo dice il titolo originale e in fondo lo suggerisce anche quello italiano, racconta di due gemelli: Kristen Wiig è una donna che non riesce ad accettare fino in fondo il suo tentativo di mettere la testa a posto, mettendo su famiglia nella casetta di provincia con quell’adorabile e premuroso sempliciotto di suo marito (un ottimo Luke Wilson); Bill Hader è un aspirante attore senza speranza, che tira avanti ai margini del suicidio servendo ai tavoli nella Los Angeles più pezzente. A causa di un brutto evento che apre il film, i due si trovano a trascorrere qualche giorno assieme e, nella più classica delle tradizioni, a ripensare un po’ a quel che è stata la loro intera vita. Ma le tradizioni, in linea di massima, finiscono qui.

Il bello di The Skeleton Twins sta infatti soprattutto nel modo in cui abbraccia i suoi cliché ma riesce a utilizzarli in maniera un po’ diversa dal solito, non necessariamente risaputa, a tratti perfino sorprendente. C’è un bel tono sincero e palpitante, nella placida tranquillità con cui Johnson racconta le vicende di quegli sciamannati dei suoi personaggi, e ci sono due eccellenti interpretazioni a supportarlo. Il cast di contorno funziona benissimo, ma sono soprattutto Wiig e Hader a tenere in piedi il film, evitando le macchiette demenziali che uno si potrebbe magari aspettare da loro e tirando fuori invece due gran bei personaggi, intriganti, dalla bella personalità, che funzionano benissimo tanto dove te lo aspetti, nelle botte d’autoironia, quanto dove se ne poteva dubitare, nei momenti più drammatici. In più Uniti per sempre è quel genere di commedia che racconta un pezzo nella vita di qualcuno senza sentire il dovere di infilarci una qualche forma di chiusura forzata, come del resto è giusto che sia, e a me questo genere di scelta piace sempre un sacco. Aggiungiamoci una scena irresistibile sulle note di Nothing’s Gonna Stop Us Now degli Starship ed è finita, sono stregato.

In America è uscito l’anno scorso, dalle nostre parti ci arriva oggi, direttamente sul mercato dell’home video.

The Fall – Caccia al serial killer – Serie 1/2

The Fall (GB, 2013/2014)
creato da Allan Cubitt
con Gillian Anderson, Jamie Dornan

Ambientato in quel posticino tranquillo e rassicurante che dev’essere Belfast nei suoi giorni migliori, The Fall racconta le vicende di una “superintendent” della polizia inglese che viene spedita in Irlanda del Nord per aiutare nelle indagini su un omicidio e si rende conto abbastanza in fretta che la cosa è più grossa di quel che si aspettava. A interpretarla c’è Gillian Anderson, che per tanti anni ha fatto forse un po’ fatica a scrollarsi di dosso il ruolo di Scully ma qui trova un personaggio dalla forza pazzesca, scritto a meraviglia, carismatico e su cui si poggia sostanzialmente l’intera serie. La sua Stella Gibson non è una poliziotta forte da barzelletta, una macchietta generatrice casuale di frasi da dura, è una donna forte, di carattere, che si è conquistata il proprio ruolo con le unghie e non cede mai di un passo, non rinuncia alla propria femminilità e, anzi, la vive alla propria maniera senza chiedere nulla, o chiedere scusa, a nessuno.

All’altro angolo del ring c’è il Paul Spector di Jamie Dornan, un bravo ragazzo, padre di famiglia affettuoso, impegnato sul lavoro per aiutare come consulente psichiatrico le donne vittime di abusi. Una bella persona, insomma, giovane, dal sorriso affabulante e col pettorale guizzante. Che però ha un piccolo problema, una psicosi di poco conto: ogni tanto si fa prendere dal bisogno di accanirsi su una donna. Non una donna qualsiasi, eh, non stermina masse a caso: scova la sua preda, la studia, la segue, impara a conoscerla e poi – tac – la assale e ci fa un po’ quel che vuole. E il fascino del personaggio sta anche lì, nella sua semplicità, nel classico “Sembrava una così brava persona” e nel modo in cui, pur essendo preda della propria debolezza, non le sfugge, anzi, la fa propria e la alimenta con tutte le forze. Poi, certo, non riesco a fare a meno di ridacchiare pensando che hanno preso quello strangolava le donne in TV per fargli fare quello che propone alle donne di farsi frustare al cinema e chiedermi se la carriera del povero Dornan sarà per sempre così, un po’ come William Shatner è sempre stato Kirk. Speriamo di no, povero.

A ideare e raccontare le vicende di questi due personaggi e di chi ruota loro attorno è Allan Cubitt, uomo di televisione con oltre vent’anni di carriera alle spalle e che con The Fall ha trovato forse il suo progetto più personale e a lui più caro. Dopo aver scritto per intero la prima serie da cinque puntate, ha deciso che non era abbastanza e si è preso in carico anche il ruolo di regista per le sei puntate della seconda annata. E ha tirato fuori una gran bella serie, splendidamente diretta e fotografata, che porta avanti il proprio racconto con quel placido abbandono tipico di una certa televisione europea e immerge in un’atmosfera talmente pesante, sordida, buia, che dopo ogni puntata hai bisogno di riprenderti guardando una sitcom e mangiando un gelato. The Fall è un ottimo poliziesco, intelligente, ricco di spunti, curato nella scrittura dei personaggi e appassionante nello sviluppo delle vicende. C’è qualche aspetto che funziona meno degli altri e tutta la faccenda del marito rabbioso mi pare una maniera un po’ forzata di far accadere alcune cose, ma l’intero cast è talmente pieno di ottimi attori che riesce a farti accettare tutto. E poi c’è quel modo così strano di tirare le fila: la seconda serie, in maniera non poi tanto dissimile dalla prima, offre una chiusura, ma lascia anche tanto di aperto per possibili sviluppi futuri. E per fortuna di recente è stato confermato che ne vedremo una terza. Bene così.

Io The Fall me lo sono guardato su Netflix, ma in Italia lo trasmette Sky Atlantic e proprio stasera iniziano a dare la seconda serie. Così, ve lo segnalo. Vedete un po’ voi cosa fare.

Daredevil – Stagione 1

Daredevil (USA, 2015)
con le mani in pasta di Drew Goddard e Steven S. DeKnight
con Charlie Cox, Vincent D’Onofrio, Deborah Ann Woll, Elden Henson, Toby Leonard Moore, Vondie Curtis-Hall, Bob Gunton, Rosario Dawson, Ayelet Zurer

L’altro giorno scambiavo mail con Ualone, che stava iniziando a guardare Agents of S.H.I.E.L.D. e mi chiedeva dritte su come seguire la cronologia precisa degli incroci coi film, sapendo che io mi strippo con queste cose. Ovviamente gli ho dato una risposta chilometrica e poi siamo andati avanti per un paio di mail, giungendo alla conclusione che ormai i Marvel Studios hanno completamente perso il controllo della situazione. Sulla ABC hanno una serie alla seconda stagione, ne hanno appena avviata un’altra che potrebbe teoricamente andare avanti e hanno appena annunciato uno spin-off della prima. Su Netflix (per altro sempre in collaborazione con ABC) sono partiti subito a mille con un progetto da cinque serie più o meno collegate, tutte col potenziale per proseguire in stagioni successive (e infatti è stata annunciata la seconda di Daredevil). E al cinema, dal 2017, passano da due a tre film all’anno. Se non è perdita di controllo e megalomania questa, non so cosa lo sia. Mi fa piacere? Alla fine sì, perché son cose che mi piacciono e perché in linea generale, seppur con poche reali vette, il “prodotto” Marvel mi sembra sempre dignitoso. Insomma, di certo non mi lamento. Però capisco anche che a un certo punto si rischi un po’ di superare il punto di rottura.

In questo senso, bisogna dare atto ai Marvel Studios che almeno un pochino stanno provando a differenziarsi. Più o meno tutto quel che hanno buttato fuori fino adesso tra cinema e TV corrisponde bene o male allo stesso modello, però, anche all’interno di quel grosso e coerente paciugo, hanno provato a variare un po’ lo stile, buttandola di qua più sul thriller spionistico, di là più sulla farsa e così via, con un’ulteriore promessa di divagazione offerta dal film sullo stregone supremo in arrivo l’anno prossimo. Ma il primo vero e netto distacco dalla formula base arriva con Daredevil, che riesce nell’impresa di proporre una faccia realmente diversa di quello stesso mondo. E alla fin fine il suo merito principale è soprattutto questo, l’infilare fra i vicoli anni luce al di sotto di quelle guerre stellari un mondo in cui i supereroi sono uomini, fatti di carne e sangue, costantemente presi a calci in faccia dalla vita e dai cattivi. Chiaramente, chi conosce i fumetti lo sa, Daredevil era il personaggio perfetto per aprire questa specie di piccolo sotto-universo, simbolo della Marvel “urbana” da quando Frank Miller l’ha preso in mano e ribaltato come un calzino, trasformandolo nell’incarnazione del senso di colpa cattolico dell’irlandese americano medio, sempre pronto a finir svenuto in una pozza di sangue in un vicolo oscuro.

Ecco, se questa prima stagione di Daredevil è meritevole e interessante è soprattutto per il modo in cui apre le porte a una Marvel un po’ diversa, più cruda e brutale, che restituisce il senso di sofferenza a tutte quelle interminabili scazzottate prive di lividi e che regala una dimensione più umana ai suoi personaggi. In un certo senso, Daredevil è la nolanata della Marvel. Anche se non è tutto virato al grigio come L’uomo d’acciaio, si svolge al novanta per cento di notte e rinuncia ai colori vivaci e al continuo cazzeggiare dei film. Il bello, però, è che lo fa senza ignorarli, anzi, inserendosi a meraviglia in quel contesto da cui si distanzia mille miglia. È la concretizzazione di un discorso appena accennato nel pilota di Agents of S.H.I.E.L.D. ma mai portato realmente avanti in quella serie, il raccontare di un’umanità tutto sommato abbastanza normale alle prese con l’assurdità di vivere in un mondo che ospita divinità col martello, biondoni incappucciati e miliardari in armatura. La Hell’s Kitchen dell’universo cinematografico Marvel non è quella degli anni Sessanta in cui nacque il Daredevil originale, è un’area devastata dagli scontri fra divinità e alieni, in cui la gente normale cerca di rifarsi una vita, il crimine dilaga e un uomo dalle capacità particolari prova a far giustizia con le proprie mani. In questo contesto così folle, ma in fondo coerente, alla fin fine ha pure senso che Matt Murdock decida di indossare un costume e spararsi le pose. Intendiamoci, fa comunque un po’ ridere, quando finalmente inizia a fare le piroette ricoperto di rosso al termine di una serie con questo taglio, un po’ come il cretino vestito da pipistrello nel film coi mafiosi. Però, almeno, non è solamente uno squilibrato che indossa delle orecchie perché sì, è un tizio che vive in un mondo dove i supereroi sono la norma. E allora che gli vuoi dire? Alla fin fine il merito dei Marvel Studios, con tutte le loro colpe, è un po’ quello: aver creato un universo narrativo in cui, semplicemente, i supereroi esistono e ce li hanno venduti. Da lì è tutta in discesa.

C’è più sangue nel poster là in cima o in questa gif che in tutti i film Marvel messi assieme.

Poi, certo, le cose le devi comunque fare bene e Daredevil è una bella serie, con qualche picco (se lo chiedete a me, la seconda puntata, poi quella dedicata ai ricordi del college e la penultima), qualche tonfo (un saluto al giovane Fisk) e un cast azzeccatissimo per carisma e interpretazioni, nonostante solo i due antagonisti principali abbiano davvero materiale un po’ sostanzioso con cui divertirsi. Vincent D’Onofrio è fuori scala, prende totale possesso del suo personaggio e tira fuori forse il miglior cattivo Marvel che si sia visto fino a oggi, anche perché lo fa senza appoggiarsi su gag e battutine. Spara a mille, ce la mette tutta e si mangia Wilson Fisk con un’interpretazione che, un po’ come il Tony Stark di Robert Downey jr., non è necessariamente fedelissima all’originale, ma è talmente azzeccata e di personalità che probabilmente finirà per mangiarselo. Charlie Cox, di suo, è un gran bel protagonista, ha un savoir-faire che levati ed è facilissimo affezionarsi al suo personaggio, alle sue difficoltà, ai suoi dubbi e alla sincerità che mette in campo. Attorno a loro tutti attori in parte, molto adatti ai ruoli, che fanno il proprio senza sporcare, compensando lo scarso materiale a disposizione con sane dosi di carisma.

Per il resto, ci sono tredici puntate che seguono con cura il modello Netflix. Daredevil non è certamente un film da tredici ore fatto a pezzetti, anzi, la struttura ciclica dei singoli episodi è fin troppo evidente, così come è palese la suddivisione in tredici piccoli racconti (la puntata del ninja, quella del passato di lui, quella del passato dell’altro, quella con Stick ecc… ), ma l’equilibrio fra momenti singoli e racconto portato avanti mano a mano è ben dosato. Come è tradizione per le serie nate in ottica streaming, ogni singola puntata si chiude, se non su un cliffhanger, con un nuovo elemento introdotto in extremis per far venire voglia di proseguire subito e il tutto è strutturato molto bene, con una bella evoluzione dei personaggi e un lungo raccontare le origini tanto dell’eroe quanto del suo antagonista principale. È, di nuovo, una bella serie, che limita a piccoli spunti di contesto e di contorno un paio di riferimenti ai film e qualche accenno ai fumetti e sa lasciarsi gustare anche da chi non viene colto da brividi d’ansia quando riconosce quel personaggio che forse si nasconde dietro l’identità di quell’altro. E che utilizza meravigliosamente bene la città di New York, dandole un’aria viva, solida, grazie all’ottimo utilizzo di esterni azzeccati e dettagli riconoscibili.

Insomma, Daredevil è soprattutto un ottimo inizio, la dimostrazione che forse è davvero possibile fare qualcosa di nuovo e di diverso all’interno di quel contesto, senza doversi sforzare con la fronte corrugata per far diventare tutto appassito come in casa DC. È una serie ruvida, brutale, violenta, che racconta un supereroe umano e costantemente fatto a pezzi. Sono tredici puntate al termine delle quali ci viene mostrato l’eroe in tutto il suo splendore, ma ci è anche stato spiegato con grande cura come mai indossare il costumino rosso e lanciarsi da un tetto sia un’idea estremamente cretina. Il massimo simbolo di questa cosa, probabilmente, sta nel piano sequenza che chiude la seconda puntata, interessante più che altro perché non si concentra tanto sul gesto atletico elegante o sull’efficacia dell’eroe, come spesso accade in questi casi, quanto proprio sulla difficoltà, la pesantezza e la brutalità che esplodono quando la gente si fracassa di cazzotti. C’è tutta l’ansia, la difficoltà e la fatica di un’impresa da supereroe condotta da uno che, sì, ha qualche potere, ma fondamentalmente è solo un uomo bravo a menare.

Tutto questo, fra l’altro, mi fa ben sperare per quel che verrà poi e, in particolare, per il prossimo AKA Jessica Jones, cui tengo molto in quanto grande amante di quel fumettone che fu Alias. Riguardo a Daredevil, resto curioso di vedere come andrà con la seconda stagione e quali storie verranno raccontate. La ciurma di autori è sempre quella dei figli illegittimi di Joss Whedon, ma Drew Goddard e Steven S. DeKnight hanno abbandonato la nave e al timone ci passano Doug Petrie e Marco Ramirez, che comunque hanno scritto molto della prima stagione. Sapranno gestire la baracca? Affronteranno di petto certe tematiche di storie classiche del personaggio? Quali andranno a pescare? Sapranno regalarci altri cattivi memorabili, soprattutto considerando quanto sia ridicolo, in linea di massima, l’antagonista medio del cornetto? Boh, vedremo. Io, di sicuro, se il livello rimane questo, non mi lamento. Anzi, mi sbilancio: secondo me le cose andranno migliorando.

Su Netflix si è manifestato il 10 aprile e da allora a oggi me lo sono guardato con calma, senza esagerare, quando capitava, giusto così. Non ci sono ancora notizie su un possibile arrivo in Italia, ma mi stupirei se non si verificasse in tempi relativamente brevi. Al massimo c’è il rischio che stiano temporeggiando in attesa di lanciare Netflix dalle nostre parti, visto che se ne parla ormai da un po’.

Lo spam della domenica mattina: Trailer da tutte le parti

Questa settimana, su Outcast sono spuntati un Videopep in cui mostro cose e chiacchiero di giochi, il podcast di Outcast Sound Sessions, il nuovo Outcast Popcorn, un Outcast Magazine in cui si chiacchiera di centomila giochi, la mia recensione di Ori and the Blind Forest e l’Old! dedicato all’aprile del 2005. Su IGN, invece, abbiamo le analisi dei trailer di Batman V Superman, I Fantastici Quattro e Jurassic World, una scemenzina su Mad Max e l’anteprima di Enter the Gungeon.

In teoria domani si dovrebbe registrare un nuovo podcast. In pratica, se non mi passa il mal di gola, non so come andrà a finire. Boh, crediamoci.

La robbaccia del sabato mattina: La cosa dagli occhi blu

Questa mania ormai neanche più tanto recente dei poster in movimento sta un po’ sfuggendo di mano, però devo dire che quello qua sopra con le macchinine che si muovono tipo formichine, per qualche motivo, mi piace un sacco. Mi ipnotizza. Comunque, metto qua sotto un po’ di trailer usciti nei giorni scorsi e cerco di dire qualcosa al riguardo, ma non garantisco nulla: fa veramente troppo caldo.

Non riesco a formarmi un’idea precisa su questo I Fantastici Quattro. Il cast mi piace un sacco, seppur con qualche dubbio su Toby Kebbell, e Josh Trank mi sembra uno ganzo, però il trailer ha un’estetica piuttosto anonima e spero di essere smentito ma continuo a pensare che il materiale in questione sia davvero tanto, tanto, tanto difficile da trattare in questa maniera così seriosa. Alla fin fine secondo me i due vecchi film avevano scelto l’approccio giusto, che poi è lo stesso dei Marvel Studios, anche se i risultati lasciavano a desiderare. Boh, vedremo

E invece, guarda, il nuovo trailer di Jurassic World mi ha abbastanza gasato. Parto dall’assunto che replicare quel che fu il primo Jurassic Park sia proprio impossibile per mille motivi e alla fin fine io mi accontenterei di un film divertente, magari bravo a mixare ansia, avventura, senso di meraviglia e mostri che si menano. Che poi è un po’ il motivo per cui a suo tempo mi sono divertito un sacco con Il mondo perduto e ho trovato motivi per non essere assalito dai conati di vomito perfino con Jurassic Park III. E insomma, boh, un po’ ci credo. Alla fine è pieno di dinosauri che fan casino e mangiano gente.

The Visit, in cui M. Night Shyamalan decide di provarci col found footage. Purtroppo, shamannino ha un tantinello perso di credito con i suoi ultimi film e quindi risulta difficile identificarla come una di quelle situazioni in cui il regista di personalità si cimenta con un filone di successo ed essere curiosi di scoprire cosa ne verrà fuori. Almeno credo. Però devo ammettere che l’invito ad entrare nel forno per pulirlo mi ha fatto sorridere.

Black Mass, il nuovo film con Johnny Depp truccato strano che fa la voce bizzarra. E sigh. Però è anche un film pieno di attori che mi piacciono. E il regista è quello di Crazy Heart e Out of the Furnace, che non son capolavori ma mi son piaciuti pure loro. Boh.

Oggi dovrei andare a vedere Avengers: Age of Ultron. Credo. Non lo so. Ho mal di gola.

24: Live Another Day

24: Live Another Day (USA, 2014)
creato da Joel Surnow e Robert Cochran 
con Kiefer Sutherland, Mary Lynn Rajskub, Yvonne Strahovski, Kim Raver, Tate Donovan, William Devane, Michael Wincott, Benjamin Bratt, Gbenga Akinnagbe

L’ottava stagione di 24 ha i suoi bei problemi e i suoi bei momenti, come del resto praticamente tutte tranne la quinta, praticamente perfetta, e la sesta, praticamente una merda. Ma se c’è una singola cosa che quell’ultima annata fa è centrare alla perfezione il gran finale. E non è poco, quando hai il compito di chiudere una serie così. L’ultima manciata di episodi mette in scena un crescendo pazzesco e va a concludersi su una scena dalla potenza rara, con Jack Bauer che saluta come solo lui può fare. Hai detto niente. Che però il saluto non sarebbe stato estremo è stato chiaro fin da subito e poco importa se alla fine è stata abbandonata l’idea del film per puntare su una nuova stagione a durata ridotta: Jack è tornato a spaccare tutto armato della sua magica tracolla. E Live Another Day ha rappresentato un gran bel ritorno. Magari non perfetto, per carità, ma comunque avercene.

Già il concetto di partenza, conservare la narrazione in tempo reale ma dimezzare il numero di puntate nel tentativo di eliminare i tempi morti, ha quell’ottimo sapore dell’ammissione di colpa e del desiderio di farsi perdonare. E funziona. Intendiamoci, il personaggio inutile e dalla storia intollerabile, utilizzato per allungare il brodo fra una cosa importante e l’altra, c’è anche questa volta, ma tutto sommato la sua presenza è limitata, perché di tempo da perdere ne avevano davvero poco. E già questa è una vittoria. La scelta di procedere come al solito in tempo reale e giocarsi un balzo temporale sul finale per non smentire il discorso delle ventiquattro ore, poi, è un compromesso dignitoso, anche se leggo in giro di parecchia gente infastidita dalla cosa. Ma insomma, nel complesso, il delicato tentativo di snellire la serie e sfrondare quel che non funziona senza per questo tradire lo spirito originale m’è sembrato riuscito.

E lo spirito di 24 c’è tutto, nel modo in cui viene raccontata l’azione, nella natura dei due protagonisti storici, il cui viaggio personale è ormai diventato il cuore della serie e qui viene portato avanti in maniera azzeccata, e in tutti quei cliché che siamo ormai abituati ad aspettarci. Certo, dopo otto stagioni, alcune cose finiscono per essere prevedibili ed è difficile non capire abbastanza in fretta chi sarà la talpa di turno, considerando come si comporta. Ma non è un problema, fa parte del gioco. Fa parte del gioco anche la continuity strettissima, che è sempre stata un elemento cardine della serie e qui torna prepotentemente d’attualità, andando a chiudere tanti discorsi importanti che se lo meritavano. Nel farlo, tra l’altro, Live Another Day rimette al centro delle vicende le questioni della famiglia presidenziale, rimediando a uno fra gli errori più grossi dell’ottava stagione e regalandoci con Mark Boudreau un antagonista spettacolare. Aggiungiamoci che il cast di supporto è tra i migliori che abbiano mai graziato la serie e che il crescendo finale è, come quasi sempre, clamoroso, e io onestamente ho poco da lamentarmi. Sì, nella prima metà riesce ad esserci qualche brutto calo d’interesse nonostante la durata dimezzata e sì, il terrorista di turno non è esattamente un tripudio di carisma, ma è stato un gran bel ritorno a casa, anche se il pianeta non sembra essere più interessato a 24 come un tempo. Ma poco importa, perché in fondo, questa nona stagione (o quel che è) era palesemente un regalo per i fan. Lo si vede da come è costruita, dalla fedeltà al modello nonostante le modifiche e da quel che racconta. Ed è giusto così.

A me comunque l’idea di un film che se ne sbatta della narrazione in tempo reale continua a non dispiacere. Ma insomma, dubito. Magari un’altra stagionina? Il ritorno di Logan?

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X18: "The Frenemy of My Enemy"

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X18: “The Frenemy of My Enemy” (USA, 2015)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
puntata diretta da Karen Gaviola
con Clark Gregg, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Adrianne Palicki, Elizabeth Henstridge

In linea di massima, quando Kyle MacLachlan ha parecchio spazio in una puntata di Agents of S.H.I.E.L.D., c’è sempre da divertirsi. È una “regola” che fino a oggi non mi sembra abbia mai particolarmente tradito e che senza dubbio è stata confermata con questa diciottesima uscita della seconda stagione, nella quale Cal Johnson s’è più o meno mangiato tutto dall’inizio alla fine. E il punto non sta solo nel carisma di MacLachlan, che certo col personaggio sembra divertirsi un sacco, ma anche nella natura dello squilibrato che interpreta e nell’assurda, iper drammatica, esagerata storia che gli hanno costruito addosso. Per una buona parte della puntata gli autori si sono concentrati sul raccontarne tragico passato e dubbio presente, oltre che sull’approfondire il suo rapporto con le donne della propria vita, col risultato di un episodio dall’impatto emotivo azzeccato e dalle svolte narrative intriganti.

Tutto questo, poi, è avvenuto mentre i vari racconti iniziavano a convergere sempre più l’uno verso l’altro, dando vita a nuove situazioni particolarmente azzeccate, fra alleanze improbabili, conflitti che esplodono e un po’ tutti i gruppi in ballo che, per un motivo o per l’altro, hanno finito per scontrarsi. E l’approccio al ritorno di Ward, in questa veste da uomo “di mezzo”, che pensa ai fatti suoi ma finisce per essere continuamente invischiato nelle faccende altrui e sembra non rendersi conto fino in fondo della gravità di quel che ha fatto, mi sembra un modo molto azzeccato per continuare a usarlo senza appiccicargli sopra un’improbabile redenzione. E alla fine ci siamo beccati un’altra puntata divertente, dal bel ritmo, densa di avvenimenti che promettono begli sviluppi e carica d’azione, oltre che capace di chiudersi su un classico momento “Mavaff” quando mi sono reso conto che stavamo alla fine e una volta tanto volevo assolutamente andare avanti. Cosa che, nonostante la notevole qualità di questa seconda stagione, continua a non capitarmi poi troppo spesso con Agents of S.H.I.E.L.D., più per ragioni strutturali che altro.

Poi, ovvio, in queste puntate c’è anche l’elefante nella stanza rappresentato dall’uscita di Avengers: Age of Ultron, cui la serie si è avvicinata buttando lì una serie di spunti che sembrano suggerire un incrocio tra film e TV certo non devastante come quello di un anno fa, ma forse in grado di dare comunque qualche soddisfazione a chi segue l’universo cinematografico Marvel nella sua interezza. Purtroppo, comprensibilmente, come avvenne per Captain Amerca: The Winter Soldier, il crossover è tarato sull’uscita del film in America, quindi la puntata della prossima settimana andrebbe vista prima del film. Ma, ehi, io i biglietti in Imax li ho prenotati per questo sabato. Me ne farò una ragione.

Cercando cose a caso su questa puntata sono capitato per la prima volta sulle teorie di chi ipotizza che Ward possa essere e/o diventare Taskmaster. Intrigante.

Ultron Day

Quasi due mesi fa, per la precisione venerdì 27 febbraio, mi sono svegliato alle quattro di mattina perché dovevo andarmene in aeroporto, destinazione San Francisco. Era quel giorno dell’anno, quello in cui si parte per la Game Developers Conference e io sono tutto felice, perché alla fin fine, gira e rigira, è e rimane sempre il mio momento lavorativo preferito in assoluto. Siccome poi sono un romanticone fissato con le coincidenze, ogni tanto forzo la mano e sovrainterpreto, leggendo chissà quali significati in questa o quella bella cosa che capita in corrispondenza con il viaggio alla GDC. Per esempio, quest’anno, alle quattro di mattina, assieme a me s’è svegliata pure Giovannina, perché, ehi, ci teneva a salutarmi prima di vedermi sparire per una decina di giorni. Ma anche per farsi una pisciatina sullo stecchino bianco e vedere se spuntava una croce. Insomma, sai mai. E la croce è spuntata. E quindi, ecco, alle quattro e mezza di mattina del 27 febbraio 2015 ho visto la croce, ho commentato con un “Ah, OK. Beh, vado in aeroporto” e sono partito per San Francisco.

Il viaggio è stato un mio classico viaggio verso gli Stati Uniti (di quelli con tappa a Londra): mi sono arrangiato borbottando pseudo-francese all’aeroporto, ho speso tutto quello che avevo in tasca per comprare riviste, ho mangiato in ogni occasione che mi è stata offerta per farlo, ho chiacchierato brevemente con la signora di mezz’età in spedizione sciistica con marito e figlio che mi sedeva di fianco e ho dormito molto poco, nonostante il sonno non mancasse di certo. Mi sono sostanzialmente fatto una gran dose di affari miei, senza pensare poi troppo a questa cosa della crocetta, se non in un momento preciso: per qualche motivo, quando mi hanno portato il pranzo (beef, please), mentre affondavo coltello e forchetta, la cosa mi ha un po’ colpito. Ho avuto quel momento di “Uah, un madernino!”. Poi ho digerito guardando Machete.

Mi sembrava adeguato all’occasione.

All’atterraggio, quando l’hostess ci ha fatto gentilmente notare che nel 2015 non s’incazzano se usi il telefono mentre l’aereo sta parcheggiando, ho mandato un Whatsapp al volo in direzione casa. S’era rimasti che durante le centododicimila ore del mio viaggio Giovanna sarebbe andata a fare gli esami del sangue, perché insomma, la sicurezza. E gli esami del sangue avevano detto Go Go Go! E quindi Go Go Go, Giovanna ha comunicato la lieta novella ai suoi mentre io, preso da quell’attacco d’ansia che mi prende quando all’improvviso mi trovo a sapere una cosa che mi piacerebbe condividere col mondo ma per qualche motivo non posso farlo (pare che porti sfiga), l’ho subito detto alla sconosciuta che avevo di fianco. Che mi ha fatto le congratulazioni e l’ha poi detto a suo marito, immagino, dato che m’ha fatto le congratulazioni pure lui. E m’hanno subito trollato indicando la figlia (credo) venticinquenne e dicendomi una roba tipo “Non te lo leverai dalle palle per un sacco di tempo”. La figlia era perplessa.

Il mio sbarco nei magici iuessei è stato un po’ la solita roba da GDC: relax, passeggiata calma di qua e di là per l’aeroporto, chiacchiera col tizio della dogana affascinato dal motivo per cui mi trovo lì (“Nomaffigata – dude – ivideogiochibbella”), ritiro bagagli, beverone da Starbucks, ritiro macchina all’autonoleggio. Di diverso rispetto al solito c’era il fatto che il resto del contingente abruzzese, questa volta, arrivava parecchie ore dopo di me, quindi sono saltato in macchina, ho bestemmiato dietro al GPS e mi sono diretto verso l’appartamento. Dopo qualche smadonnata e dopo aver fatto incazzare un vicino di casa perché sono entrato per sbaglio nel suo appartamento, sono arrivato, mi sono installato, mi sono fatto una bella pasta col sugo (i precedenti ospiti mi avevano lasciato un pacco di De Cecco, pensa te le coincidenze), ho cazzeggiato un po’ su Netflix, mi sono reso conto che il mio Galaxy S II stava definitivamente tirando le cuoia (per fortuna mi ero portato dietro un vecchio catorcio di smartphone pezzentissimo che per altro sto usando ancora oggi), ho controllato cosa davano al cinema, sono andato a farmi un giro in zona Moscone (stavamo veramente a due passi) e ho pure fatto la spesa da quei trionfatori del bene di Whole Foods Market. Infine, ho deciso che sarebbe stato carino, una volta arrivati i due sciamannati, andarcene a cena a un pub irlandese sulla quinta strada, tale The Chieftain, così, per brindare. Solo che poi i due sono arrivati tardissimo e stanchi morti, quindi niente. Fra un po’ sono dieci anni che ogni volta penso di voler provare quel pub e poi finisco per non andarci. Magari un giorno…

Belle sorprese sanfrancescane.

E insomma, la mattina dopo, eravamo lì in tre, belli jetlaggati, con lo sguardo spento e incapaci d’intendere e di volere. Io avevo in mano un bicchiere di succo d’arancia. Fotone aveva in mano una scodellona con latte e cereali. Paolo Paolo Giacci Composer Paolo Giacci aveva in mano un caffè fatto con la moka che si erano portati da casa. M’è subito parsa una situazione perfetta: ho fatto cozzare i tre contenitori e ho comunicato la lieta novella, parlando di pisciate su stecchini e crocette. È stato quasi un bel momento, via. Poi, vabbé, io le cose le vivo un po’ così, alla come capita, con ogni tanto l’attimo di “Uah, un madernino!”, certo, ma per il resto il mio classico sguardo che spazia fra il rilassato e l’uomo preda di forti sostanze stupefacenti, quindi si è andati avanti placidi lungo la nostra strada. Visto che per ‘sta cosa della scaramanzia bisognava aspettare la fine del primo trimestre prima di comunicare al mondo, abbiamo aspettato. Si fa per dire, intendiamoci. Che fai, vuoi privarti del gusto di estrarre un’ecografia a tradimento davanti alla faccia di due o tre persone che vengono a trovarti a Parigi putacaso proprio durante il primo trimestre? Figurati.

A proposito, l’ecografia. Ammetto che a vedere ‘sto coso lungo qualche millimetro che agita gambe e braccia un pochino mi sono emozionato. Non troppo, eh, ma un po’ sì. Più che altro, però, il tormentone delle ultime settimane è stato il battito del cuore. Voglio dire, quando fai l’ecografia, c’è questa roba che fa TUNZA TUNZA TUNZA TUNZA TUNZA TUNZA SBRAAAAAAAAM TUNZA TUNZA TUNZA TUNZA TUNZA. Lo sbram è Giovanna che si mette a ridere mentre c’è il microfono acceso e sfonda i timpani all’intero edificio, ma il resto è, appunto, il micro-cuore. Sembra di essere a un rave party. Non che io ci sia mai stato, a un rave party, ma insomma, è il pensiero che conta. E infatti abbiamo iniziato a riferirci all’erede con l’amichevole nome di Skrillex. Non che io conosca Skrillex, ma m’è subito tornata alla memoria quella volta in cui la Terra è stata bombardata con un suo disco e, voglio dire, si sa come funziona questa cosa di dare nomi alle creaturine in casa Maderna. Da lì in poi è stato tutto uno Skrillex di qua e Skrillex di là. Abbiamo pure la cartelletta di cartone che si chiude con l’elastico al cui interno si ripongono tutti i documenti utili e su cui ho scritto SKRILLEX col matitone colorato.

 Pensa se poi mi nasce con ‘sta pettinatura e quel naso.

Poi, qualche tempo fa, è stato fissato che il 22 aprile avremmo fatto la giga-visita importante, quella in cui si fanno tutti i controlli, si accerta che Skrillex stia bene e si fa un po’ il giro di boa della faccenda. E lì ho deciso che, se fosse stato tutto a posto, sarebbe stato il momento dell’evoluzione. Skrillex sarebbe diventato Ultron. E, vedi un po’ le coincidenze, quando ho pensato ‘sta cazzata, mica me lo ricordavo che proprio il 22 aprile sarebbe uscito al cinema Avengers: Age of Ultron. Pensa te. Sta di fatto che oggi abbiamo fatto tutto il giro di visite, esami, controlli, ecografie con le luci stroboscopiche, varie ed eventuali, compresa la sessione “Fare qualsiasi domanda cretina che mi passi per la testa perché vai a sapere, magari è importante”. E Skrillex stava bene. Ottimo. Una volta tornati a casa, prima di telefonare a mia zia per dare la lieta novella e mettermi quindi a scrivere questo post per liberarmi da quell’attacco d’ansia che mi prende quando all’improvviso mi trovo a sapere una cosa che mi piacerebbe condividere col mondo ma per qualche motivo non posso farlo (pare che porti sfiga), ho preso in mano la cartelletta di cartone con l’elastico in cui teniamo tutti i documenti e ho tirato una riga sopra a SKRILLEX, per scriverci sotto il nuovo nome a caratteri cubitali. E insomma, ecco, è successa questa cosa, sto aspettando un Ultron.

E sabato sono in settima fila all’Imax. Purtroppo in 3D ma, insomma, perlomeno in lingua originale.