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Tropic Thunder

Tropic Thunder (USA, 2008)
di Ben Stiller
con Ben Stiller, Robert Downey Jr., Jack Black, Nick Nolte

Non so di preciso perché Tropic Thunder non mi attirasse particolarmente. Probabilmente perché c’è Jack Black, che devo aver smesso di sopportare, boh, sette o otto anni fa, e c’è Ben Stiller che interpreta il solito personaggio uguale a tutti gli altri suoi. Però Ben Stiller è anche dietro alla macchina da presa, cosa che ha generato bene o male tutti i suoi migliori film. E, soprattutto, c’è Robert Downey Jr. che fa il nigga. E Robertino è uno dei pochi uomini in grado di rendermi degno qualsiasi film. Eppure, per qualche motivo, Tropic Thunder mi respingeva, e per guardarlo me lo sono dovuto ritrovare davanti durante un volo intercontinentale.

Ma che si sarebbe perlomeno trattato di un gradevolissimo passatempo è stato chiaro fin da subito, da quegli esilaranti trailer fittizi che aprono il film e mi hanno fatto sputazzare sullo schermo le schifezze che stavo mangiando. E che sono, diciamocelo, la cosa migliore e più divertente di tutto Tropic Thunder, ma ti fanno anche intuire quanto nascosti sotto brani di ordinaria banalità possano spuntare (e spuntino) trovate, momenti, intuizioni davvero notevoli, vien quasi da dire geniali.

Ben Stiller si conferma autore solo apparentemente scemo, ma in realtà intelligente e, soprattutto, furbo come un bastardo. Sposta sull’industria del cinema il giochetto alla base di Zoolander e in un colpo solo tira fuori un film che prende per il culo tutti quanti, tiene a bada Jack Black (anzi, prende per il culo pure lui, quindi ancora meglio), lascia andare a ruota libera Robert Downey Jr., regala a sorpresa, di soppiatto, un Tom Cruise FE-NO-ME-NA-LE e, in sostanza, diverte alla grande dall’inizio alla fine.

Bisogna stare al gioco, è necessario farsi coinvolgere, tocca accettare le strizzatine d’occhio e le tirate di gomito, ma se ne guadagna una serata (o un pezzetto di transvolata oceanica) piacevole e divertente.

Iron Man

Iron Man (USA, 2008)
di Jon Favreau
con Robert Downey Jr., Jeff Bridges, Gwyneth Paltrow, Terrence Howard

Il “problema” dei film tratti dai fumetti di supereroi è che sono bene o male sempre pensati con in mente un target adolescenziale. Nulla di male, in fondo avviene lo stesso con buona parte dei fumetti a cui si ispirano, ma certo un po’ spiace al pensiero di quanto al contrario talvolta, in determinate saghe o determinati albi, gli stessi personaggi vengano posti in contesti ben più adulti, dalla scrittura spesso eccellente e dall’appeal maturo e ricco.

E spiace anche che un film come Iron Man si poggi su temi dal grosso potenziale limitandosi a sfiorarli e a ricoprirsene per darsi un tono, senza però affondare il coltello neanche un po’. Voglio dire, quanto sarebbe stato più bello, il film di John Favreu, se avesse provato a fare reale satira, graffiante e incisiva, anche solo sul modello di Lord of War? O magari sarebbe stato fuori luogo, vai a sapere.

Oh, poi, per carità, ci si accontenta pure di un semplice filmetto post-puberale, se ben pensato e confezionato. In fondo stiamo parlando di un blockbusterone con protagonista Robert Downey Jr. (che, c’è poco da fare, è Tony Stark), che fa impressione quanto riesca a recitare deliziosamente bene anche quando dice stronzate dall’inizio alla fine. E non bastasse lui, c’è il Drugo imborghesito e maligno, che regala un cattivo magari non memorabile, ma di bell’impatto. Cazzo, perfino quella trota salmonata della Paltrow riesce ad essere adorabile, se non si fa caso alla voce da ritardata che le han dato in italiano.

E c’è pure una sceneggiatura frizzante, ritmata, con tante trovate divertenti, un discreto numero di strizzate d’occhio per i fan e un abbozzo di storia un po’ più corposo del solito. Con un protagonista che sì, ok, si fa prendere dal senso di responsabilità, ma è e rimane un riccastro viziato, egocentrico e onnipotente, almeno un pochino antieroe e molto meno puro, banalotto e saggio di tanti suoi colleghi. E degli effetti speciali che fan paura e ancora una volta mettono su schermo quello che fino a qualche anno fa chi s’aspettava potesse funzionare tanto bene, regalando un paio di momenti action davvero spettacolari e riusciti.

Il problema, semmai, è che c’è anche Jon Favreau. Uno che – per carità – fa il suo diligente dovere, regala perfino qualche abbozzo di idea, non scivola in evidenti sbavature, ma insomma, realizza anche un film piatto, medio(cre), derivativo, privo di qualsiasi guizzo e anche, diciamocelo, un filo lunghetto. Caspita, almeno gli Spider-Man, i Batman, gli X-Men, lo stesso Hulk, per quanto non siano magari fulgidi esempi di narrativa profonda e adulta, hanno dietro alla macchina da presa registi di ben altro livello. E un po’ li si rimpiange, via.

Oh, poi, intendiamoci, c’è Iron Man tutto luccicante e figo che si prende i missili in faccia e si rialza sporco di fango. E vola. E mena i cattivi. Serve altro? Alla fine non è manco detto. In fondo, anche qui, come sempre, ce l’ho avuto quel momento. Quando indossa per la prima volta l’armatura definitiva e va a far casino nel deserto. Ecco, lì. Mi son ritrovato a guardarlo con l’occhio spalancato, la pupilla dilatata e il sorrisino idiota. Quindi va bene così, ci mancherebbe, anche se a ‘sto giro niente pelle d’oca (starò invecchiando).

E in fondo magari il problema è pure un po’ inverso rispetto a quanto ho provato con I Fantastici Quattro. Di quello avevo letto e sentito talmente male che alla fine mi ha sorpreso in positivo. Di questo ho letto e sentito talmente bene che alla fine, ecco, insomma… tutto qui? Sì, tutto qui. Ma poteva andare peggio, via.

Kiss Kiss Bang Bang

Kiss Kiss Bang Bang (USA, 2005)
di Shane Black
con Robert Downey Jr., Val Kilmer, Michelle Monaghan

A cavallo fra anni Ottanta e Novanta, Shane Black si è fatto un nome firmando le sceneggiature dei primi due Arma Letale, di Last Action Hero e del bellissimo L’ultimo boyscout. Il poliziesco autoironico, i cui personaggi si esprimono solo a colpi di battute sarcastiche e frasi leggendarie, nel quale ci deve sempre essere una coppia di protagonisti/antagonisti che si perculano, e che gravita vorticosamente attorno ad atmosfere da film noir. Non l’ha inventato lui, e del resto 48 ore è di cinque anni precedente alla prima avventura di Martin Riggs, ma certo questa specie di sottogenere porta chiaro addosso il suo nome.

Dopo l’uscita nei cinema di Spy, per Black si apre un decennio di sostanziale oblio, al termine del quale il nostro eroe prova a tornare alla ribalta scrivendo e dirigendo questo Kiss Kiss Bang Bang. Summa di tutto il suo operato, l’esordio da regista di Shane Black mette in scena un Robert Downey Jr. classico eroe noir, uomo (non troppo) comune alle prese con vicende più losche e più grandi di lui, nelle quali finisce coinvolto per amore di una portatrice sana di clamoroso sorriso.

Omicidi, tradimenti, incesti e traffici sporchi fanno da sfondo a un carosello di dialoghi fulminanti, divertentissimi, intraducibili e – probabilmente – mal tradotti nell’adattamento italiano, che rappresentano l’unico reale motivo d’esistere di questo film. Un divertente esercizio di scrittura, che dura giusto il tempo di arrivare in fondo e non lascia tracce del suo passaggio, se non qualche dubbio sul fin troppo contorto intreccio. Ma son comunque un centinaio di minuti estremamente piacevoli, carichi di risate, graziati da un Val Kilmer e un Robert Downey Jr. esilaranti e convincenti. Non ci si può lamentare.

Zodiac

Zodiac (USA, 2007)
di David Fincher
con Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Robert Downey Jr., Anthony Edwards

Nel raccontare i trent’anni di storia del tuttora aperto caso Zodiac, l’ultimo film di David Fincher prende come modello d’ispirazione palese e dichiarato Tutti gli uomini del presidente e ne ricalca lo stile freddo e asciutto, mostrando nel dettaglio le dinamiche d’investigazione ed evitando quasi del tutto il coinvolgimento emozionale. I tanti protagonisti non vengono raccontati come personaggi a tutto tondo e non vedono esplorati più di tanto i loro dubbi, le loro motivazioni, i loro sentimenti. Fincher si concentra sull’esposizione sistematica e discorsiva dei fatti, mantenendo le distanze da tutti e raccontando un’indagine lunga, estenuante, interminabile, che si protrae per decenni fittizi e due abbondantissime ore di grande cinema.

Ma nel farlo non adotta uno stile documentaristico, firmando anzi il film in maniera anche pesante, inserendo trovate molto particolari ed efficaci, realizzando – per esempio con l’interrogatorio a quattro e i vari attacchi del killer – una manciata di scene strepitose per tensione e capacità di colpire allo stomaco e condendo il tutto con una colonna sonora di rara efficacia. Ad aiutarlo degli attori forse ormai un po’ troppo costretti a recitare bene o male sempre lo stesso ruolo, ma che d’altra parte si rivelano come al solito estremamente efficaci.

Lungo, estenuante e inconcludente come le indagini che racconta, Zodiac svolazza placido dalle parti del capolavoro, rapisce nelle maglie della sua algida detection e non molla per oltre due ore e mezza. Ennesimo centro per un regista che, pur fra alti e bassi, continua a mostrare un gran voglia (e una gran capacità) di reinventarsi continuamente.