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The Mermaid

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The Mermaid è il nuovo film di Stephen Chow, attore, produttore, regista, sceneggiatore, [inserire a piacere] hongkonghese noto dalle nostre parti soprattutto per Shaolin Soccer e, in misura minore, Kung Fu Hustle (o come cacchio l’hanno intitolato in Italia mentre lo doppiavano a caso). E quel che ho da dire al riguardo potrebbe finire qui: è il nuovo film scritto e diretto da Stephen Chow, che altro bisogna aggiungere? Ma, insomma, aggiungiamo cose. Per esempio, banalmente, il fatto che The Mermaid ripropone il solito (per Chow) mix surreale di risate demenziali, melodramma spinto, azione sfrenata, satira sociale, fantasia sparata a mille e talento altrettanto surreale nella composizione dell’immagine. E diciamo che ne viene fuori una bomba, un film divertentissimo, pieno di idee, scemo oltre ogni limite eppure capace di far emozionare quando decide di provarci. È una delizia, sul serio.

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The Taking of Tiger Mountain

Zhì qu weihu shan (Cina, 2014)
di Tsui Hark
con Hanyu Zhang, Tony Ka Fai Leung, Kenny Lin

Quattro anni fa, con Flying Swords of Dragon Gate, Tsui Hark ha scoperto un nuovo giocattolo: il 3D. Era il suo primo esperimento con quel genere di riprese, non era scontato che andasse bene e invece, tutto sommato, pur con qualche dubbio su alcuni aspetti, ne è venuto fuori qualcosa di molto curato, ragionato e ben realizzato, con anche qualche idea fuori dal comune. Ed evidentemente il caro Tsui ci si è divertito, se consideriamo che quattro anni dopo siamo qui a guardarci un suo nuovo film la cui unica ragione d’esistere sembra essere un malcelato desiderio di far saltare tutto per aria e pasticciare con il 3D in maniera almeno un po’ diversa dal solito. Eh sì, fra i pregi di The Taking of Tiger Mountain spicca soprattutto il fatto che, come del resto è già accaduto in passato, quando un regista di spessore decide di volersi divertire con la stereoscopia, beh, possono venirne fuori cose interessanti. Pensa te!

Comunque, The Taking of Tiger Mountain racconta una fra le storie tradizionali più popolari in Cina, un classico della letteratura locale che può vantare precedenti incarnazioni teatrali e cinematografiche dal successo fuori misura e non a caso in questa sua nuova versione si è piazzato nientemeno che al decimo posto nella classifica dei maggiori incassi cinesi di sempre. Insomma, le mazzate fra esercito e criminali nel dopoguerra hanno successo, da quelle parti. E la storia racconta appunto di uno scontro abbastanza fondamentale tra l’esercito popolare di liberazione e i banditi che hanno preso possesso di un’intera regione. Il contesto è quindi basato su fatti realmente avvenuti, anche se Tsui Hark non si lascia certo limitare dalla cosa e mette in scena un film stra-aderente ai cliché dei film action/fantasy orientali. E quindi troviamo un macello di personaggi gettati dentro alla rinfusa, legati fra loro da un intreccio iper-complicato, che si sviluppa in una parte centrale dai ritmi piuttosto lenti e dai toni super melodrammatici, ma intrigante per tutte le storie che va a unire. C’è anche, per far numero, il solito cliché da poliziesco orientale, col militare infiltrato sotto copertura tra i banditi, e soprattutto c’è una caratterizzazione dei vari criminali a dir poco sopra le righe: sembrano tutti usciti da un episodio di Ken il guerriero e il capo è Tony Leung truccato da Heihachi Mishima. La cosa bizzarra (o forse no) sta nel fatto che gli eroi, invece, sono tutti presentati in maniera minimalista e credibile, dando vita a un contrasto un po’ assurdo. Ma tutto sommato, in una qualche maniera perversa, le cose funzionano abbastanza, anche se obiettivamente l’arco narrativo dei vari personaggi tende ad essere stra-prevedibile.

I meriti del film, però, stanno onestamente altrove. La svolta tridimensionale di Tsui Hark può non piacere, fosse anche solo perché prevede un abbandono in forze della messa in scena “fisica” che caratterizzava i suoi vecchi film a favore di un abuso totale, continuo, ininterrotto, degli effetti al computer. Allo stesso tempo, però, Hark fa un utilizzo della tecnologia originale, particolare, ingegnoso, e si sforza di sfruttare l’effetto speciale e il 3D in maniere sensate, coreografando l’azione in modi visivamente folli e spettacolari. E l’intero film sembra quasi un pretesto per divertirsi il più possibile in questo senso, fra improvvisi scontri folli Man vs. Tiger, inseguimenti sugli sci a cui manca solo James Bond e quella svolta finale assurda che vede i titoli di coda interrompersi perché al personaggio che fa da voce narrante sembra fico infilarci dentro, in maniera totalmente pretestuosa, pure una scena con un aereo che si cappotta per cinque minuti distruggendo tutto quanto lungo il suo percorso. Insomma, The Taking of Tiger Mountain è questa cosa qui ed è ben lungi dall’essere perfetta, se consideriamo che nel paio d’ore di durata non racconta nulla che non si sia già visto mille altre volte e non lo fa neanche particolarmente bene, ma quando parte lo spettacolo, a patto di tollerare degli effetti al computer non proprio allo stato dell’arte, c’è parecchio da divertirsi.

Era il film d’apertura del festival del cinema cinese qua a Parigi. Me lo sono perso, ma per fortuna da queste parti esce al cinema (quasi) qualsiasi cosa, quindi l’ho recuperato nel comodo multisala vicino a casa. Si sta girando svariati festival internazionali, anche italiani, e immagino che a breve sarà facilmente reperibile in qualche versione per il mercato dell’home video. Capire se vedremo un’edizione italiana è un po’ difficile, considerando che degli ultimi film di Hark, dalle nostre parti, è arrivato solo Detective Dee. Vai a sapere.

Hong Kong colpo su colpo


Knock Off (HK/USA, 1998)
di
Tsui Hark
con
Jean-Claude Van Damme, Rob Schneider, Lela Rochon, Paul Sorvino, Carman Lee

Nello scorso decennio Jean-Claude Van Damme si è impegnato nel portare a Hollywood alcuni fra i più importanti registi del cinema d’azione di Hong Kong. Pochi anni dopo aver partecipato all’esordio americano di John Woo con Hard Target, recita da protagonista in Maximum Risk di Ringo Lam e Double Team di Tsui Hark. Il rapporto con questi ultimi due diventa incredibilmente solido, al punto che Van Damme replicherà un anno dopo con Hark e girerà addirittura altri due film con Lam.

I film dello sbarco in Occidente di questi tre registi hanno un forte punto in comune: pur mantenendo tutti in maniera molto forte l’impronta dell’autore, sono in tutto e per tutto prodotti occidentali. Hong Kong colpo su colpo, secondo frutto della coppia Van Damme/Hark, invece, è una pellicola estremamente “hongkonghiana”. E non solo per l’ambientazione, una Hong Kong di fine millennio, prossima alla liberazione dal dominio britannico.

C’è molto Oriente nel cast di attori, nei toni a metà fra il melodrammatico e il farsesco, nell’estetica a basso budget e nelle coreografie delle scene d’azione. Tsui Hark mette ancora una volta in scena il suo gusto per l’interno degli oggetti, spinge la macchina da presa nelle canne delle pistole e dentro i macchinari, rendendo anche la semplice pressione di un bottone un evento roboante.

Soprattutto sul piano estetico, però, la pellicola mostra tutti gli anni che si porta sulle spalle e riesce a mantenere una certa dignità solo grazie al suo non prendersi praticamente mai sul serio. Resta comunque un film minore, anche se può valere la pena di recuperarlo per gustarsi le ottime sequenze d’azione, dinamiche e ricche di fantasia nonostante le movenze imbolsite di Van Damme, ben lontano dalle evoluzioni di un Jackie Chan o un Jet Li.