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Gold – La grande truffa

Gold – La grande truffa racconta e romanza in maniera molto libera (cambiando nomi e dettagli per ragioni legali e perché Hollywood) le vicende che hanno coinvolto la compagnia mineraria Bre-X negli anni Novanta. E non aggiungo altro perché sono fatti di pubblico dominio, quindi ognuno può decidere liberamente se spoilerarsi o meno la faccenda. Io, per dire, non ne sapevo nulla e quantomeno mi sono goduto quel paio di colpi di scena che il film sa offrire. Anche perché non è che ci sia molto altro da godersi. A dirigere (ma, forse importante, non a scrivere) c’è lo Stephen Gaghan di Syriana e a mangiarsi il film c’è Matthew McConaughey. Non serve sapere molto altro e, anzi, in realtà è sufficiente l’informazione sull’attore, dato che il regista di quel film è praticamente irriconoscibile: se ci si aspetta un freddo, approfondito e tentacolare racconto delle dinamiche con cui si sviluppano faccende di questo tipo, meglio lasciar perdere.

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Spider-Man – La trilogia

Spider-Man (USA, 2001)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, Willem Dafoe, Kirsten Dunst, James Franco

Rivedendo il primo Spider-Man a sei anni di distanza, ho trovato conferma per le impressioni contrastanti che ricordavo. Da una parte il piacere di poter osservare una versione in “carne e ossa”, fedele all’originale nei tratti caratteristici e frutto di un evidente amore per il personaggio da parte di Sam Raimi. Dall’altra una pellicola debole, farraginosa, per certi sfilacciata. Un film d’azione con un antagonista incapace di andare oltre il suo pur divertente macchiettismo, una serie di personaggi poco più che abbozzati e uno script che paga la presunta necessità di raccontare sempre le origini nel film d’esordio.

E allora ci si deve sorbire una genesi lunga due ore, ben ritmata e, soprattutto, graziata dalla presenza dietro alla macchina da presa di una persona che gira le scene d’azione come davvero pochissimi altri, ma che dà l’impressione di non riuscire ad andare oltre il compitino svolto diligentemente. L’incredibile somiglianza di un po’ tutti gli attori al modello originale (un Jameson migliore non si poteva proprio trovare), la voglia di rielaborare in chiave moderna i personaggi senza tradirne lo spirito e in generale la capacità di rendere così bene su pellicola l’impatto visivo dei fumetti rendono questo Spider-Man – perlomeno ai tempi dell’uscita – l’adattamento fumettistico meglio realizzato di sempre. E ancora oggi, nonostante degli effetti speciali poi surclassati dai seguiti, il film si conserva abbastanza bene. Certo, vien da chiedersi se fra una decina d’anni sarà invecchiato male come l’ormai decrepito primo Batman di Tim Burton…

Spider-Man 2 (USA, 2004)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten dunst, Alfred Molina, James Franco

Così come accaduto anche per altre serie tratte da fumetti, il secondo episodio si rivela decisamente più compiuto, maggiormente vicino alla sensibilità di un autore forse anche più libero di lavorare fuori da costrizioni di produzione. Ma i pregi di Spider-Man 2 stanno innanzitutto in una sceneggiatura estremamente solida, che non va certo oltre l’ordinarietà di un manicheo conflitto fra super esseri, ma regala personaggi un po’ più ricchi e mostra una maggiore capacità di dosare ritmi e tempi. Raimi, poi, abbraccia con più convinzione lo spirito spensierato e goliardico dell’Uomo Ragno che piace a lui, mostrandoci un personaggio carico di autoironia e scegliendo di affrontare eventi dal forte peso drammatico con un forte taglio umoristico e la consapevolezza di non poter prendere più di tanto sul serio queste storielline d’amore e questi iperbolici drammoni adolescenziali.

In Spider-Man 2, poi, c’è l’unico villain davvero ben caratterizzato (e interpretato) di tutta la serie, affidato a un Alfred Molina capace di spazzare via in un attimo le mossette e i sorrisini di Willem DaFoe. E regia ed effetti speciali raggiungono un livello strepitoso, capace di rendere su pellicola come forse non si pensava fosse possibile la spettacolare complessità dell’azione fumettistica. Tutta la sequenza del combattimento sul treno, per esempio, è incredibile per ritmo, intensità e capacità di riprodurre le dinamiche e le tematiche del fumetto di supereroi.

E non manca il gusto per l’ammiccamento, l’attenzione al fan che può riconoscere la storyline palesemente ripresa nell’intreccio, o le tante citazioni grafiche costruite su schermo come tavole del fumetto, fra le quali spicca senza dubbio lo Spider-Man No More citato a parole da Tobey Maguire e per immagini da Sam Raimi. Insomma, Spider-Man 2, nella sua semplicità di blockbusterone estivo, è forse il perfetto film dell’Uomo Ragno. Meglio di così era davvero difficile fare.

Spider-Man 3 (USA, 2007)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, James Franco, Thomas Haden Church, Topher Grace, Bryce Dallas Howard

Il terzo episodio della serie paga un po’ il desiderio di inserire sempre di più, senza tregua e senza ritegno, cercando di accontentare in tutti modi i fan e di accumulare scene d’azione a raffica. Ne viene fuori una sceneggiatura sfilacciata, senza particolari buchi o passi falsi, ma che fatica a tenere insieme l’abbondanza di temi e personaggi e finisce per trascurarne in buona parte l’approfondimento. E così ci ritroviamo per esempio con un Venom piuttosto sprecato e una Gwen Stacy messa lì tanto per far numero.

Eppure, nonostante questo e nonostante un Tobey Maguire inguardabile, che sembra in procinto di trasformarsi in un Tom Hanks del tutto privo di carisma, Spider-Man 3 funziona, grazie soprattutto alla bravura di Raimi, uno che, tocca ripeterlo, gira come quasi nessuno. La scena della gru, da sola, vale il film, ma in generale, di momenti registici in grado di giustificare la visione e rendere marginale qualsiasi difetto la pellicola possa avere, Spider-Man 3 è davvero pieno.

Inoltre Raimi riabbraccia in pieno lo spirito autoironico e irriverente del secondo episodio, mostrandoci per esempio un Peter Parker che, grazie all’influenza “potenziante” del costume alieno, non diventa uomo di successo ma si limita a convincersene, rimanendo però il solito ingenuotto. Per non parlare dell’ennesimo cameo di Bruce Campbell, brillantissimo come sempre. Comicità per lo più di grana grossa, forse anche mirata a un pubblico infantile, ma che in fondo rende ancor più palese l’intento di mantenere un’atmosfera sognante, fiabesca, fumettosa, tutto sommato anche molto riuscita.

Spider-Man 3 è un degno capitolo finale per una trilogia omogenea e riuscita, ma che aveva decisamente bisogno di concludersi. Chiude i fili lasciati in sospeso, mostrando qualche ruga di troppo, ma rimanendo nella sostanza sui livelli dei precedenti film. Ora bisogna passare ad altro, come del resto sembra dire lo stesso Raimi, chiudendo per la prima volta non sull’Uomo Ragno in volo fra i palazzi, ma su Peter e Mary Jane uniti in borghese.

A margine, devo ancora una volta sottolineare la mia ormai totale insofferenza nei confronti dei film doppiati. Zia May, che nei primi due episodi appena rivisti in originale mi era parsa un’adorabile vecchietta interpretata da un’attrice davvero brava, in italiano diventa una lancinante e insopportabile lagna. Gwen Stacy, la cui versione cinematografica già in partenza non è il più ricco e profondo dei personaggi, ottiene in regalo una cadenza da Valeria Marini sotto effetto di sostanze stupefacenti. Tobey Maguire viene graziato da una voce certo degna della faccia da frolloccone che si ritrova, ma davvero insopportabile. E via così, senza fine, e senza neanche stare a discutere di gioiellini come “silicone” (chi deve capire capisca) e altre perle del genere. Non ce la faccio più.

Lady in the Water

Lady in the Water (USA, 2006)
di M. Night Shyamalan
con Paul Giamatti, Bryce Dallas Howard, M. Night Shyamalan

M. Night Shyamalan è un signor regista. Su questo continuo a non avere dubbi, nonostante già The Village mi avesse lasciato con l’amaro in bocca e questo Lady in the Water, lo dico subito, mi sia piaciuto ancora meno. È uno che sa cosa fare con la macchina da presa, che la utilizza come pochi altri, dando ad ogni film una forte e riconoscibile impronta d’autore e rendendo ogni immagine un vero piacere per gli occhi. Non solo, le sue pellicole hanno il pregio di presentare diversi livelli di lettura, di soddisfare sia sul piano più immediato, quello della narrazione pura, sia chi cerca opere profonde, personali, cariche di simboli e significati.

Il problema, perlomeno il mio problema, è che tutto questo ha con me funzionato alla grande solo coi suoi “primi” tre film. Il sesto senso, Unbreakable e Signs erano tre splendidi esempi di affascinanti specchietti per le allodole, schiaffati sotto il naso dello spettatore per raccontare in realtà altro. Fantasmi, supereroi, alieni, presupposti flebili e deliranti, raccontati in maniera splendida, credibile e appassionante, ma allo stesso tempo pretesti tramite i quali raccontare la visione del mondo che il loro autore ha.

Ma, se già con The Village si era rotto qualcosa, nel fino a quel momento splendido rapporto fra me e l’indiano, con Lady in the Water la nostra relazione è proprio andata a puttane. Perché nel suo ultimo film, personale, ricco, curato e “caricato” come e forse più di tutti i precedenti, per ampi tratti davvero splendido da guardare e studiare in ogni dettaglio, è mancato per me del tutto il coinvolgimento emotivo.

C’è chi dice che sia perché sono fuori target, perché Lady in the Water, perlomeno nelle sue vesti di semplice racconto, è una favola, e in quanto tale non a me si rivolge. Può essere, però allora mi chiedo come sia possibile che, solo una settimana dopo la visione del film di Shyamalan, Il gigante di ferro, che più favoletta non si può, sia riuscito a farmi venire le lacrime agli occhi per l’emozione, mentre delle vicende di questa anoressica sirena rossiccia non me ne fregava sostanzialmente una beata fava.

Il problema, poi, è che in Lady in the Water ho visto cose che non mi sono piaciute al di là del semplice mancato trasporto per una storia che, per carità, nelle intenzioni è e rimane indubbiamente una leggera e sognante fiaba. Per esempio il personaggio del critico, forse un po’ grossolano, posticcio, degno più di un Wes Craven, che di un autore generalmente un filo più sottile, nelle sue allusioni. E gli effetti speciali, grezzi, piatti, capaci di rovinare idee folgoranti come gli occhi nell’erba con creature che, francamente, lasciano rattristati per la loro gommosa sciattezza.

E poi il twist, l’immancabile sorpresa, che qui, invece di rappresentare, come in tutti i film precedenti, un improvviso e – per quanto ampiamente annunciato – stravolgente cambio di prospettiva, si diluisce in tanti piccoli “ribaltoni”, che mutano continuamente le convinzioni dei protagonisti. Ed è se vogliamo anche questo, a togliere potenza al racconto, perché dopo un po’ il trucco diventa abbastanza prevedibile.

Ora, io non so se tutto questo mancato innamoramento per il film sia un problema mio, o se invece l’abbandono dell’intensità emotiva e narrativa che caratterizzava i suoi precedenti film fosse nelle intenzioni di Shyamalan (anche se quella lunga e didascalica sequenza introduttiva, così perfetta nel togliere qualsiasi parvenza di magia e mistero al racconto, col senno di poi pare quasi una dichiarazione d’intenti). Ma comunque la si voglia leggere, si tratta di una colpa che mi rende Lady in the Water estremamente antipatico. Interessante, bello da vedere, ma troppo freddo, “teorizzato”, asettico. Perlomeno ai miei occhi.