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Talk Radio

Talk Radio (USA, 1988)
di Oliver Stone
con Eric Bogosian, Ellen Greene, Leslie Hope, John C. McGinley, Alec Baldwin

Il 18 giugno 1984 Alan Berg, speaker radiofonico famoso per la sua lingua velenosissima e totalmente priva di peli, viene ucciso con tredici colpi di pistola nel vialetto di casa sua. Tre anni dopo Eric Bogosian e Tad Savinar sfondano con una commedia teatrale parzialmente ispirata alla sua vita. Passa un anno e Oliver Stone porta Talk Radio al cinema, realizzando un film interpretato dallo stesso Eric Bogosian e basato su un mix fra la commedia teatrale, la vera storia di Alan Berg e qualche idea in più.

Ne esce fuori una pellicola strana e affascinante, estremamente teatrale nella messa in scena, quasi del tutto incentrata sulla maestosa interpretazione dell’attore protagonista. Bogosian sembra nato per questo ruolo, che del resto si è probabilmente anche un po’ cucito addosso. La sua voce calda e graffiante, la sua affascinante parlata e il suo nervoso, schizoide modo di fare donano al personaggio vita propria. E non è forse un caso che questo sia praticamente l’unico personaggio di peso interpretato da Bogosian sul grande schermo.

Talk Radio mette in scena un monologo che va avanti pressoché ininterrottamente, anche e soprattutto quando vengono mostrate apparenti conversazioni a due. Barry Champlain, il fittizio conduttore del graffiante talk show radiofonico al centro delle vicende, domina la scena seppellendo la pur apprezzabile serie di comprimari che gli ruotano attorno. Regna sull’intero film con la sua verve e le sue battute sferzanti, con il suo atteggiamento autodistruttivo, acido e malinconico.

E Oliver Stone gli appiccica addosso un film claustrofobicamente ossessionato dalla sua figura. Non esce praticamente mai dagli studi radiofonici, se non per una manciata di flashback e per un’apparizione pubblica che inizia come piacevole diversivo e si chiude con l’angosciante e opprimente reazione della gente al protagonista. E il culmine del film è, guardacaso, uno splendido monologo, interpretato da un Bogosian in stato di grazia e messo in scena da Stone con una trovata semplice, ma efficacissima.

E poi, subito dopo una nota di lieta speranza, arriva quel finale così asciutto e triste, malinconico e asfissiante, seguito dalla crudelmente ironica serie di commenti degli ascoltatori. Fatico a considerare Talk Radio un gran film, forse un po’ anche perché non amo la – comunque qui poco ostentata – retorica di Oliver Stone, ma cazzo se ti lascia dentro qualcosa.

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24 – Stagione 1

24 – Day 1 (USA, 2001/2002)
creato da Joel Surnow e Robert Cochran
con Kiefer Sutherland, Sarah Clarke, Elisha Cuthbert, Leslie Hope, Dennis Haysbert, Penny Johnson, Carlos Bernard

Jack Bauer, agente in forza alla Counter Terrorist Unit di Los Angeles, ha la tendenza ad agire sfidando qualsiasi autorità, fregandosene di tutto e di tutti e schivando in scioltezza la morale comunemente accettata. È per questo che è così bravo, è per questo che, spesso, paga care le conseguenze delle sue azioni. Le sue avventure – che in questa prima stagione riguardano il tentativo di sventare un attentato alla vita del possibile futuro primo presidente USA di colore – vengono raccontate in tempo reale: ogni episodio mette in scena esattamente un’ora di vita dei suoi personaggi, sfruttando gli intermezzi pubblicitari per gli unici balzi temporali. E proprio da questa struttura particolare e abbastanza innovativa vengono i maggiori pregi e i principali difetti della serie.

Un’intera stagione di 24 racconta un unico grande intreccio, che si sussegue nei suoi ventiquattro episodi senza soluzione di continuità. Questa prima annata è sostanzialmente divisa in due lunghissimi “episodi” della durata di circa dodici ore ciascuno (a quanto pare perché la produzione non si fidava e voleva poter chiudere a metà in caso d’insuccesso). Ovviamente questi due “episodi” si possono rozzamente dividere in atti, con una fase iniziale di preparazione, un momento centrale di crisi e una risoluzione finale degli eventi. Le conseguenze di questa natura tanto particolare sono parecchie, a partire dalla già accennata struttura narrativa, che di fatto nega l’esistenza di singoli episodi, ma racconta invece un unico, lungo fluire di eventi.

Se da una parte ne guadagna l’impatto generale della serie, con quel continuo “effetto ciliegia” che spinge a desiderare ardentemente la puntata successiva, dall’altra ne perde il singolo episodio, che non può certo dare la classica soddisfazione della bella storia autoconclusiva, con un inizio e una fine, così tipica della narrativa seriale. Più in generale, il serial assume in fretta toni abbastanza prevedibili, non tanto nei colpi di scena (alcuni un po’ telefonati, altri meno), ma nella ripetitiva struttura del singolo episodio.

Ogni puntata sfrutta lo stesso meccanismo narrativo e alla lunga, semplificando, ciascun episodio si riduce sostanzialmente a risolvere il cliffhanger del precedente, perdere tempo per mezz’ora e lasciare poi tutti col fiato sospeso grazie al colpo di scena finale. Ed è chiaro che portare avanti un racconto per ventiquattro ore in tempo reale richiede espedienti narrativi magari efficaci, ma non sempre riusciti al cento per cento. D’altra parte, se devi infilare almeno due o tre colpi di scena a settimana, è abbastanza inevitabile che prima o poi l’incredibile girandola di sfighe consecutive cominci a stridere un po’. Tanto più che, proprio per la struttura in stile “unico grande episodio da dodici ore”, c’è un bel blocco di puntate che stenta a decollare in ritmi e pathos, prima di lasciare spazio al di sicuro coinvolgentissimo crescendo finale.

Eppure 24 funziona. Funziona perché, dovendo buttare via un sacco di tempo fra un colpo di scena e l’altro, lavora (bene) sui personaggi, con dialoghi azzeccati e caratterizzazioni che, per quanto lavorate un po’ troppo con l’accetta, fanno il loro dovere e permettono di passare sopra a bucherelli di sceneggiatura e forzature varie. Funziona perché ha un protagonista supereroe in borghese, tormentato e dalla morale sfumata, capace di prendere in mano la situazione come forse solo il Bruce Willis dei tempi d’oro sapeva fare. E funziona per l’ottima regia – non a caso spesso nelle mani del sempre solido Stephen Hopkins – il cui azzeccatissimo e insistito utilizzo dello split-screen si sposa alla perfezione con il meccanismo narrativo. Ma, perlomeno guardando questa prima stagione, non sono riuscito a condividere l’entusiasmo generale. Boh, vedremo con la seconda