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Ocean’s 8

Fa una certa impressione scoprire quanto le operazioni di “gender swap” viste nell’ultimo Ghostbusters e in questo Ocean’s 8 siano simili per modalità e risultati. Partendo dall’assunto che, per quanto mi riguarda, non c’è nulla di male nell’operazione in sé e, anzi, è sempre interessante vedere come si riesca a rielaborare qualcosa di già esistente, il problema, ancora una volta, è che la rielaborazione lascia a desiderare, vuoi perché troppo timida e ossequiosa nei confronti dell’originale, vuoi proprio per i risultati complessivamente modesti, non all’altezza di un cast invece davvero ottimo, in forma, che esprime voglia da tutti i pori. Insomma, ancora una volta, è un po’ un peccato.

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Carol

Carol racconta la storia malinconica del rapporto omosessuale “nascosto” fra una giovane donna alle prese con la scoperta della propria sessualità e una figura più adulta, che sta fuggendo da un matrimonio ma non è disposta a rinunciare alla propria figlia. È tratto da un libro scritto da Patricia Highsmith sotto pseudonimo, mentre aspettava risposte da un editore riguardo al suo romanzo d’esordio, Sconosciuti in treno, e sfrutta quel rapporto per dare uno spaccato sulle difficoltà degli amori nascosti nell’America degli anni Cinquanta. Se il libro è interamente narrato dal punto di vista della giovane Theresa, con Carol proposta come figura eterea, sfuggente e dalla natura dubbia, il film apre le maglie del racconto e alterna i due punti di vista, probabilmente perdendo parte del suo fascino.

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Il curioso caso di Benjamin Button

The Curious Case Of Benjamin Button (USA, 2008)
di David Fincher
con Brad Pitt, Cate Blanchett

Nel raccontare la curiosa storia di un uomo che invecchia al contrario, David Fincher si conferma ancora una volta autore interessante, originale e che sfugge con insistenza al manierismo e alle vie più ovvie e semplici. E conferma pure di non riuscire mai ad annoiarmi o a sembrarmi prolisso. Anche quando tutti lo accusano di questo, qui come nel bellissimo Zodiac, lui proprio non ci riesce a farmi sbadigliare.

Il “bello” di Benjamin Button sta nella totale innocenza e schiettezza, del personaggio come del film. Nell’insistenza con cui Fincher evita di farsi trascinare dalla facile tentazione di dirigere un film macchietta, fatto di continue trovate originaligenialifresche, e sceglie invece la via della normalità, del presentare come ovvio, netto, inevitabile un fatto completamente senza senso. Non c’è spiegazione, non c’è accanimento sull’idea come metafora di chissà cosa, c’è solo la vita normale di un uomo anormale. Ed è forse questo il maggior pregio e il maggior limite di un film che ti stupisce per come sia lontano da quel che t’aspetteresti e ti delude perché in fondo ti sembra che da quell’idea non si stia cavando nulla.

Fincher racconta la vita di un uomo che nonostante la sua diversità cerca quello che cerchiamo tutti. Parla dei suoi fallimenti e delle sue esperienze, mette in scena la malinconica e disperata ineluttabilità che ci accomuna. Nel farlo, sciorina quasi tre ore affascinanti, ammorbanti, incostanti, nelle quali si alternano passaggi molto intensi, per esempio gli incontri “falliti” fra Benjamin e Daisy, e altre scene più ordinarie e meno sentite, a cominciare dal momento in cui finalmente le due vite s’incrociano, raccontato in maniera mediocre, pacchiana, “staccata” quasi a voler dichiarare fin da subito come non ci sia modo di uscirne vincitori.

Un film stranissimo nella sua normalità, che sembra costantemente in procinto di sprofondare nella melassa insopportabile, ma riesce sempre in qualche modo a tenersene fuori, o per quella manciata di belle trovate (l’orologio e la guerra, l’ometto e i suoi fulmini, gli “e se” e quello sguardo disperso), o per l’atmosfera subdola che scivola sotto pelle, o perché Brad Pitt l’è proprio bravino, o perché comunque, di fondo, si respira un senso di malinconia, di fallimento, di non potercela proprio fare, che ti mette a disagio dall’inizio alla fine. Non sarà un capolavoro, non sarà un grandissimo film, non sarà quel che sarà, ma avercene, di non capolavori e non grandissimi film come questi.

E poi stiamo parlando di un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo. E come posso non apprezzare un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo? Non posso. E infatti io lo apprezzo, un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo. Quindi, apprezzo Il curioso caso di Benjamin Button, un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo.

P.S.
Al cinema Arcobaleno di Milano proiettano Il curioso caso di Benjamin Button in lingua originale. Tutti i giorni, a tutti gli spettacoli. Esatto, ce l’hanno proprio fuori in lingua originale. Solo in lingua originale, non anche. Senza sottotitoli. O sono completamente pazzi, o Porta Venezia è diventata roccaforte degli immigrati anglofoni, o sono completamente pazzi. Io comunque approvo, apprezzo e, nel mio piccolo, supporto e foraggio. Ah, il 13 marzo esce in tutta Italia Gran Torino. E se nel frattempo questi non rinsaviscono, per il film di Clint Eastwood è previsto lo stesso trattamento. Stima.

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull (USA, 2008)
di Steven Spielberg
con Harrison Ford, Shia LaBeouf, Cate Blanchett, Ray Winstone, John Hurt, Karen Allen

Ma quanto è bello andare al cinema aspettandoti meno di un cazzo! Soprattutto se poi quello che trovi è tutto sommato ben di più di un cazzo. Voglio dire, passa un mese in cui ti convinci che, come temevi, ‘sto quarto Indiana Jones sarà una porcheria infame, in cui ne leggi peste e corna un po’ dappertutto, in cui solo qualche voce sfiatata osa dirne bene, e finisci per presentarti al cinema addirittura svogliato, certo non emozionato, ma solo perché, che fai, non ci vai?

E poi che succede? Succede che dopo una mezz’oretta pensi “oh, mi sta piacendo” e, caspita, cominci a gongolare per davvero. Ti rendi conto che tutta quella parte iniziale così amara e sofferente, con quell’Indiana Jones sconfitto e abbacchiato dalla vecchiaia sua e di un paese che lo scaccia in malo modo, è proprio bella e sentita. Pensi che è un bel modo per rielaborare e riscrivere il classico inizio di tutti gli Indiana Jones e che, nonostante il frigorifero, si comincia proprio bene.

E mentre Henry Jr. e Mutt fanno casino in moto e tu sei lì che ti diverti come un bimbo, cominci a pensare che, ah, cazzo, è vero, qua dietro alla macchina da presa mica c’è quel vecchio scorreggione rincoglionito di Lucas. No no, c’è il caro Steven, uno che anche la peggiore minchiata te la gira come si deve. E – per esempio – ti rendi conto che per la prima volta da chissà quanto tempo stai guardando un film d’avventura in cui nelle scene d’azione si capisce che cazzo succede! Delle gran belle scene d’azione, ariose, spettacolari, sensate, con un capo e una coda, in cui non sono il caso e una macchina da presa traballante a dominare tutto.

E poi pensi che è divertente vedere Harrison Ford che fa Sean Connery e Shia LaBeouf che fa Harrison Ford, perché in fondo è anche giusto che vada così. E via di questo passo, con qualche battuta davvero riuscita (“Non erano te” e sorrisone adorabile di Marion a seguire), con quella bella atmosfera avventurosa, caciarona, rozza e sporca, con quei cattivacci-macchietta, con quel continuo prendere sberle e rialzarsi, sempre e comunque, fino alla fine. Siamo proprio lì, da quelle parti, da quelle di Indiana Jones.

E magari non avrà lo spirito graffiante, innovativo, prepotente e arrogante che, come tutti i primi film di Spielberg, aveva I predatori dell’arca perduta. Magari non avrà l’ingombrante, adorabile, insostituibile presenza di Sean Connery, che da sola teneva in piedi L’ultima crociata. Ma perlomeno non ti sta facendo cacare come ti ha fatto cacare (perché davvero ti aveva fatto cacare) Il tempio maledetto l’ultima volta che l’hai visto.

È una bella avventurona, gradevole e divertente, che non tradisce un cazzo (suvvia), che giocherella e tira di gomito coi fan, strizzando l’occhio, citando e riciclando un po’, che si racconta con passione e amore divertendo dall’inizio alla fine. Avrà i suoi difetti, tipo uno sviluppo della trama davvero schematico (ma tanto più che negli altri?), non sarà bellissimo e perfettissimo e certo non ha il culo di essere il primo, anzi, ha la sfiga di essere l’ultimo e di esserlo facendo fronte a vent’anni di attesa. Ma chiude, e chiude bene, degnamente, con fra l’altro una bella chiosa finale, senza passaggi di consegne imbarazzanti e improponibili. Anzi, lo piglia per il culo, il passaggio di consegne. Bello, nonostante Lucas. E pazienza per Darabont.