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La gang del bosco

Over the Hedge (USA, 2006)
di Tim Johnson e Karey Kirkpatrick
con le voci di Bruce Willis, Garry Shandling, Steve Carell, William Shatner, Nick Nolte, Thomas Haden Church, Eugene Levy, Wanda Sykes, Avril Lavigne

Inutile, non c’è niente da fare, i film d’animazione Dreamworks mi lasciano d’un freddo che non ci si crede. Shrek – lo dico – mi sta sui coglioni. Il primo l’ho sopportato, nonostante un finale agghiacciante. Il secondo, gatto a parte, mi ha annoiato a morte. Il terzo lo aspetto su Sky. E col resto (Madagascar, per dire), non è che vada molto meglio. Però, insomma, una chance televisiva non la si nega a nessuno, quindi perché privarsi di un film che, oltretutto, s’ispira a una striscia a fumetti molto carina?

Boh, magari perché si torna sempre lì, a guardare robetta cerchiobottista vorrei ma non posso, che vuole accontentare tutti e rimane mosciamente nel mezzo. Sicuramente fa divertire i bimbetti e bene o male qualche spunto stilistico interessante lo tira sempre fuori, assieme all’immancabile singola trovata geniale (“Playplayplayplay”, stavo male). Ma mi lascia proprio addosso quel senso d’insoddisfazione. D’altra parte, suvvia, dura neanche un’ora e mezza, e non è che sia un’ora e mezza da conati di vomito. Anzi, c’è ben di peggio.

Die Hard – Vivere o morire

Live Free or Die Hard (USA, 2007)
di Len Wiseman
con Bruce Willis, Justin Long, Timothy Olyphant, Maggie Q, Cliff Curtis, Mary Elizabeth Winstead

Quando, venti giorni fa, sono andato a vedere questo nuovo Die Hard, sono uscito dal cinema convinto di volerlo commentare sul blog con una specie di parodia, una presa per i fondelli sullo stile di quanto fatto con Episodio III. Di elementi da perculare ce ne sarebbero del resto non pochi: penso per esempio all’inascoltabile doppiaggio, al fatto che uno dei terroristi è identico a Roberto Donadoni e a tante altre cose che, già mentre guardavo il film, mi immaginavo parodiate. Però, ringraziando lo scazzo, sono appunto passati venti giorni e sinceramente non penso ne valga poi tanto la pena.

C’è comunque da dire che questo Die Hard 4.0 mi ha stupito, innanzitutto perché su Len Wiseman, dopo essere rimasto scottato dal soporifero Underworld, non avrei puntato un soldo. E poi, diciamocelo, la semplice solidità del primo Die Hard è ineguagliabile, anche per il posto mitologico che quel film occupa nell’immaginario collettivo e che gli proietta addosso meriti se vogliamo pure superiori al dovuto. Tant’è che i pur decorosi precedenti sequel vengono – forse ingiustamente – considerati inferiori, anche di ampie spanne.

Ed è pure tenendo in mente questo che considero decisamente riuscito il tentativo di Wiseman, autore di un action movie solido, efficace, divertente. Certo, più che in un regista obiettivamente anonimo e non confrontabile con un vecchio marpione come John McTiernan, i meriti del film stanno soprattutto in Lui. Bruce, uno che a cinquant’anni suonati tiene la scena come quando ne aveva trenta, anche se magari con un filo di atletismo in meno e un pizzico di granitica fisicità in più. Invade lo schermo col suo faccione e la sua presenza, domina il film e lascia gli spiccioli ai suoi compagni di sventura.

Gli sceneggiatori lo sanno e gli costruiscono tutto attorno, ricamando una lunga serie di scene in cui permettergli di sfottere i suoi avversari a suon di battutone e strizzare l’occhio “autocitandosi” senza tregua. Oltre a lui, comunque, sono efficaci un po’ tutti i personaggi, a partire da un Timothy Olyphant che non ha il carisma elegante di Alan Rickman e Jeremy Irons, ma svolge bene il suo ruolo di impreparata vittima del sarcasmo di McClane. E poi ci sono una spalla giovane e simpatica, una figlia che si rivela personaggio azzeccato ed efficace contraltare alle battute del padre e una terrorista dagli occhi a mandorla insopportabile come il ruolo richiede.

Ma oltre all’azione spettacolare, devastante, completamente fuori dal comune e dal credibile, Len Wiseman si concede perfino di sbattere dentro al film qualche vago accenno di contenuto. Una lieve riflessione sullo scomparso eroismo, una fugace e magari anche involontaria simbolica genialata in quel trucchetto della Casa Bianca brasata al suolo, un banale ma sempre efficace contrasto fra il vecchio e romantico protagonista di celluloide e la nuova era digitale, nella quale il nostro eroe si trova inizialmente spaesato e impreparato, ma che alla fine sconfigge dall’interno, come e peggio di un virus informatico.

Insomma, i veri problemi di questo quarto Die Hard, al di là delle solite forzature di sceneggiatura che, purtroppo, sono ormai congenite nel genere “puttanatona hollywoodiana”, vengono da fuori. Per esempio nel fatto che – prima volta nella serie – si è voluto schivare il rating R e, come suggerisce simpaticamente il sempre ottimo Roger Ebert, sembra di guardare la versione del film censurata per la proiezione in aereo. E poi c’è il doppiaggio.

C’è la scelta di voci una più sbagliata dell’altra, tutte distanti dall’originale come peggio non si potrebbe. C’è la figlia, che siccome è la figlia, deve avere la vocina, mica il vocione da scaricatore di porto della Winstead (che peraltro ben si adatta alla linguaccia del personaggio). C’è Kevin Smith che parla come lo stereotipo che interpreta, e ovviamente non può che avere quella voce. C’è John McClaine costantemente fuori giri, sopra le righe, che sbraita sempre, nonostante il Bruce in originale abbia sempre un tono calmo, duro, freddo. E ci sono una serie di volgari e tristi battute, inventate, infilate a caso, perfino in punti nei quali i personaggi dovrebbero starsene zitti, nate da non so cosa, anche se mi viene da pensare che si tratti di presunzione. Io al cinema a queste condizioni non so se ci voglio ancora andare.

Slevin – Patto Criminale


Lucky Number Slevin (USA, 2006)
di Paul McGuigan
con Josh Hartnett, Lucy Liu, Morgan Freeman, Ben Kingsley, Bruce Willis, Stanley Tucci

Slevin è un film che gioca con lo spettatore, si diverte a farlo e certo non se ne vergogna. Prende amichevolmente in giro l’abitudine del “twist” narrativo che ribalta la prospettiva e lo fa in maniera del tutto aperta. Troppo fuori dall’ordinario le premesse, troppo allucinate e simboliche le splendide scenografie, troppo favoleggianti e ironici i toni con cui sono presentati i personaggi, per non capire fin dall’inizio che “c’è qualcosa sotto”.

Se preso per il verso giusto, però, l’ultimo film di Paul McGuigan funziona, grazie a dei divertenti dialoghi tarantiniani e alle solite notevoli performance di tutto il cast. Ma bisogna essere disposti a giocare col regista, accettare le bottarelle di gomito e le strizzate d’occhio, sorvolare su certe forzature e su un’aria da esercizio di stile fine a se stesso che permea buona parte del film.

Quando poi arriva il momento del citato twist, però, a sorprendere non è tanto il prevedibile sviluppo dell’intreccio, quanto piuttosto la piega tremendamente noir che prende il tutto. Un tipo di narrazione già intrapreso nei minuti iniziali, ma poi abbandonato in favore di un’atmosfera sognante e sarcastica, talmente sopra le righe da risultare quasi fiabesca. E invece negli ultimi minuti si torna alla realtà, alla disperazione e al cinismo, seppur tagliato da uno sferzante raggio di luce.

Solo due ore


16 Blocks (USA, 2006)
di Richard Donner
con Bruce Willis, Mos Def, David Morse

Otto anni dopo l’ultimo Arma Letale, Richard Donner torna sul terreno che forse conosce meglio, con un film che racchiude praticamente qualsiasi stereotipo del poliziesco “light”: un luogo da raggiungere/compito da portare a termine entro un certo limite di tempo, una banda di poliziotti corrotti, una spalla comica di colore che non sta mai zitta, Bruce Willis ridotto ai minimi termini entro la fine del film…

Solo due ore, pur non dicendo nulla di nuovo e non portando in dote particolari sorprese, è comunque un film ben confezionato. Diverte e scorre via liscio, pur non appassionando esageratamente, forse per l’eccessiva prevedibilità dell’intreccio. Ottimi gli attori, con un Bruce Willis trasandato più che mai e un David Morse perfetto figlio di buona donna.

Capitolo a parte per Mos Def, la cui interpretazione viene definita sorprendente e assai brillante da chiunque abbia visto il film in originale. La versione italiana, purtroppo, ci regala un doppiaggio da ritardato mentale, che biascica in maniera insopportabile dall’inizio alla fine. E, forse, il vero motivo per cui il film non appassiona consiste nel fastidio causato proprio dall’interpretazione completamente sballata di Simone Mori.