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Independence Day – Rigenerazione

Realizzare un seguito di Independence Day che abbia senso, vent’anni dopo l’originale, è impresa non da poco, fosse anche solo perché è evidente che il film non potrà avere l’impatto visivo, iconografico, banalmente grosso che ci fu nel 1996. E infatti, Independence Day – Rigenerazione quell’impatto non ce l’ha, nonostante sia effettivamente tutto più grosso e nonostante il fatto che se Emmerich ha una singola dote è quella di saper far diventare tutto enorme, anche un film teoricamente basato su Dolph Lundgren e Jean-Claude Van Damme che si tirano calci volanti. D’altra parte, in questi vent’anni, al cinema abbiamo visto ben altre robe e, onestamente, alcune cose, tipo le sequenze di dogfight, le abbiamo viste fatte meglio di come le gira Emmerich. Siamo assuefatti, e un po’ come la rissa di Civil War, per quanto bellissima, dopo quindici anni di supereroi esprime anche un po’ quel senso di vabbé, l’astronave grossa come un oceano che si parcheggia su un lato della Terra è divertente, ma alla fine non è che lasci più di tanto a bocca aperta.

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Prison Break – Stagione 2

Prison Break – Season 2 (USA, 2006/2007)
creato da Paul Scheuring
con Wentworth Miller, Dominic Purcell, William Fichtner, Robin Tunney, Amaury Nolasco, Peter Stormare, Wade Williams, Robert Knepper, Sarah Wayne Callies, Paul Adelstein, Rockmond Dunbar

Il primo episodio della seconda stagione di Prison Break non è niente di speciale. Fa anzi subodorare che toccherà quanto avvenuto nel corso del primo anno, con un crescendo un po’ lento e una vera esplosione degli eventi rimandata di (almeno) cinque o sei puntate, come del resto accade fin troppo spesso nei serial da oltre venti episodi. Diventa quindi ancora più fondamentale che questo primo episodio si chiuda in quel modo, con la morte improvvisa di uno dei personaggi principali. Così, a muzzo, una roba del genere mi viene in mente di averla vista solo in avvio della seconda stagione di Buffy, ma comunque lì non avveniva così presto e, soprattutto, non si trattava di uno dei protagonisti “positivi”, anche se era un personaggio fisso della prima annata.

Con questa mossa gli autori stabiliscono uno standard, tracciano una soglia di “sicurezza” al di sopra della quale, per ovvi motivi, si trovano solo Scofield e Lincoln. I personaggi minori da eliminare sono terminati e ora tocca ai pezzi grossi. Tutti sono sacrificabili. Tutti possono lasciarci le penne. E molti di loro lo faranno, con un bodycount in continua salita, inarrestabile, che non lascia fiato e tiene alta la tensione fino alla fine, talvolta accanendosi su vittime un po’ telefonate, talvolta lasciando abbastanza di stucco.

Tutto questo è ovviamente fondamentale nel momento in cui si vuole impostare un intero ciclo da ventidue episodi su un gruppo di protagonisti in fuga, ciascuno coi suoi obiettivi e le sue motivazioni, ma tutti uniti dal pericolo costante. Da una parte le forze dell’ordine, che vogliono sbatterli di nuovo in cella per poi buttare via la chiave, dall’altra la fetida Compagnia, che vuole buttare direttamente via loro.

Ne nasce un serial d’azione frenetico, appassionante, che nei suoi momenti migliori incolla letteralmente allo schermo per il crescendo di tensione. Dopo una serie di episodi deboli, troppo giocati sui soliti, prevedibili colpi di scena (ti faccio credere che li stanno per beccare, ma poi ti “sorprendo”), gli eventi decollano quando prende ritmo la sfida d’arguzia fra Scofield e Mahoney. Lì questa seconda stagione offre il suo meglio, nell’andare a riprendere il delirante turbine di cazzate che il primo riesce a inventarsi per uscire dai guai e nel mettergli questa volta di fronte col secondo un avversario ben più che all’altezza.

Ma un altro gran pregio del serial sta sicuramente nella ricerca di un certo candido ed epico eroismo, nell’afflato cavalleresco che certi personaggi, di tanto in tanto, riescono ad assumere, nella caratterizzazione tutt’altro che povera nascosta sotto una facciata di macchiette banali. Il massimo del coinvolgimento emotivo Prison Break lo tira fuori quando la butta sul romanticismo estremo, sia esso quello dell’amore fra Scofield e Sara, dei sacrifici di un padre per la sua famiglia, della crisi di coscienza di un uomo che ha visto e fatto di tutto.

Dove invece questa seconda stagione fallisce è nel pessimo arco finale di episodi. Quando si stanno tirando le fila di tutti i discorsi, quando ciascuno dei piani narrativi sta giungendo alla sua bella e giusta conclusione, ecco che all’improvviso si inseriscono una sfilza di minchiate e forzature a caso, appiattendo mostruosamente il comportamento di almeno tre o quattro personaggi per inventarsi un seguito e andare avanti a mungere la vacca.

E ne esci fuori certo con la curiosità di vedere cos’altro s’inventeranno, come proseguiranno le storie di personaggi a cui ti sei affezionato, ma anche con in bocca un retrogusto amaro, flaccido, quasi marcio. E, oltretutto, la consapevolezza che anche nella terza stagione ti dovrai sorbire l’idiozia di Sucre e il rincoglionimento di Lincoln, che quando s’incazza è pure figo, ma passa il tempo a fare sempre e costantemente la mossa peggiore. In ogni singola situazione. Eccheccazzo.

P.S.
Mi segnalano che Jodi Lyn O’Keefe è nella terza stagione, non nella seconda. Ho corretto di conseguenza. Devo dormire di più.