Le due settimane di (quasi) ferie a fumetti di giopep

E rieccomi, con estrema calma, a portare avanti la mia rubrichetta sui fumetti che leggo. Oggi si parla dei fumetti che ho letto durante le mie due settimane di permanenza in Italia a inizio luglio. Con appena due settimane di ritardo. Incredibile ammisci! Fra l’altro, per essere un paio di settimane trascorse a cazzeggiare in Italia e in zona mare, ho letto sorprendentemente pochi fumetti, ma è pur vero che in quei giorni ho letto un paio di libri, recuperato un po’ di riviste e soprattutto ho lavorato come uno scemo, quindi in effetti non è poi così strano. Comunque, vediamo un po’.

The Boys #12: “The Bloody Doors Off” *****
The Boys #11: “Over the Hill with the Sword of a Thousand Men” *****
E finalmente ho completato il recupero di The Boys, leggendomi un notevole gran finale, spettacolare, violento, brutale, divertentissimo e anche parecchio drammatico, come ci si aspetta dalle buone storie di Garth Ennis. E come spesso capita alle buone storie di Garth Ennis, alla fin fine The Boys mi lascia addosso il ricordo di un’opera interessante, divertentissima, intelligente, con diversi alti e bassi ma una personalità tutta sua e tanti motivi per leggerla. E un po’ discontinua per quanto riguarda i disegni, anche. Che è un po’ un peccato, ma insomma, ci si accontenta.

Le storie #3/9 ***/****
Mi sono perso i primi due numeri, mi toccherà recuperarli, perché mi sono svegliato troppo tardi nel segnalare in fumetteria che volevo questa serie. Capita. Comunque, lo dico per chi magari non dovesse saperlo, si tratta di una collana targata Bonelli e tutta fatta di storie autoconclusive, firmate sempre da autori diversi, che non hanno collegamenti fra di loro, a parte il fatto di essere spesso (ma non sempre) ambientate in contesti storici assortiti, con personaggi realmente esistiti a far da contorno o addirittura da protagonisti. Chiaramente, è inevitabile, ci sono albi più riusciti di altri, ma nel complesso mi sembra un’iniziativa molto bella e comunque una lettura sempre gradevole.

Long Wei #1 ***
Questo non me lo sono dimenticato, ma quasi me lo perdevo lo stesso, perché a quanto pare la distribuzione è un po’ alla come capita e nella mia fumetteria non era arrivato. Il primo numero m’è spuntato davanti, pensa te, nell’edicola di Varese Ligure. Per i successivi mi sono affidato al sempre lodevole Dottore, che trascorrerà i prossimi mesi obbligato a setacciare ogni volta le edicole di Milano cercando non solo la copia per sé, ma pure quella per me. Cicci. Comunque, è una serie firmata Diego Cajelli, che racconta di un esperto d’arti marziali cinese che si ritrova in zona Paolo Sarpi (più o meno) a Milano a fare l’eroe che spacca tutto. In pratica è un film d’azione spalmato su carta, omaggia il cinema di arti marziali ma riesce a farlo mantenendo comunque una personalità da fumetto popolare italiano. O, comunque, questa impressione mi ha fatto il primo numero, gradevolissimo. Vediamo un po’ come va avanti.

Happy #15 *****
E si conclude fra risate, buoni sentimenti, pathos, emozione e trasporto degno di un film sportivo Disney la serie più sbarazzina e semplice (fra quelle che ho letto) di Naoki Urasawa. Io mi sono divertito un mondo e perfino emozionato parecchio, davanti a queste pagine. Se piacciono i manga sportivi un po’ scemotti, tanto melodrammatici, disegnati bene e con un certo spirito nostalgico, lo consiglio.

Zerocalcare: Ogni maledetto lunedì su due ****
La raccolta in volume delle strisce (tavole? storie? quel che sono) pubblicate da Zerocalcare sul suo blog, raccolte per benino e impreziosite da una specie di pseudo-storia che le attraversa andando a disegnare una sorta di filo conduttore. Non è che sia proprio necessario, visto che alla fine il materiale è bene o male tutto disponibile sul sito, però è piacevole avere il volume in mano e spararsi le risate in fila sdraiati a letto.

Habibi ****
Sei (glom) anni fa, ho letto Blankets e me ne sono innamorato. Nell’autunno del 2011 ero in vacanza negli iuessei e mi sono ritrovato davanti Habibi, edizione cartonata. Mi son detto che avrei aspettato la riedizione brossurata e l’ho lasciato lì. A giugno di quest’anno ero a Los Angeles per l’E3 e mi sono ritrovato davanti l’edizione cartonata di Habibi. L’ho comprata e amen. L’altra settimana, a Parigi, ho visto l’edizione brossurata di Habibi. Però era in francese, non vale. Comunque, Habibi, una storia surreale e che, soprattutto, in qualche modo è surreale leggere dopo essere stato in vacanza in Oman e avendo quindi ancora in bocca il sapore del deserto, dei succhi di frutta, del caffè al cardamomo. Una storia molto lontana, e non solo per ambientazione, da quella di Blankets, con cui però condivide la furia nel trattare del difficile rapporto con la sessualità e l’impressionante e fantasiosa potenza visiva. Un po’ lungo, forse un po’ tirato per le lunghe, ma bello, ricco ed emozionante.

Quelli che ho scritto in altre occasioni dei numeri precedenti e non ho niente da aggiungere e mi limito quindi a metterli qua in fila con le stelline che mi ero appuntato
All Ronder Meguru #8/9 *****, Gantz #34/35 ****, Lilith #9/10 ***, Naruto #61/62 ***, Real #12 ****, Saga #2 *****, Worst #28/29 ***

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Le cosette a caso del martedì

Allora, oggi è una di quelle giornate lì. Quelle in cui stai annaspando perché devi consegnare cento cose e vorresti, se possibile, anche riuscire a goderti poi una serata serena, senza fare le tre davanti al monitor per finire tutto. Ovviamente fallirò, ma uno ci prova. Del provarci, fa parte anche il fatto che non ho tempo, concentrazione e forza mentale per scrivere qualcosa di sensato qua sul blog. Me la gioco quindi alla solita maniera, infilando un trailer e mezzo.

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Sostanzialmente è la versione breve del primo, insopportabilmente lungo, trailer, con però aggiunta di parolacce, carne femminile e Mark Wahlberg che fa lo scemo. Sembra tamarrissimo. Sembra però anche moderatamente divertente. Sembra quindi una roba che voglio guardarmi. Il titolo originale è 2 Guns, il titolo italiano è Cani sciolti, fra adesso e ottobre esce con calma un po’ dappertutto.

Niente, così, un pezzo a caso da Kick-Ass 2. Ho voglia di riguardarmi il primo.

Ieri sera, incredibile, abbiamo registrato il nuovo Outcast. Attendere prego.

La regola del silenzio

The Company You Keep (USA, 2012)
di Robert Redford
con Shia LaBeouf, Robert Redford e un sacco di suoi amici più o meno coetanei

La regola del silenzio ha tre problemi. Il primo è che l’intera faccia di Robert Redford ha ormai l’aspetto delle labbra di Nicole Kidman. È onestamente inguardabile e totalmente privo di credibilità, specialmente quando sei lì che cerchi di farti coinvolgere dalla sua disavventura umana e ti ritrovi a osservare su schermo gigante il volto di uno dei Masters of the Universe. Il secondo è che cerca di convincerti che Robert Redford e Julie Christie fossero dei giovani rampanti, freschi d’università, nel 1980. Quando il primo aveva quarantatré anni e la seconda ne aveva trentanove. E OK i fuori corso, OK che siamo abituati a sorbirci attori ventenni in ruoli da adolescenti, ma ci vuole una gran forza di volontà, nel guardare il settantaseienne Robert Redford che arranca correndo nei momenti quasi action del film, con delle movenze da, beh, da quasi ottantenne, e credere che abbia una ventina d’anni in meno. Il terzo problema è magari una faccenda personale, per carità, ma onestamente, sarà anche perché i problemi numero uno e numero due mi hanno completamente tirato fuori dal film, dopo il bell’avvio mi sono discretamente spaccato i maroni.

Le premesse sono intriganti, perché poi alla fin fine l’idea di bermi un bel thriller politico, più o meno ancorato a fatti reali, come non se ne fanno più, è totalmente benvenuta. Avercene, di film del genere, avercene, di film come non se ne fanno più, avercene, di Jack Reacher e di Argo. La voglia, perlomeno a casa mia, c’è eccome. Anche a costo magari di sopravvalutarli un po’. Ma La regola del silenzio, pur partendo bene, in maniera intrigante, con una Susan Sarandon convintissima e uno Shia LaBeouf che ce la mette tutta nelle sue nuove vesti da attore serio, si perde velocemente nel nulla, diluisce le sue emozioni spostando l’attenzione sul poco credibile Redford e sulla sua ricerca di riabilitazione.

Il problema è che non ci si crede un attimo. E se non credi al nucleo del film, come fa a funzionare tutto quel che gli ruota attorno, soprattutto quando è il film stesso a mettere in secondo piano certi aspetti interessanti introdotti inizialmente? A dare il colpo di grazia, poi, ci pensa il cast: al quinto o sesto – bravissimo, per carità – attore famoso dei bei tempi andati che fa da comparsa, la raccolta di figurine si unisce al gruppo degli elementi che spingono fuori dal film e ammazzano il coinvolgimento. Provare a indovinare quale sarà il prossimo simpatico nonnetto a fare ciao ciao con la manina, e in quali vesti si presenterà, diventa ben più interessante che capire come si arriverà al prevedibile lieto fine. E d’altra parte è esattamente quel che succede con gli All-Star Game, no? Nella maggior parte dei casi, poco importa il risultato: vediamo chi c’è e che numeri fanno. Oh, guarda, Tracy McGrady s’è fatto l’alley-oop da solo.

Ho visto il film al cinema qua a Monaco, in lingua originale, l’altro giorno, perché, sì, qua in Germania è uscito adesso, con mesi di ritardo. L’Italia, invece, è il primo paese al mondo in cui è uscito. Poi vi lamentate. Ah, in un film pieno di gente sopra ai sessanta, Shia LaBeouf è quello che biascica più di tutti. Brit Marling, invece, ha una voce molto sexy,

Lo spam della domenica mattina

È ormai usanza più o meno fissa, per me, sfruttare il pigro post domenicale per spammare i podcast pubblicati nel corso della settimana su Outcast o eventuali mie apparizioni da qualche parte. Da oggi ho deciso di allargare lo spam a un po’ tutto quel che faccio di qua e di là. Per due motivi. Il primo è che così sono abbastanza sicuro di poter pubblicare questo post anche nelle settimane in cui non pubblichiamo podcast (tipo questa). Il secondo è che, in linea di massima, penso che se uno segue questo blog magari può interessargli leggere pure quel che scrivo altrove. Magari no, vai a sapere. Vero anche che non mi è mai piaciuto troppo segnalare qua sul blog le cose scritte altrove più io meno per lavoro, tendo a limitare la cosa alla sezioncina Altripep della colonna lì a destra, però, oh, dai, alla fine perché no. Ah, nella cosa non rientreranno le traduzioni che faccio per IGN (e che del resto non infilo neanche nell’Altripep). Perché insomma, eh, ci metto del mio, ma sempre traduzioni sono. A parte magari casi particolari di articoli che ritengo proprio belli e/o interessanti. E dunque, che ho combinato, questa settimana?

Su IGN è uscita la mia recensione di Stealth Inc.: A Clone in the Dark, riedizione PS Vita e PS3 dello Stealth Bastard di cui tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, avevo scritto su The Games Machine. Mi è piaciuto moltissimo, pensavo pure di dargli un 9, ma alla fine, nell’indecisione, ho calato il tiro. La recensione sta a questo indirizzo qua, mentre a quest’altro indirizzo qua c’è un’anteprima su Killzone Mercenary, un FPS per PlayStation Vita che potrebbe essere il primo FPS degno per PS Vita. E che a me, lo ammetto, non interessa molto. Però non è male. Su Outcast, invece, mi sono limitato ai miei appuntamenti fissi settimanali. Martedì è toccata a un Videopep in cui colgo l’occasione dei trentesimi anniversari (più o meno) per mostrare in video un Famicom e un Sega Master System. Sta a questo indirizzo qui. Ieri, invece, ventiquattresimo episodio di Old!, in cui chiacchiero del lontano luglio 2003. Sta a quest’altro indirizzo qui.

Uhm, però così il facile post della domenica mattina diventa uno sbattimento. 😀

Ronin come se piovessero e altre nerdate da sabato mattina

E allora, niente, Keanu Reeves ha dato di matto e dopo il film sul tai chi si è messo pure a fare una di quelle robe cinesi piene di mostri, streghe, draghi, drappi che svolazzano, calci volanti, piroette e samurai.

Onestamente, devo dire che mi piace l’idea di Keanu che ormai che glie ne frega, fa le robe di cui è appassionato e che lo divertono, ma allo stesso tempo questo trailer non mi fa impazzire di voglia perché è veramente troppo infarcito di roba fatta (male) al computer. Però, oh, magari è divertente. Per il resto, nei giorni scorsi è stato tutto un tripudio di rumor su questa e quella cosa. Tipo, pare che Zac Efron sia in ballo per non si sa che ruolo (forse Han Solo jr.) e Ryan Gosling per quello del figlio di Luke Skywalker, chiaramente nell’Episodio VII diretto da J.J. Abrams o forse no che pare voglia mollare. Ah, si parlava pure di Leonardo di Caprio, ma alla fine no. Un casino, insomma. Poi c’è Vin Diesel che si diverte a sottolineare che forse parteciperà ai film Marvel infilandosi in una qualche storia d’amore un po’ particolare. Possibile che lo vogliano per interpretare Thanos? In fondo lui vuole portarsi a letto nientemeno che la morte! Poi, che altro, si parla di un film dedicato – attenzione – al nipote di Apollo Creed, con tanto di Silvester Stallone a interpretare Rocky, e questa cosa la menziono solo perché mi ha fatto molto ridere.

Ah, il trailer esteso di Gravity:

In pratica è la scena dell’altro giorno con in più aggiunta altra roba che mette ansia. Mi sta piacendo sempre di più, con un solo “ma”: c’è troppa musica ed è troppo insistita, preferirei un po’ più di silenzio.

Per la cronaca, domani vado a vedere per la terza volta Pacific Rim. Non escludo una quarta. Non so da quanto tempo non capitasse una roba del genere. E il bello è che alla prima visione, in 2D e in decima fila, m’era piaciuto, ma non così tanto. Poi, però, ho voluto dargli una chance in 3D e in quinta fila. E ho capito dove stava l’errore.

Wolverine – L’immortale

The Wolverine (USA, 2013)
di James Mangold
con Hugh Jackman, Tao Okamoto, Rila Fukushima, Hiroyuki Sanada, Svetlana Khodchenkova, Brian Tee, Hal Yamanouchi, Will Yun Lee

Durante le riprese del primo X-Men, Bryan Singer aveva vietato agli attori di leggere fumetti, forse perché temeva che si facessero prendere da interpretazioni troppo sopra le righe. E quindi gli attori si passavano i fumetti di contrabbando da una roulotte all’altra. È in quel contesto che Hugh Jackman si è letto la saga del Wolverine giapponese di Chris Claremont e Frank Miller e se n’è innamorato, fissandosi poi con l’idea di basarci sopra un film, per provare a portare al cinema quel Wolverine lì, cupo, tormentato, furioso, carico di rabbia, violento ma con l’animo di chi s’innamora della giapponesina, si ritrova invischiato in storie d’onore e combatte orde di ninja incazzati. La scena dopo i titoli di coda di X-Men: Le origini – Wolverine mostrava Logan in Giappone e suggeriva un seguito basato su quella saga. E infatti, poi, il progetto è partito, con un Jackman super entusiasta perché lui, a quel Logan lì, ci tiene e ci crede davvero. Voleva farlo, un Logan fatto bene. Ci credeva, in un film fatto bene su quel Logan lì. Cicci.

E come parte, il progetto? Con Christopher “vecchia scuola” McQuarrie alla sceneggiatura e Darren Aronofsky alla regia, che subito promette un film suo, che non avrà niente a che vedere con le robe dei supereroi, che in Fox non sanno cosa sta per combinargli e via dicendo. Belle premesse, no? Sì, dai. Solo che poi Aronofsky molla il colpo perché non ha voglia di stare un anno a girare in Asia lontano dalla famiglia (o magari perché dalla produzione gli tiravano i coppini dicendogli di darsi una calmata), la sceneggiatura viene rimaneggiata da uno che ha messo le mani su roba come il quarto Die Hard e il remake di Total Recall, la produzione si incaglia a lungo per colpa di quel problemino di onde alte in Giappone e alla regia viene chiamato James Mangold, uno che con Copland a ha ricordato a tutti che in fondo Sylvester Stallone è un buon attore quando nessuno si ricordava più chi fosse Sylvester Stallone, ha fatto vincere l’Oscar ad Angelina Jolie e Reese Witherspoon e, insomma, non è proprio Aronofsky, ma un po’ di credibilità a tutta la faccenda del “facciamo un film serio” riusciva comunque a conservarla. E cosa è venuto fuori?

È venuto fuori un film che soffre fortissimo della sindrome da Christopher Nolan. Quella sindrome per cui sembra di guardare due o tre film diversi che si prendono a testate e non riescono ad andare d’accordo. Quella sindrome per cui il suo Batman sembra un intruso che s’ostina a infilarsi di soppiatto in film che non gli appartengono. Ecco, qui, da un lato, c’è il The Wolverine che vuole crederci fortissimo a fare l’avventurona quasi noir, con la storia d’amore esotica, il fascino della location ignota, il mistero e l’ammore consumato alla bancarella di onigiri. Però c’è anche il nuovo episodio della saga cinematografica mutante, con Logan che viene tormentato dalle visioni di Jean Grey, che pure ci stanno dal punto di vista narrativo, ma hanno troppo l’aria del voler infilare a forza la natura seriale in un film che sta facendo di tutto per essere una storia per i fatti suoi. Sei lì che guardi un racconto autoconclusivo e continuano a tirarti in faccia il ricordo di una grande tragedia capitata in un altro film di sette anni fa. E infine ci sono la tizia vestita di verde fluo coi superpoteri e il samurai-robottone-argenteo, che veramente pigliano e si infilano a calci dentro un film con cui c’entrano poco o nulla. Ogni volta che appare Viper è accompagnata da un punto di domanda e tutto il gran finale è una roba che proprio non c’entra nulla col tono che il resto del film ha provato disperatamente a inseguire. Poi, che quei due personaggi possano esserci in un film su Wolverine è normale, ci mancherebbe, ma non è quello il punto. Il punto è che non c’entrano con questo film su Wolverine. E insomma, un pastrocchio. Hai voglia a dire “ma son supereroi, che pretendi?”, perché la sensazione è proprio quella e il dubbio che sia figlia dei rimaneggiamenti dal progetto originale è difficile levarselo. Poi vai a sapere, magari il film doveva essere questo fin dall’inizio, solo che Aronofsky avrebbe ripreso Hugh Jackman per due ore dalle spalle, con una videocamera del discount, trasformando le visioni di Jean Grey in incubi spaventosi dalle divagazioni lesbo.

“Un film ispirato ai classici del noir.” J. Mangold

Sta di fatto che è un peccato. Perché da un lato, tutto sommato, il progetto, nei suoi intenti, ci riesce. Non è centrato al 100%, ma quello che si vede qui, in fondo, è il Wolverine cinematografico più vicino a quello che nei fumetti agisce da solo. Non è lui, ma ci si avvicina. E perché in fondo diverse cose il film le fa bene. Tutta la parte che funziona, vale a dire, palesemente, quella di cui a Mangold fregava qualcosa, è azzeccata. C’è il senso di straniamento in un paese alieno, con il 90% dei nippo-dialoghi a cui assiste Logan non sottotitolati e quel minimo sindacale di impatto con la cultura ignota (certo, siamo veramente all’ABC, ma insomma, è comunque un film su mutanti che si menano). C’è il tema dell’immortalità, del sopravvivere a tutti i propri cari, e ci sono gli amori combattuti di Logan, fra il rimorso per Jean e l’ipnotismo dei deliziosi occhi a mandorla di Mariko. C’è la voglia di riportare il semidio degli altri film un po’ sul pianeta Terra, rendendolo umano e vulnerabile. Ci sono diverse belle sequenze dal sapore tutto giapanzo e c’è un bel duello notturno fra Logan e Shingen, unico momento, assieme alla sbroccata furiosa durante il funerale, in cui m’è arrivato quel solito attimo di gasamento da “uah, sto guardando quelle cose lì sullo schermo” che pretendo da ogni singolo cinefumetto. Solo che c’è pure il resto.

Se la battaglia sullo Shinkansen è tutto sommato divertente e alla fine ancora tollerabile, per quanto comunque onestamente già un po’ tanto fuori dal tono che il film vorrebbe avere, tutto quel che coinvolge Viper e Silver Samurai è da mani nei capelli. Sono elementi fuori posto, inseriti in maniera forzata, superflua (di fondo Viper fa cose che nella storia originale venivano fatte da Shingen stesso) e dannosa, oltre che messi in scena in maniera poco convinta. Nel gran finale Mangold fa palesemente il compitino svogliato, e si vede lontano un miglio. A questo si aggiunge l’evidente difficoltà nel gestire, di nuovo, il film che The Wolverine vorrebbe essere e infilarlo a calci nel rating che è costretto ad avere, un po’ per questioni di violenza nascosta dietro un dito, un po’ perché questa faccenda che il PG-13 ti permette solo un fuck sta diventando ormai una barzelletta: Jackman passa mezzo film a trattenerlo come se stesse recitando di fronte a suo figlio piccolo e poi arriva il momento tutto coreografato in cui “eccolo, è il fuck!”. Ma soprattutto, il dramma più grande, il fallimento più evidente, che condanna un film comunque per ampi tratti gradevole rendendolo sostanzialmente sbagliato, è che non mi puoi fare la storia di Wolverine in Giappone e ridurmi la fottuta battaglia fra Logan e centomila ninja a una scaramuccia che si conclude subito. Non puoi. Soprattutto se è per dare spazio allo scontro con un exogino e un cavaliere dello zodiaco.

Questa cosa nel film non succede. Meglio? Peggio? Boh? Dove sono i ninja? Datemi i ninja!

Il film l’ho visto qua a Monaco, in lingua originale e in 3D. Il 3D è totalmente inutile, anzi, a tratti anche dannoso, perché qua e la c’è proprio l’effetto “sagome di cartone” sugli attori. La scena sui titoli di coda anticipa il nuovo X-Men in arrivo l’anno prossimo e dovrebbe essere una roba che fa salire il gasamento, ma l’ho trovata onestamente brutta forte, proprio impacciata e tirata via. Però continuo ad apprezzare questa nuova usanza di non farti aspettare la fine dei titoli di coda per guardarla. 

Solo Dio perdona


Only God Forgives (Francia, Thailandia, Svezia, USA)
di Nicolas Winding Refn
con Ryan Gosling, Vithaya Pansringarm, Kristin Scott Thomas

Solo Dio perdona è arrivato al cinema con addosso il carico di essere il nuovo film del regista di quel fenomeno di Drive (e di altra roba che non ha visto nessuno ma quelli che l’hanno vista ne parlano benissimo anche se Valhalla Rising era un po’ noioso), con lo stesso attore protagonista. In più, fra trailer, immagini promozionali, sinossi, vattelapesca, mi pare si possa dire senza troppo timore di smentita che han provato a vendercelo in maniera un po’ furbetta: in pratica sembrava dovesse essere una roba come Drive, ma con pugni, calci e spade al posto delle macchine. In realtà, anche se ovviamente la mano dello stesso regista si vede eccome, non è proprio così, e la gente, più o meno giustamente, s’incazzano. Su I 400 Calci ci hanno scritto una non recensione perfetta per il contesto, perché di fondo non giudica il film, si limita a spiegare che, sì, OK, Drive ancora ancora, ma questo, col cinema action, non c’entra proprio, e quindi off topic. Racconta una storia da film d’azione, ma il nesso si ferma lì. E proprio lì, però, nel modo in cui viene raccontata una storia tutto sommato abbastanza ordinaria, da film d’azione medio, che ho trovato il fascino maggiore di Solo Dio perdona.

E non mi riferisco allo stile di Refn nella messa in scena, che pure è come al solito una roba da strabuzzare gli occhi. C’è una cura incredibile per l’immagine, una ricerca pazzesca nel comporre istantanee che ti lasciano di sasso, accompagnandole oltretutto con una colonna sonora da applausi, che a tratti sembra un po’ figlia illegittima dei Daft Punk di Tron Legacy, ma, insomma, buttala. Solo Dio perdona è un film fatto di immagini stupende, suoni abbacinanti, gente che fissa il vuoto stando zitta, qualche dialogo secco ed esplosioni improvvise di violenza brutale. Ma azione, pochina. Toh, dai, il combattimento clou, che però ci vuole coraggio a definirlo tale. Insomma, Solo Dio perdona racconta una storia da film d’azione ma non è un film d’azione, è un film d’autore da festival, ancora di più rispetto a quanto già Drive fosse un action borderline. Se poi la cosa piaccia o meno, immagino, è una questione di punti di vista. Ma l’aspetto affascinante cui mi riferivo non è questo. Il fatto è che Refn, la sua storiellina standard da film d’azione, l’ha presa e l’ha ribaltata, raccontandola da un punto di vista totalmente opposto al solito.

Prendiamo la famiglia di protagonisti, quelli che dovremmo identificare come i buoni, gli americani. Kristin Scott Thomas interpreta il ruolo della madre più insopportabilmente bitch che sia mai vista, stronza colossale, dal rapporto pure un po’ morboso coi due figli, sostanzialmente capo clan di una famiglia che utilizza una palestra di muay thai come copertura per un traffico di droga. Praticamente è Ma Gnucci bionda, con tanto di scagnozzi scemi. Il suo figlio maggiore, interpretato da Tom Burke, è un deviato mentale che pensa sia una buona idea trascorrere la serata stuprando e ammazzando ragazzine minorenni. Il suo figlio minore è Ryan Gosling, il bravo ragazzo della famiglia, uno che si vede che sotto la scorza di poveraccio allevato da quella matta ogni tanto tira fuori momenti di lucida bontà, ma in ogni caso è un disadattato che non si fa problemi ad ammazzare gente, smerciare droga e prendere a bottigliate in faccia il prossimo suo. Questi sono i protagonisti. Gli eroi. Dall’altra parte c’è Vithaya Pansringarm.

Un’immagine di Kristin Scott Thomas.

Il caro Vithaya è un ex poliziotto che si aggira per Bangkok circondato dall’aura di Raoul Re di Hokuto. Rispettato da tutti, è convinto di essere una specie di divinità del posto e come tale si comporta. È brutale, violento, ha atteggiamenti a tratti anche un po’ mafiosi, ma di fondo non fa nulla che non si sia visto fare, magari con un pizzico di violenza in meno, da tanti protagonisti di tanti film d’azione americani. Reagisce alle porcherie e alle infamie perpetrate dalla famiglia Gosling, difende i suoi concittadini, tortura sgherri per ottenere informazioni vitali, liquida gli avversari con la stessa nonchalance del miglior Steven Seagal, elargisce la sacra arte della vendetta e poi torna a casa dove l’aspetta la sua adorata bimba, probabilmente orfana di madre. In sostanza è un antieroe come ne abbiamo visti a bizzeffe, solo che viene inquadrato dallo sguardo dei suoi avversari, i cattivi, e quindi viene visto come figura mitologica, spaventosa. Quando entra in scena, il mondo si zittisce, spesso parte un accompagnamento musicale che neanche Jason Voorhees. Qui è il cattivo, altrove sarebbe al massimo antieroe. E alla fine è questo, per me, a rendere interessante il film. Il modo in cui ti racconta una storia vista mille volte attraverso lo sguardo dei personaggi che di solito stanno sullo sfondo e vediamo appena, trasformando il solito protagonista in una figura mitologica che entra, fa il suo e se ne va senza sporcare troppo. E soprattutto il farlo senza provare minimamente a renderteli simpatici, i cattivi. Sono una banda di schifosi, con giusto uno ad avere dalla sua un minimo di potenziale positivo. Ah, e poi c’è la solita testa sfondata.

Il film l’ho visto ieri, qua a Monaco, in lingua originale. Già, qua è uscito parecchio dopo rispetto all’Italia. A volte capita. La lingua originale ha il peso che ha: sentire Kristin Scott Thomas che sbrocca e i thailandesi che si arrangiano con l’inglese è divertente, ma alla fin fine è un film in cui parlano pochissimo, oltretutto molto spesso in thailandese sottotitolato, e soprattutto le immagini parlano molto più degli attori.

Ansia gravitazionale

Oggi mi sono svegliato e, mentre pasteggiavo a latte e cereali, m’è capitato davanti il nuovo trailer di Gravity, che m’ha fatto passare la fame per l’ansia. Agevolo.

Continuo ad essere un po’ spaventato dall’idea di “un’ora da soli con Sandra Bullock”, però, boh, magari contribuisce all’ansia. Di sicuro, in ogni caso, ‘sto trailer è d’effetto. Che poi alla fine neanche è un trailer vero e proprio, è più una scena del film. Boh.

Meraviglioso andare su IMDB per vedere quando esce (ottobre) e ritrovarmi davanti all’elenco di titoli in lingua più o meno ispanica: Gravedad, Gravidade, Gravedad, Gravitatsioon, Gravitáció, Gravitacija, Gravedad, Gravidade, Gravitacija.

Fast & Furious 6

Fast & Furious 6 (USA, 2013)
di Justin Lin
con Vin Diesel, Dwayne Johnson, Paul Walker, Luke Evans, Tyrese Gibson, Michelle Rodriguez, Sung Kang, Gal Gadot, Gina Carano, Ludacris, Joe Taslim, Jordana Brewster

L’altro giorno stavo pensando che mi sarebbe sembrato assurdo non scrivere qua sul blog di Fast & Furious 6, considerando che ho scritto di tutti gli altri episodi, che qua dentro ne ho trattato l’avvento in preda all’hype da bava alla bocca e che di fondo s’è trattato pure di un raro caso di film che poi ha soddisfatto in pieno la mia esageratissima aspettativa. Raro perché in fondo non è che mi gasi così tanto spesso per un film, anche se quest’anno è capitato con due, ma anche perché poi è difficile soddisfare il gasamento fino in fondo. Pedditte, Il cavaliere oscuro mica c’era riuscito. Vogliamo aggiungere che l’ulteriore aumento di bava alla bocca dato dall’impossibilità di guardarmelo qua a Monaco aveva portato la situazione a livelli intollerabili? Aggiungiamolo. Eppure, a conti fatti, si è trattato di allineamento quasi perfetto di pianeti. Quasi, perché m’è spiaciuto avere al fianco un tizio pelato con la barba, invece della mia Giovannina, ma per il resto, oh, levati. Cosa puoi chiedere di più, a un Fast & Furious 6, che entrare in sala, iniziare ad avere la pelle d’oca già sui trailer di fronte allo schermo grosso e all’audio grosso di un cinema losangelino, goderti la sensazione del “OK, finalmente inizia”, divertirti come uno scemo dall’inizio alla fine e farlo poi circondato da una sala piena di gente che dà di matto, urla, sbava, ride, applaude, si dà il cinque, ribalta macchine, si abbraccia, si vuole bene, fa amicizia con sconosciuti e gode? Sulla crapata volante di Vin Diesel, credo in terza fila si sia celebrato d’urgenza un matrimonio. Una roba fantastica. Fantastica.

Io vi dichiaro marito e moglie.

Il problema, però, è che io scrivo qua dentro per piacere mio. Anche per il piacere di chiacchierare con quei quattro che mi seguono e quei due che mi commentano, assai per il gusto di sapere che ogni tanto qualcuno mi dice “ho letto/visto/giocato/pucchiacche quella roba dopo averne letto sul tuo blog”, ma soprattutto per il piacere di farlo. E quindi è pure importante che farlo mi venga naturale, che salti fuori da uno spunto, da qualcosa che mi stuzzica. A volte mi forzo a scrivere di qualcosa, perché sono ossessivo compulsivo, perché penso mi faccia bene, perché in fondo è anche un po’ una palestra per quel che faccio di lavoro, ma per lo più c’ho bisogno dello spunto di partenza. Se trovo uno spunto di partenza da cui far partire la chiacchierata, poi il post mi viene via liscio. Funziona così, che ci posso fare. Ora, arrivati a questo punto, si potrebbe dire che lo spunto di partenza, oggi, sia una gran cofana di affari miei. Ma non è così. Lo spunto di partenza è il fatto che l’altro giorno, colto da improvvisa illuminazione divina sotto il sole cocente di Parigi, m’è venuto in mente di paragonare la saga di Fast & Furious a quella di Alien. No, sul serio, Adesso vi spiego. Prima, però, mettiamoci il trailer che, un po’ più di un mese fa, mi ha fatto dare di matto.
OK, dicevamo. Cos’è che mi ha sempre divertito della saga di Alien? Il fatto che ogni episodio venisse messo in mano a un regista diverso, oltretutto semi-esordiente, e il risultato fosse una roba che, pur mantenendo una certa coerenza narrativa, brasava violentemente quanto fatto prima. Quel che poi penso dei singoli film è facile trovarlo ravanando nel blog, tipo a questo indirizzo, ma a piacermi era proprio l’idea in sé. Ecco, per certi versi, con Fast & Furious è andata in maniera simile. Il primo era Point Break col NOS. Il secondo non sono ancora sicuro di aver capito cosa fosse. Il terzo si dedicava a protagonisti più giovani, si concentrava su un approccio al tamarracing tutto diverso e cambiava apertamente stile. Il quarto la buttava sul film di vendetta quasi noir (si fa per dire, intendiamoci) e preparava il campo per l’azione sfrenata di là da venire. Col quinto siamo passati al team up totale della saga, col poliziotto di carisma a inseguire i “buoni”, un mix fra il melodramma tipico della serie e una bella botta di comicità, l’introduzione di un approccio all’azione riassumibile nei concetti di “fare lo sgambetto agli autobus”, “trascinare casseforti per strada” e “The Rock contro Vin Diesel” e l’abbandono ormai pressoché definitivo della cultura da corse clandestine. E il sesto? Il sesto conserva un pizzico di melodramma, ma lo spinge sul retro, punta tantissimo sullo spirito scanzonato e da auto presa per il culo (estremamente consapevole, fra l’altro), propone una storia da supereroi, con le due squadre speculari che si sfidano, mette sul piatto il primo cattivo munito di carisma della saga, si diletta aggiungendo gente che sa tirare le pizze per davvero (Gina Carano e Joe Taslim) e non sprecandola, anzi, dando loro spazio adeguato e corretta gloria, e trascorre due ore senza farne pesare un minuto e dedicandosi sistematicamente a spaccare tutto quanto.
La cosa affascinante è che quattro di questi sei film vengono dallo stesso regista, Justin Lin, e nonostante ciò riescono alla loro maniera a proporre ciascuno un’identità propria eppur in qualche modo coerente con tutto il resto (senza contare che Lin ha esordito con una roba totalmente diversa ancora). Sto delirando? Può essere. La sostanza, comunque, è che Fast & Furious 6 è, semplicemente, uno spacco di film. Una roba che inizia subito facendo il frullato di melodramma e prese in giro per motivare tutto quanto, sbriga la pratica, poi fa salire tutti in macchina e basta, ciao, non si capisce più niente. Non è passata neanche mezz’ora e ti ritrovi davanti un tale putiferio che sembra di essere al gran finale, e invece poi vanno avanti ancora per un’ora e mezza, alzando continuamente la posta, facendo ridere, dando il giusto spazio a tutti quanti (con delle priorità, ci mancherebbe) e puntando costantemente a farla sempre più grossa, ogni minuto che passa. Salta tutto per aria, si fermano, cominciano a parlare, ti chiedi perché e/o di cosa stiano parlando, ti concentri sul ghigno fisso di Vin Diesel che biascica sbavando e poi all’improvviso ricomincia a saltare tutto per aria e le macchine corrono e la demolizione di Londra, poi, certo, bisogna portare avanti la trama un attimo e spiegare due cose, c’è quella che ha perso la memoria, e poi aspetta chiediamo un attimo a I CALCI VOLANTI E LE PIZZE IN FACCIA E SCAPPA ACCENDI LA MACCHINA ODDIO ODDIO e poi sì, bisogna spiegare un attimo questo fatto che il cattivo vuole un chip che serve per una roba per ottenere un non so cosa e allora SOMEBODY DO SOMETHING, I GOT A TANK ON MY ASS.
Fast & Furious 6 è un film in cui a un certo punto c’è una scena con un carro armato che corre in autostrada inseguendo gli eroi a bordo di automobili. Spara, macina, distrugge tutto. Inizialmente volevano farla al computer. Poi han detto “whatever” e l’hanno girata dal vero, con un carro armato che ha passeggiato sopra a 250 automobili vere. Dopodiché il film va avanti ancora mezz’ora, fra auto che sfondano aeroplani, The Rock e Vin Diesel in tag team contro un gigante russo e altre tre o quattro cose che succedono contemporaneamente e non ci capisci più nulla. E poi c’è pure una scena durante i titoli di coda che fa il giro per ricollegarsi a quell’altro episodio e prepara il settimo che [SPOILER]. Insomma, pant, puff. Io, onestamente, non so bene cosa gli si potesse chiedere di più, anche considerando che la sorpresona di ritrovarsi davanti una roba divertentissima al quinto episodio di una serie data per morta tre episodi prima, beh, ce l’eravamo appunto già giocata col quinto episodio. Eppure, nonostante questo, Fast & Furious 6 è totalmente all’altezza della situazione. 
Poi, certo, mi potete venire a dire che la trama è puerile, che c’ha qualche incongruenza, che ci sono cose poco plausibili, che l’amnesia no, dai e tutto quel che vi pare, ma io credo sinceramente non sia questo il punto. Il punto è che Fast & Furious 6 è un film fantasy ambientato in un mondo meraviglioso in cui la gente salta da un tetto di una macchina in corsa all’altro come se niente fosse, Michelle Rodriguez può sopravvivere due volte a un combattimento con Gina Carano incazzata, un poliziottone e un criminalone combattono un criminaloneone facendogli le mosse della Legion of Doom, il centro di Londra si svuota e sposta i suoi punti d’interesse per rendere più ganze le gare di tamarracing, ogni singola azione di chiunque non sia cattivo soggiace ai sacri valori della famiglia, dell’amicizia virile e dell’onore. E in cui si ride di gusto per battute azzeccate e soprattutto si passano due ore con gli occhi spalancati che saettano di qua e di là inseguendo il disastro totale, completo e continuo. O, perlomeno, io l’ho vissuto così. Occhi spalancati, sorrisone, pelle d’oca, ti dirò pure quasi lacrime agli occhi, applausi e tripudio con la sala.
Organizziamo un fondo statale per fare in modo che tutti i film di un certo tipo possano essere visti in una grossa sala a Los Angeles piena di gente che si diverte. È troppo bello. Ah, Vin Diesel in lingua originale sembra che parli con la bocca piena. Sempre. Ma fra l’altro solo nei film, nelle interviste è molto più comprensibile. Immagino sia il suo tono di voce drammatico.

Comi-cose nerd

Allora, è lunedì mattina, sono tornato ieri sera da un luogo bello ma che a tratti puzza di urina, in cui faceva un caldo pazzesco, il cui treno da/per l’aeroporto è un carro bestiame e il cui aeroporto non mi è mai piaciuto. Ed è caldo. E adesso metto in fila una selezione totalmente a caso di cose capitate nel weekend a San Diego. Tipo il poster qua sopra di una roba che mi attizza.

A ottobre si ricomincia con la dose settimanale di zombi. Da questo trailer traggo due cose: Misha la vedo male, Tyreese sommerso dai morti viventi sbrocca e li spacca tutti come nel fumetto. Vediamo. Michonne a cavallo, comunque. E Daryl che tira una centra a Rick, probabilmente per impedirgli di partire con un monologo. Ma tanto lo fa Hershel, il monologo. Poi, altre cose.

Un trailer di quelli “ti racconto tutto il film” per Kick-Ass 2. Se si è letto il fumetto non è un problema, perché alla fine non mostra sostanzialmente nulla che non si veda lì, ma insomma, lo dico. E che altro dico? Mboh, che mi attira, sono curioso, sembra avere un taglio più brutale e meno giocoso rispetto al primo film, cosa che forse lo avvicina maggiormente ai fumetti. O forse no. Vediamo. Agosto, comunque.

La versione sanguinaria del trailer che avevo messo qua dentro sabato. Mi ha fatto salire una voglia fortissima di Riddick, lo ammetto. Tocca aspettare settembre, però. A margine, Vin Diesel ha detto di stare rimettendo assieme il team di The Chronicles of Riddick: Escape From Butcher’s Bay per lavorare su un nuovo gioco assai MMO e pieno di mercenari.

Ci sono poi state ovviamente un sacco di robe Marvel-related, fra Sony, Fox e Marvel Studios, anche se come al solito gran parte del materiale mostrato non gode di diffusione ufficiale online. Non dubito siano apparsi e appariranno bootleg, ma non ho la forza fisica di andare a cercarne, tanto più che se anche li embeddo poi vengono tirati già. Se qualcuno ha cose da linkare, certamente non mi lamento. Comunque, pare che il cortometraggio dedicato all’agente Carter sia molto ganzo, che il pilota di Agents of S.H.I.E.L.D. abbia soddisfatto e che perfino quel che si è visto di The Amazing Spider-Man 2 non sia male. Ah, nelle interviste dicono che il super cattivo sarà Electro. Da quel che ho capito, Paul Giamatti farà un’apparizione e il Rhino vero e proprio si vedrà magari nel prossimo film. Poi, che altro, han mostrato brani dai nuovi film di Thor e Captain America e hanno annunciato che il titolo di quel film là del 2015 sarà Avengers: Age of Ultron. Nel film, che non sarà un adattamento dell’omonima saga fumettistica, non ci sarà Hank Pym – del resto il suo film arriva dopo – e quindi, presumibilmente, Ultron non sarà creato da lui… magari da Tony Stark? Il teaserino mostra il casco di Iron Man preso a cazzotti e trasformato nella capoccia di Ultron, quindi potrebbe essere. In compenso Whedon promette più Jeremy Renner.

Han fatto vedere anche roba brevissima da Guardians of the Galaxy, in cui riapparirà Thanos, che era stato mostrato alla fine di The Avengers e quindi uno poteva anche aspettarselo come cattivo del seguito. Ma invece Ultron, e quindi boh, magari Thanos spacca tutto nell’episodio numero tre. Chissà. Ah, è stata mostrata roba di X-Men: Giorni di un futuro passato e qua sopra c’è l’immagine con i vecchi imbruttiti e Bishop. Off topic: nuovo trailer per il secondo Hunger Games, ché alla fine col primo mi ero moderatamente non annoiato.

Leggo poi che il nuovo Robocop non sarebbe totalmente da buttare, e di sicuro l’idea di incentrare parte della storia sul rapporto con la moglie non mi dispiace. In fondo, del film originale, mi piaceva tantissimo soprattutto il lato deprimente di tutta la faccenda. Che altro? Zack Snyder si è presentato in fiera ed è stato annunciato che per il 2015 prepara un secondo film su Superman, impegnato a tirarsi le pizze con Batman. E per farlo ha fatto leggere a un suo amichetto una citazione da Il ritorno del cavaliere oscuro, puntualizzando però che non si tratterà di un adattamento diretto, ma che si ispirano a quel tono. Buttalo. Chiudo menzionando Duncan Jones, per il quale qui c’è molto amore, che ha mostrato degli studi per il film di Warcraft, del quale non potrebbe fregarmene di meno, se non fosse che ci sta lavorando Duncan Jones. Quello di Moon e Source Code. Lo specifico. Sai mai.

Leggo che il nuovo film di Wolverine non sarebbe male. Ammetto che non ci credevo. Vedremo. Grande comunque Hugh Jackman che gira in costume per la fiera e nessuno lo riconosce, anzi, uno gli dice pure che è troppo alto.