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Ant-Man and the Wasp

Come già fu per il primo episodio, Ant-Man and The Wasp si presenta nelle sale occupando lo slot di innocuo e simpatico defatigante dopo l’epica sbrodolante dell’ultimo Avengers. Lo fa, però, con qualche ostacolo in più da superare:

1. i tre film Marvel Studios che lo precedono non hanno accontentato tutti, perché non si può accontentare tutti, ma in linea di massima sono stati accolti più o meno come la Santa Trinità. Nel 2015, Avengers: Age of Ultron, che pure a me piacque molto, si era preso la sua bella dose di verdure in faccia;

2. sempre nel 2015, Ant-Man era atteso con un doppio sopracciglio alzato a base di “Ma che vuole questo?” e dubbi assortiti sulla fuga di Edgar Wright. Fu poi una gran bella sorpresa e l’ennesimo successo dei Marvel Studios. Inevitabilmente, oggi, le aspettative sono ben diverse e si sa che le aspettative tendono a influenzare le reazioni;

3. di nuovo: nel 2015, Ant-Man funzionò anche perché faceva parecchie cose diverse da quelle che all’epoca eravamo abituati ad aspettarci da questi film. Ant-Man and The Wasp non va troppo oltre il riproporre quelle stesse cose, che ovviamente hanno nel frattempo smarrito l’effetto sorpresa e il senso di freschezza.

Insomma, se lo inquadriamo così, è un film abbastanza superfluo, con poco da dire e che certamente non ha la potenza di chi l’ha preceduto nei mesi scorsi. Piacciano o meno quei film, mi sembra abbastanza innegabile che il nuovo di Peyton Reed non abbia dalla sua la follia fuori scala di un Thor: Ragnarok, l’ambizione tematica di un Black Panther o la… dimensione?… di un Avengers: Infinity War. È appunto, il filmetto defatigante. Quello minore, la cosetta simpatica e buffa. Ecco, sì, è il secondo episodio della sit-com ambientata nell’universo cinematografico Marvel.

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Madre!

La prima fase del rapporto con Madre! è quella in cui non sai bene cosa aspettarti. Il trailer te lo vende come una specie di Rosemary’s Baby con Jennifer Lawrence, Michelle Pfeiffer, Javier Bardem ed Ed Harris, diretto da Darren Aronofsky. Che, insomma, è una prospettiva quantomeno intrigante. Solo che la gente te ne parla come di una roba assurda, bellissima o bruttissima, che sbarella le carte in tavola e parte per la tangente. Del resto, oh, sappiamo cosa ha diretto Aronofsky prima di arrivare qui. E quindi? E quindi, per chi si trova in questa fase del rapporto e vuole un’opinione sul film senza saperne di più, possiamo dire che Madre! è – come talvolta accade con Aronofsky – un thriller non thriller, un film che sfrutta cliché e convenzioni del cinema di paura per mettere addosso inquietudine mentre sta comunque facendo sostanzialmente altro. Secondo me merita, ma merita per motivi che non sono quelli del thriller chiuso in casa e stanno piuttosto in una mezz’ora finale completamente folle, splendida ma capace di far incazzare col turbo. Chi non vuole sapere altro può fermarsi qui, anche se nel secondo paragrafo non svelo poi molto altro.

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Sinbad – La leggenda dei sette mari


Sinbad – Legend of the Seven Seas (USA, 2003)
di Patrick Gilmore e Tim Johnson
con le voci di Brad Pitt, Catherine Zeta-Jones, Michelle Pfeiffer, Joseph Fiennes

Dopo il pomposo, pretenzioso, impacciato, in sostanza deludente, Il principe d’Egitto, Dreamworks ha corretto il tiro e ha scelto di affrontare il mondo dei film d’animazione tradizionale in maniera leggermente diversa. È così arrivato Eldorado, che riusciva a coniugare umorismo, taglio adulto, avventura e senso di meraviglia in maniera veramente ottima. Sinbad, ultimo, probabilmente in tutti i sensi, esperimento Dreamworks nel settore, è diretta evoluzione di quella scelta.

Miscuglio per certi versi disneyano di svariate mitologie e numerosi personaggi letterari, il Sinbad di Patrick Gilmore e Tim Johnson ha poco a che vedere con quello di Le mille e una notte, ma non per questo va condannato. L’ottima sceneggiatura rende divertente e appassionante una storia fatta di amicizia, amore e senso dell’onore, regala dialoghi frizzanti e assicura l’inevitabile lieto fine. Dal punto di vista tecnico, poi, il film è ovviamente un piacere per gli occhi, anche per un utilizzo non troppo invadente della solita computer grafica e per una regia davvero ispirata. Perfette, infine, le voci scelte per il doppiaggio originale, su cui svetta soprattutto una seducentissima Michelle Pfeiffer.

Sinbad – La leggenda dei sette mari è insomma un ottimo film d’animazione, l’ennesimo esempio di come la bistrattata scuola americana riesca a dire ancora qualcosa, nonostante l’insopportabile propaganda filonipponica portata avanti da schiere di appassionati. Delle quali, peraltro, ho fatto a suo tempo parte pure io.