Archivi tag: DC

Justice League

Le cose inaspettate. Justice League è riuscito, per brevi attimi, a titillarmi quello spirito da bimbo nerd che si gasa davanti ai supereroi che fanno cose sul grande schermo. È una sensazione che ho menzionato varie volte nelle mie chiacchierate per iscritto, durante questi anni di gente che si mena in pigiama al cinema, ma che negli ultimi tempi di overdose, assuefazione e placida abitudine, si era persa come lacrime nella pioggia. E invece, chissà come mai, su quell’ingresso in scena di Wonder Woman che sgomina i terroristi, con Gal Gadot che si muove potente, divina, velocissima, parando proiettili coi polsini come neanche Lynda Carter poteva sognarsi di fare, m’ha colto il brividino. Mi sono proprio gasato. Certo, è stato l’unico momento capace di colpirmi in questa maniera, nonostante – vado a spanne – un’oretta delle due che compongono il film sia dedicata alle scazzottate superpotenti, ma insomma, meglio che niente. E, in questo senso, quello del gasamento “basso”, sensoriale, stupido e incontrollabile, tocca dedicare una menzione d’onore a Danny Elfman, che non butta completamente nel cesso il lavoro fatto da Hans Zimmer e Rupert Gregson-Williams nei film precedenti ma firma coi guanti da forno (campane in ogni dove!) e infila il suo vecchio tema di Batman ogni volta che può (e omaggia anche il Superman di John Williams, seppur in maniera molto timida). Che cicci.

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Sventagliata a caso di fumetti letti nelle ultime settimane, fra panettoni, pandori e tortellini

È lunedì. Ieri sera sono andato a dormire tardi perché mi ero preso bene con l’inizio della terza stagione di The Strain. Per fortuna, quando ho chiesto l’aiuto della regia sulla chat di Facebook, la giuria popolare mi ha detto che non era il caso di guardare un’altra puntata ed era meglio andare a dormire.  Quindi non sono andato a letto troppo tardi, ma insomma. In più, il nuovo coinquilino felino fatica a quagliare con la preesistente coinquilina felina e le loro discussioni notturne mi hanno svegliato a più riprese. “E sticazzi?” No, certo, per carità, ma insomma, avevo voglia di buttare fuori qualcosa nel blog, ho la testa vuota e gli occhi spenti, mi sembrava il momento buono per il periodico post di aggiornamento ossessivo compulsivo sui fumetti letti di recente, per la precisione fra dicembre e questo pezzo di gennaio. Non sono molti, non c’è neanche molto di particolarmente bello, non so quanto potrei avere da dire di interessante anche su ciò che è bello e i miei ricordi sono come al solito ormai fumosi ma, oh, insomma, il punto è proprio di tirar fuori una roba facile tanto per.

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Batman v Superman: Dawn of Justice

Batman v Superman: Dawn of Justice prova a raccontare quattro film in uno e fa una fatica boia a riuscirci, impappinandosi già a partire da un titolo che sembra uscito dai listini di un negozio di videogiochi. Quello principale è il seguito diretto di L’uomo d’acciaio, un secondo film su Superman nel quale si racconta talmente tanta roba che potevano tranquillamente venirne fuori due. Ma poi c’è anche il film sul nuovo Batman (un Ben Affleck dalle fattezze cubiche che, se lo chiedete a me, è il miglior cavaliere oscuro mai visto al cinema, sia quando fa Bruce Wayne, sia quando il suo stuntman si mette il costume, nonostante il suo personaggio sia vuoto e sprecatissimo). E poi, ovviamente, c’è il primo episodio del telefilm cinematografico dedicato ai supereroi DC, quello messo assieme in fretta e furia per affiancarsi all’impero Marvel. E nessuno di questi quattro film ne viene fuori particolarmente bene, anche se, forse, nessuno di loro è davvero disastroso.

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The Flash – Stagione 1

La prima stagione di The Flash segue un andazzo adeguato al protagonista che si ritrova: ingrana subito, parte a mille, non si ferma quasi mai a guardarsi indietro e, anzi, acquista sempre più impeto fino alla fine. Per essere il primo anno di una serie pop da network, ha una forza, una solidità e una qualità generale onestamente rare, riesce a superare con agio quasi tutti gli inciampi classici da show esordiente e raggiunge in scioltezza, anzi, in sprint lanciato, un finale davvero bello. In questo senso, in questa sua capacità di partire subito a mille, mi ha ricordato un po’ il sorprendente iZombie, con la differenza che quello ha il vantaggio della stagione in formato ridotto, mentre questo tiene quasi sempre botta per ventitré episodi pieni. Ma d’altra parte The Flash, forse, ha il vantaggio di nascere da un qualcosa di già consolidato come Arrow (che però, incidentalmente, nella contemporanea terza stagione è miseramente crollato).

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Arrow – Stagione 3

Se la prima e soprattutto la seconda stagione di Arrow, pur con tutti i loro limiti e la loro stupidaggine, sono uno spacco, la terza è rotta. Quasi tutto ciò che c’era di buono nelle prime due annate fatica ad ingranare e lascia invece spazio agli aspetti peggiori e più insopportabili della serie, che prendono il controllo della situazione e, senza il resto a controbilanciare, finiscono per scatenare tedio e fastidio. Non è un disastro completo, perché ci sono momenti buoni (il gruppo di episodi attorno alla pausa di metà stagione e quelli conclusivi) e perché ci sono novità gradite come la maggior attenzione alle coreografie action e il brillantissimo Ray Palmer di Brandon Routh, ma nel complesso è proprio una stagione bruttarella. E lo risulta ancora di più nel guardarla in parallelo alla prima di The Flash, che veramente le mangia in testa senza alcuna pietà. Chissà, magari Greg Berlanti e i suoi erano troppo impegnati su quel fronte.

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L’estate a fumetti (americani) di giopep

Un paio di settimane fa, ho scritto qua dentro dei fumetti (italiani, francesi e giapponesi) che mi sono letto durante le vacanze estive, rotolandomi fra un ombrellone e l’altro. Oggi, invece, scribacchio dei fumetti (americani) che mi sono letto quando l’estate stava finendo, un anno se ne andava e io ero tornato a Parigi. Ah, ci metto dentro anche un paio di cose Marvel, con una puntualizzazione: c’ho l’abbonamento a Marvel Unlimited, quindi leggo o scorro velocemente un po’ tutto, come se fossi ancora ai bei tempi in cui seguivo con attenzione l’intero universo. Solo che sono indietro. Ma di anni, eh. Sto leggendo la roba degli ultimi mesi del 2009, pensa te. E non mi metto qui ad elencare tutto quel che leggo, non avrebbe senso. Segnalo piuttosto quelle due o tre cose che mi sembrano particolarmente riuscite.

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Constantine

Constantine (USA, 2015)
creato da Daniel Cerone e David S. Goyer
con Matt Ryan, Angélica Celaya, Charles Halford, Harold Perrineau
 

Constantine, la serie TV, nasce sostanzialmente come tentativo di rendere giustizia a uno fra i personaggi fondamentali per l’esplosione iniziale dell’etichetta Vertigo, portatrice sana di fumetti maturi e di proprietà degli autori all’interno del colosso DC. Il contesto televisivo, senza dubbio, si presta bene per mettere in scena la serialità fumettistica e a questo si è accompagnato un certo sforzo per conservare l’iconografia, lo spirito, l’atmosfera e in molti casi le storie vere e proprie di Hellblazer. Insomma, la serie curata da Daniel Cerone era la grande speranza di tutti quelli che hanno odiato il film omonimo del 2005. E qui mi tocca aprire una parentesi che mi farà odiare da metà dei lettori.

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Watchmen

Watchmen (USA, 2009)
di Zack Snyder
con Jackie Earl Haley, Patrick Wilson, Malin Akerman, Billy Crudup, Matthew Goode, Jeffrey Dean Morgan

I primi, boh, dieci o quindici minuti del Watchmen di Zack Snyder rappresentano una splendida dichiarazione d’intenti, che mostra fin da subito tutto quel che arriverà dopo. C’è la fedeltà al fumetto maniacale, riverente, se vogliamo anche un po’ pacchiana, fatta di inquadrature identiche, dialoghi ricalcati in copia carbone, gesti e sguardi. C’è la spettacolarizzazione di una morte, con un combattimento plastico, violento, vibrante, che in realtà nel fumetto non si vede nemmeno per sbaglio. C’è quello splendido collage dei titoli di testa, così pieno di tanti piccoli dettagli che funzionano per i fatti loro, ma assumono tutt’altro significato se hai letto il fumetto (o già visto il film). C’è la colonna sonora che spara fin da subito le cartucce pesanti, con un Bob Dylan da brividi. C’è tutta la poetica di Snyder, messa lì, fin da subito, che dice: “Oh, io l’ho fatto così, spero vi vada bene”. E a me va bene, via.

Poteva, il Watchmen cinematografico, rappresentare qualcosa della stessa portata di quanto fatto vent’anni fa da Alan Moore e Dave Gibbons? No che non poteva, per mille motivi, a cominciare dal fatto che il cinema di genere non ha certo bisogno dello sverginamento che serviva al fumetto di supereroi negli anni ottanta. Certo, magari mettendo Watchmen in mano a un Kubrick, a un regista geniale e poco interessato all’adattamento timoroso e fedele, ne sarebbe venuto fuori qualcosa di totalmente clamoroso e che, ovviamente, avrebbe fatto incazzare a morte i fan del fumetto. Ma tanto quelli si incazzano comunque, anche se non lo sanno. Anche se dicono che in fondo Snyder ha lavorato bene, loro sono incazzati lo stesso.

Epperò, bisogna dirlo, Snyder ha lavorato bene. Perché Watchmen alla fin fine è un bel film, che in qualche modo fa comunque compiere un ulteriore passo in avanti nel cammino fatto percorrere di recente da Iron Man e Il cavaliere oscuro a questa sottospecie di “genere” dei supereroi cinematografici. Un cammino in cui prova a scrollarsi di dosso l’adolescenza e ad ammantarsi di toni adulti, cercando un riconoscimento “alto” che non è neanche detto debba necessariamente spettargli.

Watchmen è un film di supereroi che non rinuncia totalmente alle convenzioni note, ma allo stesso tempo se ne distacca con sottolineata insistenza. Un film placido e maestoso, in cui i personaggi si perdono in conversazioni infinite e ogni tanto spezzano il ritmo tirando ceffoni al rallentatore. Un film estremamente bello da osservare, sviscerare in ogni sua inquadratura, non solo per chi ha voglia di fare il paragone allo stop motion, ma proprio per un’indiscutibile, violentissima carica visiva.

Un film che molti hanno trovato freddo, poco passionale, ma che al contrario a me di emozioni ne ha date molte. Non so bene cosa sia che mi fa entrare in sintonia con Snyder a film alterni, ma tanto guardando 300 non sono riuscito a farmi prendere neanche un attimo, quanto Watchmen mi ha accalappiato nelle budella, con questo suo modo viscerale e sboccato di riprodurre la malinconia, la disillusione, la profonda tristezza del racconto di Moore. E questo Watchmen è, ne sono sicuro, un’esperienza vibrante, potente, travolgente, tutta da gustarsi, specie poi sulla tovagliona dell’IMAX.

Ma il paragone con il fumetto? Il paragone con il fumetto mi è impossibile non tirarlo fuori, avendo ancora belli freschi in testa entrambi. Non è mai una roba che m’interessi più di tanto o che possa rovinarmi il film “a prescindere”, però certo è interessante notare le scelte fatte da Hayter, Snyder e Tse. L’impressione è che i tagli siano abbastanza accettabili e non vadano a danneggiare il film, anche se certo gli impediscono di vantare la stessa ricchezza e profondità dell’opera originale.

I vari piccoli personaggi di contorno, per esempio. Nel fumetto di Moore, pur non andando poi troppo oltre lo status di macchiette, donano all’affresco una vita incredibilmente più forte, ma nel film appaiono appena, stanno lì sullo sfondo, inutili ma non dannosi per chi non li conosce, semplici strizzatine d’occhio per i fan che “sanno”. Ma c’è altro, che è cambiato, e che un pochino il naso te lo fa storcere per forza.

C’è la morte di un personaggio minore, evento a dir poco fondamentale nella crescita di Nite Owl, che nel film è stata tagliata. C’è il didascalismo di inquadrarti Rorschach per bene mentre regge il cartello, apposta per farti capire che è lui. C’è la maniera indecente in cui il gufaccio, ancora lui, viene fatto partecipare, urlare, sfogare nel finale, banalizzando in maniera tremenda uno fra i momenti più intensi di Watchmen. Che alla fine, diciamocelo, sticazzi del polipone, la vera cosa fastidiosa del finale di Snyder è proprio quella, quell’urlo, quel paio di cazzotti, quel mezzo stupro di un momento in origine molto più raffinato e toccante.

C’è anche però una scelta impressionante degli attori, tutti mostruosamente in parte. Pure Ozymandias, che in foto faceva sicuramente schifo al cazzo, e che fra tutti è quello che meno ricorda il personaggio a fumetti, è interpretato in maniera molto azzeccata (occhio, l’ho visto in originale, non so come sia il doppiaggio). E Manhattan e Rorschach sono favolosi. E le due scene madri del rosso sono da brividi, nonostante il gufaccio.

Insomma, a conti fatti, visti anche certi scempi fatti in passato sulle creature di Alan Moore, mi sembra ingeneroso criticare un adattamento che sì, spettacolarizza, enfatizza ed esagera, ma allo stesso tempo in qualche modo prova a mantenersi rispettosamente fedele a uno spirito certo diluito e semplificato, ma sempre presente. Anche perché poi non ci ho trovato molto di fuori posto. Le poche scene d’azione mi sono stranamente piaciute (ben più che in 300) e in qualche modo il taglio crudo mi è parso estremamente adeguato.

Davvero è un problema se in un film in cui dei criminali vengono pestati come fabbri si vede qualche osso spezzato e un po’ di sangue (in parte, fra l’altro, preso di peso dal fumetto, senza dimenticare che nel finalone di sangue se ne vede molto meno rispetto alle vignette di Gibbons)? Davvero è un problema se i supereroi al cinema si permettono di scopare (e quella scena, suvvia, è volutamente esagerata, sopra le righe, buffa, anche se magari non proprio di buonissimo gusto)? E mica ci si sconvolgerà per l’uccellone circonciso del Doc Manhattan, no? No, dai.

Watchmen

Watchmen (USA, 1986/1987)
di Alan Moore, Dave Gibbons e John Higgins
Unica edizione degna di essere letta: la Absolute americana

Ho letto Watchmen per la prima volta da qualche parte all’inizio degli anni novanta. Era l’edizione italiana in volume, probabilmente pubblicata da RCS. Dico “probabilmente” perché non so dove sia finita. Credo di averla prestata a qualcuno che non me l’ha mai ridata (ho giusto in mente un paio di nomi). Non l’ho più riletto e ne ricordavo pochissimo, se non che indubbiamente mi era piaciuto molto, anche se magari all’epoca non avevo esattamente gli strumenti per comprenderne la portata. Di sicuro ricordo che mi annoiavo un po’ a leggere gli intermezzi fra un episodio e l’altro. Anzi, probabilmente qualcuno l’avevo anche saltato.

Son passati tanti anni e se ce la facciamo fra qualche giorno vado a vedermi il film. Film che non ho atteso con la bava alla bocca, perché in un modo o nell’altro, forse per averlo letto troppo presto, forse per il non averlo mai riletto, forse perché chi lo sa, non mi sono mai affezionato più di tanto a Watchmen. E anche perché, diciamocelo, dal trailer sembra 300 con la gente in costume da supereroe invece che da bagno. E a me 300 non è che sia piaciuto molto.

Però, mi dicevo, almeno vado a vedermelo vergine, senza ricordarmi nulla del fumetto, così evito le seghe mentali. E invece, un paio di giorni fa ho deciso che era ora di rileggermelo, ‘sto Watchmen. E di far fruttare i 75 dollari spesi per comprare la Absolute Edition a San Francisco due anni fa. Anche perché, ok, anche solo avercela è bello, fa arredamento, fa colore quando si parla e si può dire “io ho la Absolute Edition, mica cazzi”, però a me le cose che compro piace usarle e consumarle. Anche se magari non sembra.

E così mi sono finalmente riletto Watchmen, in due sessioni a cavallo fra sabato notte e domenica mattina, fermandomi solo perché stavo crollando dal sonno, ma non certo quando mi sono messo a mangiare o a cacare. E fare colazione o sedersi sulla tazza sfogliando quell’incredibile mattone non è per niente facile. Ma è sicuramente più facile che staccarsi dalla lettura di quell’incredibile capolavoro. Perché la cosa più incredibile di tutte, poi, alla fine, è questa: una volta tanto le impressionanti aspettative non mi hanno fregato e in Watchmen ho trovato tutto quello che speravo e credevo di poter trovare. E se anche il film di Zack Snyder fosse una merda mostruosa, cosa che non penso sia, avrebbe comunque il merito di avermi fatto (ri)leggere questo mastodonte.

Un mastodonte che oltre vent’anni dopo magari non conserva lo stesso impatto corrosivo e di totale destrutturazione del fumetto americano, non sfoggia la stessa carica di analisi sociale e politica, non sembra più completamente “nuovo”, folle, eversivo, rivoluzionario. Ma in fondo ha anche addosso vent’anni di narrativa mondiale influenzata e pervasa a più livelli, continua a spingere ed esprimere riflessioni profonde, importanti, commoventi sulla natura stessa della vita, dell’universo, di tutto quanto e, diciamocelo, nella sua analisi del sociale, della politica, del mondo demmerda in cui si vive, non è poi così invecchiato, nonostante Richard Nixon sia ormai poco più che Frank Langella.

E d’altra parte, con tutto quello che sta capitando in ‘sti anni, non mi pare che una possibile fine del mondo autogestita da noi stessi sia meno probabile rispetto a quando Alan Moore s’immaginò il polipone. Certo, dopo l’undici settembre il polipone sembra molto meno assurdo e scioccante, ma in fondo funziona ancora, magari in maniera diversa, nella maniera in cui ti porta alla memoria devastanti spettri di qualcosa che dopotutto è ancora bello limpido nel ricordo.

Limpido come è limpida, scintillante, cristallina, la maestria con cui in Watchmen ogni cosa, ogni singola cosa, ogni cazzo di virgola, di vignetta, di nuvoletta, di tavola, di riga, parola, sfumatura di colore sia perfetta, immutabile esattamente dove deve stare. Tutto è lì, al suo posto, incredibile, meraviglioso nel singolo momento e nel suo intrecciarsi con ogni elemento che gli sta attorno, a formare un mosaico spaventoso, avvolgente, agghiacciante.

Il lavoro sul linguaggio, la perfezione nel costruire ogni anche minimo snodo narrativo, la splendida caratterizzazione di tutti personaggi, il ritmo letargico, compassato, trascinante, in continua crescita, che monta tutta la tensione possibile un pezzo alla volta e ti stronca con quello splendido negarti qualsiasi soddisfazione bassa nel finale. La devastante bellezza con cui ognuno dei dodici episodi ha una sua precisa e distinta struttura narrativa che si incastona a meraviglia con tutto il resto. La lancinante poesia di un uomo nudo e blu che passeggia su Marte riflettendo sul senso della vita. La tragica e malinconica disperazione di un folle che filtra il suo malessere attraverso l’inchiostro sparso sul volto. La tenerezza di uno sfigato panzone sognatore, ingenuo, dolce, innamorato. La tragedia e il miracolo del semplice essere umani e del vivere mostrati in ogni anche minimo personaggio di contorno. La bellezza di un capolavoro senza tempo, che non sono in grado di raccontare come vorrei. Ne ha scritto mezzo mondo, l’hanno fatto sicuramente meglio di me. Una sola cosa conta: leggerlo.

La settimana a fumetti di giopep – 03/02/2008

Ben oltre un mese dopo l’ultima volta, torna la rubrica dedicata alle mie letture a fumetti, con un po’ meno roba del solito. Non so bene perché vado avanti a scriverla, anche se in maniera non proprio puntuale. Mettiamola così: se anche solo un lettore dovesse trovarci dentro qualcosa di interessante e/o stimolante, La settimana a fumetti di giopep avrà fatto il suo dovere.

DC
Justice #2 ***
Prosegue l’intrigante storia dedicata ai supercriminali DC che decidono di prendere il controllo della situazione. Sinceramente mi sembra un po’ troppo “riservata” ai profondi conoscitori dei personaggi coinvolti, ma certo le splendide tavole di Alex Ross sono sempre un clamoroso piacere da osservare per chiunque.

Wonder Woman: Blue Amazon ***
Capitolo conclusivo della trilogia costituita anche da Superman: Metropolis e Batman: Nosferatu, Blue Amazon prosegue nel cupo e inquietante omaggio al cinema tedesco messo in piedi da Randy Lofficier e Ted McKeever. Sinceramente l’ho trovato un po’ troppo freddo e piatto, con personaggi caratterizzati in maniera poco incisiva. L’unico reale motivo d’interesse, per quanto mi riguarda, sono gli splendidi disegni di McKeever.

Wonder Woman: The Hiketeia ***
Una storia dagli sviluppi abbastanza ordinari, che prende spunto da un mito greco per raccontare del conflitto d’interessi fra il dovere e il volere, gli obblighi di tradizione e quel che si ritiene sia giusto fare. Gli sviluppi sono prevedibili, ma il tutto è raccontato con la solita maestria di Rucka e ne viene fuori una storia appassionante, splendidamente disegnata e di grande impatto emotivo.

Manga
Lone Wolf & Cub #26 ****
Momento cardine nella saga del lupo solitario, che finalmente si libera di un fardello pesante e prepara il campo per lo scontro finale col suo avversario di sempre. L’ennesimo tuffo in un’epoca lontana, esotica, che racconta in maniera affascinante i tempi e i modi del Giappone medievale.

Moonlight Mile #5 ***
Ho l’impressione che col progredire della storia questo Moonlight Mile stia un po’ perdendo d’impatto, che l’estremo senso di melodramma e la narrazione esplicita stiano diventando un po’ maniera e che a conti fatti il coinvolgimento emotivo non sia più quello degli esordi. O magari è solo un momento di stanca. Vedremo.

One Piece #45 ***
Si chiude una saga e se ne apre un’altra, con l’ometto di gomma e i suoi amici di nuovo in partenza verso incredibili avventure. La sindrome da Dragonball avanza e, pur continuando ad apprezzare l’ottimo stile grafico e l’adorabile demenzialmelodramma, ci si comincia a chiedere quando finirà.

Steel Ball Run #11 ***
A proposito di sindrome, Hirohiko Araki non la pianta più, anche se perlomeno bisogna dargli atto che i suoi continui pestaggi non si limitano a cazzottoni, onde energetiche e rilevazioni su quanto caspita è forte il nuovo nemico. Le idee non saranno frizzanti come nel JoJo dei tempi migliori, ma per esempio questa nuova bambina modello genio della lampada ha una sua bella dignità.

Bonelli
Gea #18: “La casa dei santi” ***
Sono passati quasi otto anni e finalmente Gea giunge all’annunciata conclusione, con un finale che più inconcludente di così non poteva essere. Certo, è dichiarato, voluto e conclamato, ma mi ha lasciato comunque parecchio insoddisfatto. Che fosse proprio l’insoddisfazione del lettore l’obiettivo di un autore che sembra spesso più interessato a stupire e che a raccontare una storia? Comunque, nel complesso, nonostante un finale discutibile Gea è stata una bella serie, e tutto sommato credo che gli evidenti limiti imposti dal “formato” abbiano giovato al tutto, limitando la stucchevole strapoliticizzazione da cui ogni tanto Enoch si fa prendere.

Altro
Alice in Sunderland ****
Uno splendido, complesso, un po’ pesante, ma interessantissimo tuffo nella vita e nelle opere di Lewis Carrol, tramite il quale Bryan Talbot racconta una fetta di storia della sua Inghilterra e si lancia in un’analisi sociologica, storica e politica della storia di Sunderland. Un’opera tosta, difficile da digerire, che merita probabilmente più di una lettura, ma lascia il segno. E poi ce l’ho autografata!

Powers #6/10 *****
Un grazie al sempre ottimo Roncucci che mi ha permesso di colmare il gap nelle mie letture di Powers in breve tempo e spendendo un po’ meno del previsto. E un grazie a Brian Michael Bendis e Michael Avon Oeming che hanno creato una serie strepitosa, un noir metropolitano ambientato su un pianeta in cui vivono supereroi (anzi, “poteri”) tremendamente veri, realistici, vivi. In questi cinque volumi di Powers si vede tutto, dal giallo al thriller, dal trascinante “film” d’azione all’epica saga supereroistica, e ci sono colpi di scena, svolte narrative e cambi di direzione a catinelle. A occhio, succede più roba in cinque volumi di Powers che in cinque anni di Spider-Man.

The Walking Dead #7: “The Calm Before” *****
Ero indeciso se mettere in copertina Alice in Sunderland o Powers, ma play.com mi ha tolto il dubbio recapitandomi (finalmente) il settimo volume di The Walking Dead. Sarà che adoro le storie di zombie e che se ne vedono sempre poche e ancor meno di qualità, ma questa serie va molto vicina ad essere una fra le mie preferite di sempre. Robert Kirkman, c’è poco da fare, quando scrive le sue creature dà veramente il meglio di sé, riempiendo le pagine di personaggi fantastici, dialoghi intensi, storie dal ritmo trascinante ed emozionante. The Calm Before commuove con il rapporto fra Rick e sua moglie, angoscia con l’imminenza di un pericolo che potrebbe manifestarsi da un momento all’altro, solletica il groppo in gola con le mille storie dei rifugiati della prigione e appassiona come poche altre letture sono in grado di fare. E tutto questo in un fumetto sugli zombie nel quale gli zombie, ormai, fanno quasi da tappezzeria. Una tappezzeria che, per il lettore così come per i protagonisti della storia, è talmente spiaccicata sulle pareti che viene quasi da dimenticarsene, da sottovalutarla. Ed è proprio in quel momento che si corre il pericolo più grosso.