Archivi tag: Margot Robbie

Tonya

Quando di biopic ne hai visti tanti (o anche se ne hai visti pochi ma hai scarsa fiducia nel prossimo), è difficile non approcciarne un altro con un po’ di scetticismo. Per carità, ogni tanto ci scappa il filmone, se non il capolavoro, ma in media ti ci avvicini convinto che, nel migliore dei casi, ti ritroverai davanti una storia interessante, delle ottime interpretazioni, dei valori di produzione lussuosi ma una scrittura e una regia al massimo anonime. E sai anche che, se butta male, andrà molto peggio. Ogni tanto, però, va meglio. E non so se Tonya sia un filmone (probabilmente no), ma oltre a raccontare le sue vicende ha qualcosa da dire, trova un modo azzeccato per dirlo, butta sul piatto qualche idea e si permette di giocare coi punti di vista, i narratori inaffidabili e la rottura del quarto muro, pasticciando fra intervista, documentario, film, ipotesi, chiacchiere, balle. E, sì, ha un ottimo cast, una ricostruzione storica adorabile, un’attrice molto brava ma forse un po’ sopravvalutata, un’attrice qui clamorosa ma forse un po’ sottovalutata. Poteva andare peggio.

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Suicide Squad

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, hanno provato a raccontarci la favoletta della DC/Warner Bros. che si proponeva con una visione opposta rispetto a quella dei Marvel Studios e tentava di regalarci anch’essa un universo cinematografico di film tutti collegati fra loro e pieni di cretini in costume, ma buttandola sulla depressione, sul tono cupo, sul lasciare ad ogni singolo regista, e quindi ad ogni singolo film, la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità e sul fatto che noi c’abbiamo i cattivi fichi, altro che quegli sfiatati della concorrenza, Fuck Marvel, yo! Certo, se la personalità è quella di Zack Snyder, si parte bene ma non benissimo, però, insomma, era bello crederci. Fra l’altro a me L’uomo d’acciaio neanche è dispiaciuto, ma qui posso difendermi dicendo che non l’ho mai rivisto. Peccato che il master plan sia in realtà partito dopo L’uomo d’acciaio e già nel secondo film ci siamo ritrovati con pasticci da comitatone infilati a calci in culo per mettere assieme l’universo in fretta e furia, un cattivo (anzi, due) impresentabile(i) e le battutine d’avanspettacolo che facevano capolino sul finale. E il terzo lo potremmo sottotitolare “Calata di braghe”.

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The Legend of Tarzan

Tarzan, nel 2016, si porta forse un po’ dietro la stessa sfiga di John Carter, il suo aver fatto da base e da fonte d’ispirazione per talmente tante altre cose che ormai finisce per risultare inevitabilmente moscio, spento, già visto mille volte, inutile e banalotto. Guillermo Del Toro non la pensa così e tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, avrebbe dovuto occuparsi di questo tentativo di rilancio. Solo che poi il tentativo è passato per le mano di Stephen Sommers (non proprio sullo stesso livello) e si è infine accomodato in grembo a David Yates, cui Warner ha concesso un’ora d’aria per girarlo prima di chiuderlo nuovamente nella sua prigione a base di Harry Potter e derivati. Il risultato è un filmetto di poco conto, un’avventurona molto tradizionale, tanto nella sua natura semplicistica e pulp quanto nell’accomodarsi fra le pieghe della solita struttura da blockbuster hollywoodiano recente (sono perfino riusciti a infilarci il solito finale in cui salta tutto per aria!).

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