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Il destino di un cavaliere

A Knight’s Tale (USA, 2001)
di Brian Helgeland
con Heath Ledger, Rufus Sewell, Shannyn Sossamon, Paul Bettany, Alan Tudyk

Il destino di un cavaliere è la seconda regia Brian Helgeland, sceneggiatore di razza (L.A. Confidential, Mystic River) e in precedenza dietro alla macchina da presa per l’ottimo Payback. È un film solare e allegro, apparentemente distante da altri, cupi, lavori del regista, ma caratterizzato dalla sua forte autoironia e da un adorabile gusto per l’assurdo anacronistico.

Aspettarsi un rigoroso film storico, ma anche solo un film storico, da Il destino di un cavaliere significa andare incontro a una grossa delusione. Questo è in sostanza un film sportivo, che costruisce attorno alla giostra medievale la classica storia del perdente che arriva dal nulla e va a vincere competizioni, fama e il cuore di una bella donna. Il tutto poi in un contesto che di medievale ha solo la faccia, sotto il quale nasconde invece un cuore moderno e modernizzato.

I personaggi del film di Helgeland ballano come se fossero ragazzi dei tempi nostri, arringano la folla con frasi da presentatori d’arena pugilistica, vengono incitati al ritmo di We Will Rock You e si preparano alle finali della Coppa del Mondo accompagnati dalle note di The Boys Are Back in Town, manco fossero le World Series di baseball. E ne viene fuori una bella commedia sportiva, che non si prende sul serio è non può che divertire uno spettatore in grado di fare altrettanto. C’è ritmo, ci sono personaggi simpatici, c’è il sempre vivo fascino della retorica sportiva e c’è un bel senso della misura nel metterla in scena. C’è, insomma, un film leggero, ingenuo, sincero e divertente. Una bella sorpresa, poco da dire.

Il codice Da Vinci


The Da Vinci Code (USA, 2006)
di
Ron Howard
con
Tom Hanks, Audrey Tatou, Ian McKellen, Jean Reno, Paul Bettany, Alfred Molina, Jurgen Prochnow

Se prendi un sacco per la pattumiera, lo riempi di frutta marcia, latte scaduto e cibo avariato, lo chiudi non troppo bene e lo appoggi sul balcone esposto al sole, dopo un po’ di giorni è molto probabile che puzzi parecchio e sia pieno di vermi. Se a quel punto lo apri, togli un po’ di scatolette e barattoli vuoti per far posto e prima di richiuderlo ci caghi dentro, beh, difficilmente smetterà di puzzare. Ed è probabile che i vermi non si infastidiscano troppo per la merda.

Il codice Da Vinci cinematografico è un ottimo adattamento del mediocre libro da cui è tratto. La sceneggiatura di Akiva Goldsman tralascia (soprattutto nella prima parte) qualche episodio e ne modifica (soprattutto nella seconda parte) qualcun altro, ma nel complesso riassume molto bene il “quid” del libro.

E infatti i difetti sono gli stessi, a partire dal colossale turbine di cazzate su cui si fonda l’intreccio, proseguendo con una scrittura piatta, didascalica, logorroica e prevedibile e giungendo infine alla massacrante assenza di ritmo della seconda metà di film. Ron Howard ci prova anche, a metterci del suo, ma il materiale è indifendibile e non concede scampo.

Di buono nel film c’è che si è scelto di sorvolare su alcune fra le fesserie più impresentabili del libro e che anche per questo la sua struttura ripetitiva e monocorde emerge meno. Di non altrettanto buono c’è un’impressione di tirato via nell’adattamento delle sequenze iniziali e una pesantezza se possibile ancora più marcata del segmento centrale, quello più “divulgativo”. Di pessimo c’è il fatto di dover vedere un attore delizioso come Ian McKellen sprecato in roba del genere.

Dan Brown, devi bruciare all’inferno, e con te tutti gli stronzi – me compreso – che ti hanno dato dei soldi per questa merdata.