La prima stagione di Jessica Jones un po’ a caso, come me la ricordo quasi tre mesi dopo

Jessica Jones ha avuto il gran tempismo di manifestarsi su Netflix poco dopo la nascita di mia figlia. In teoria sarebbero dovute “uscire” praticamente assieme, solo che poi Vanessa ha anticipato di un paio di settimane su Jessica. E in quelle due settimane si è con calma ammortizzata la botta del ritrovarsi all’improvviso in casa una creatura urlante ed emettitrice delle sostanze più variopinte. Cioè, ammortizzata si fa per dire, perché insomma, una roba del genere non la ammortizzi mai, ma insomma, avevamo quasi trovato una routine. Quasi. Fra l’altro, nel mezzo ci sono stati pure quei fatti simpatici verificatisi in quei giorni qui a Parigi, così, per alzare il tasso di allegria. Ma insomma, io cambiavo pannolini, che me ne fregammé?

Fatto sta che, quando Jessica Jones è arrivato su Netflix, ce la siamo presa comoda, anche perché tanto l’impegno di scrivere su IGN in maniera tempestiva se l’è accollato Nabacchio. Aggiungiamoci che la roba Marvel, qua, la si guarda in famiglia, ed ecco che le tredici puntate sono state assimilate con calma (con più calma, per dire, rispetto alle dieci di The Man in the High Castle, che mi interessava meno ma ho guardato infilandole giorno e notte dove capitava, con una poppante stretta in braccio e armato di biberon). Poi una cosa tira l’altra, gli impegni si accavallano, le settimane passano, le ginocchia fanno contatto coi gomiti, non ne ho mai scritto, finisco per farlo oggi ma parlando dei fatti miei e di quel poco che mi ricordo. Giusto così.

E dunque, cos’è quel poco che mi ricordo? Innanzitutto una sensazione generale di “Daredevil glie lo puppa”, sicuramente in larga misura figlia di sensibilità, gusto e interessi personali, ma saldamente radicata nel fatto che Jessica Jones mi è sembrata una serie più interessante dal punto di vista tematico, scritta e recitata complessivamente meglio (anche se pure qui, come là, c’è un cattivo che mangia in testa a tutti gli altri) e maggiormente compatta anche quando, come Daredevil, infila episodi per lo più a sé stanti. Poi, certo, anche a Jessica Jones avrebbe fatto bene durare quelle due o tre puntate di meno, ma insomma, secondo me questa cosa vale per ogni singola serie di Netflix, quindi non è che possa farla pesare più di tanto a lei.

Poi ci sarebbero un altro paio di considerazioni che ho espresso nello specialone a sei mani di IGN sul meglio della TV nel 2015, che mi permetto di copincollare perché, oh, praticamente tutto quel che scrivo qua dentro finisce anche lì, per una volta possiamo pure ribaltare la cosa:

Jessica Jones è la seconda serie consecutiva, fra quelle nate dall’accordo tra Marvel e Netflix, a dimostrare quanto sia possibile raccontare qualcosa di realmente diverso, per modi e tempi, rispetto al prodotto ormai un po’ standardizzato a cui ci ha abituato la Marvel cinematografica. La serie curata da Melissa Rosenberg riesce nell’impresa non banale di riprodurre, in un certo qual modo, ciò che a suo tempo fece Alias all’interno della produzione fumettistica Marvel: in un mondo popolato da gente in calzamaglia che abbatte palazzi a testate, troviamo un poliziesco noir che compie un passo ulteriore in termini di coraggio tematico, utilizzo esplicito (ma mai gratuito) di sesso e violenza, voglia di trovare vie alternative per sfruttare le mille sfaccettature di un universo narrativo.

I supereroi, in Jessica Jones, esistono eccome, il contesto è quello, ma vengono messi in disparte, così come diventa secondaria l’azione. Quel che conta, qui, è l’attenzione per i personaggi e per i temi di cui si parla, oltre alla forza di un cattivo strepitoso come Kilgrave, che si unisce a Wilson Fisk e Loki nel pantheon dei migliori villain proposti dall’universo cinematografico Marvel. E all’attenzione per la scrittura, nonostante qualche puntata verso la fine giri un po’ a vuoto (fate pure come se qui avessi inserito un pippone sul fatto che secondo me a tutte, ma proprio tutte, le serie Netflix farebbe bene durare tre puntate in meno), si aggiunge un’impostazione di base estremamente coraggiosa, sostanzialmente all’insegna del femminismo.

Jessica Jones è un telefilm donna, in tutto e per tutto. La protagonista è una donna forte, ma non per questo poco femminile, che trova la propria forza nelle ferite che segnano il suo passato. Attorno a lei c’è un cast composto per lo più da “colleghe”, nel quale gli uomini sono figure di passaggio, gente con problemi, sociopatici e pazzi assassini. Anche se pensiamo alle comparse, il modo in cui vengono trattate è uno specchio al negativo di come funzionano solitamente le cose in questo genere di produzioni. Pensate ai genitori di Hope: la madre ha qualcosa da dire, il padre è un mezzo stordito che pensa solo ad aggiustare la porta. Insomma, il maggior pregio di Jessica Jones sta forse nel coraggio con cui prova ad essere diverso, unico e di personalità, riuscendoci oltretutto in un contesto assolutamente omogeneo come quello delle produzioni fumettistiche. Ed è anche per questo, ma non solo per questo, che, se lo chiedete a me, Daredevil glie lo puppa.

E niente, che altro? Bravi più o meno tutti gli attori, anche se Krysten Ritter che fa la dura non funziona proprio sempre e anche se c’è un po’ il problema che David Tennant è talmente di un altro livello che sembra appiccicato di fianco agli altri con Photoshop. Eccellenti i valori di produzione e la coerenza stilistica generale,  così come la personalità, notevole e profondamente distinta dal resto delle produzioni Marvel (Daredevil compreso), che viene espressa in tutto, dalla scelta delle inquadrature all’utilizzo dei colori, passando per lo stile della scrittura e dei personaggi, veicolando ogni cosa attraverso il filtro della caratterizzazione data alla protagonista. E gran bel lavoro di adattamento e recupero di temi, personaggi e situazioni del fumetto originale per inserirli nel contesto dell’universo cinematografico Marvel, oltre che di quel che giustamente c’avevano voglia di fare gli autori della serie TV.

Ma poi eccellente il primo episodio, solido, convinto e riuscito dall’inizio alla fine come ne ho visti pochi, senza quell’ansia da prestazione da episodio pilota che spesso affligge anche le serie Netflix. E ancora, bella la voglia di affrontare, in quella che rimane comunque una serie Marvel e non nasconde per un attimo di esserlo, temi assolutamente adulti e molto poco per ragazzini, pur con qualche concessione e qualche improvviso lampo di eccessiva semplificazione (e il solito cliché della guarigione dalla dipendenza passando un pomeriggio senza drogarsi, che almeno Fear the Walking Dead ci ha risparmiato). Poi, insomma, in un universo cinematografico Marvel che sempre più, in tutte le sue incarnazioni, prova ad affrontare il tema della gente normale alle prese con l’impossibile, pur senza realizzare un adattamento vero e proprio di Marvels, quanto ci sta bene un cattivo che, in fondo,  fa quello che qualunque persona un po’ meschina si metterebbe a fare se avesse l’onnipotenza per le mani? Altro che conquistare il mondo e distruggere i pianeti…

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Nel frattempo hanno annunciato che ci sarà una seconda stagione. Sarebbe bello se la basassero su The Pulse, anche se con le inevitabili modifiche del caso (fosse anche solo per quella certa qual cosa accaduta in Daredevil). Ma insomma, vedremo.

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