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Affliction

Affliction (USA, 1997)
di Paul Schrader

con Nick Nolte, James Coburn, Sissy Spacek, Willem DaFoe

Ho visto Affliction un po’ di tempo fa, su un’edizione in DVD bella rancida recuperata dal Regno Unito e che non si preoccupava minimamente di concetti come “restauro”, “preservazione”, “pulizia” e simili. Era ruvido, sporco, polveroso e claudicante. E in fondo era giusto così, perché assolutamente in linea con la densa atmosfera che si respira nel film, con i pesantissimi paesaggi che ritrae, con la bassa umanità che li popola e con il rauco, rancido, alcolista, putrido personaggio interpretato da Nick Nolte.

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Tropic Thunder

Tropic Thunder (USA, 2008)
di Ben Stiller
con Ben Stiller, Robert Downey Jr., Jack Black, Nick Nolte

Non so di preciso perché Tropic Thunder non mi attirasse particolarmente. Probabilmente perché c’è Jack Black, che devo aver smesso di sopportare, boh, sette o otto anni fa, e c’è Ben Stiller che interpreta il solito personaggio uguale a tutti gli altri suoi. Però Ben Stiller è anche dietro alla macchina da presa, cosa che ha generato bene o male tutti i suoi migliori film. E, soprattutto, c’è Robert Downey Jr. che fa il nigga. E Robertino è uno dei pochi uomini in grado di rendermi degno qualsiasi film. Eppure, per qualche motivo, Tropic Thunder mi respingeva, e per guardarlo me lo sono dovuto ritrovare davanti durante un volo intercontinentale.

Ma che si sarebbe perlomeno trattato di un gradevolissimo passatempo è stato chiaro fin da subito, da quegli esilaranti trailer fittizi che aprono il film e mi hanno fatto sputazzare sullo schermo le schifezze che stavo mangiando. E che sono, diciamocelo, la cosa migliore e più divertente di tutto Tropic Thunder, ma ti fanno anche intuire quanto nascosti sotto brani di ordinaria banalità possano spuntare (e spuntino) trovate, momenti, intuizioni davvero notevoli, vien quasi da dire geniali.

Ben Stiller si conferma autore solo apparentemente scemo, ma in realtà intelligente e, soprattutto, furbo come un bastardo. Sposta sull’industria del cinema il giochetto alla base di Zoolander e in un colpo solo tira fuori un film che prende per il culo tutti quanti, tiene a bada Jack Black (anzi, prende per il culo pure lui, quindi ancora meglio), lascia andare a ruota libera Robert Downey Jr., regala a sorpresa, di soppiatto, un Tom Cruise FE-NO-ME-NA-LE e, in sostanza, diverte alla grande dall’inizio alla fine.

Bisogna stare al gioco, è necessario farsi coinvolgere, tocca accettare le strizzatine d’occhio e le tirate di gomito, ma se ne guadagna una serata (o un pezzetto di transvolata oceanica) piacevole e divertente.

La gang del bosco

Over the Hedge (USA, 2006)
di Tim Johnson e Karey Kirkpatrick
con le voci di Bruce Willis, Garry Shandling, Steve Carell, William Shatner, Nick Nolte, Thomas Haden Church, Eugene Levy, Wanda Sykes, Avril Lavigne

Inutile, non c’è niente da fare, i film d’animazione Dreamworks mi lasciano d’un freddo che non ci si crede. Shrek – lo dico – mi sta sui coglioni. Il primo l’ho sopportato, nonostante un finale agghiacciante. Il secondo, gatto a parte, mi ha annoiato a morte. Il terzo lo aspetto su Sky. E col resto (Madagascar, per dire), non è che vada molto meglio. Però, insomma, una chance televisiva non la si nega a nessuno, quindi perché privarsi di un film che, oltretutto, s’ispira a una striscia a fumetti molto carina?

Boh, magari perché si torna sempre lì, a guardare robetta cerchiobottista vorrei ma non posso, che vuole accontentare tutti e rimane mosciamente nel mezzo. Sicuramente fa divertire i bimbetti e bene o male qualche spunto stilistico interessante lo tira sempre fuori, assieme all’immancabile singola trovata geniale (“Playplayplayplay”, stavo male). Ma mi lascia proprio addosso quel senso d’insoddisfazione. D’altra parte, suvvia, dura neanche un’ora e mezza, e non è che sia un’ora e mezza da conati di vomito. Anzi, c’è ben di peggio.

Hulk

The Hulk (USA, 2003)
di Ang Lee
con Eric Bana, Jennifer Connelly, Nick Nolte, Sam Elliott, Josh Lucas

Nel panorama sempre più sconfinato dei film ispirati a fumetti Marvel, l’Hulk di Ang Lee spicca, nel bene e nel male, in tutta la sua particolarità. A colpire, fin dall’inizio, è la ricerca visiva, che in un certo senso ripesca i colori iper saturi e l’aria cartoonesca utilizzati a suo tempo da Warren Beatty per Dick Tracy e col senno di poi pare quasi essere un primo passo verso la totale aderenza alla fonte di Sin City.

Ang Lee non osa tanto quanto la coppia Rodriguez/Miller, ma prova comunque a mettere su schermo una specie di tavola a fumetti in movimento, dividendo l’immagine in mille sezioni che comunicano fra di loro raccontandosi in maniera disordinata e affascinante. Non si limita a un banale utilizzo dello schermo diviso, ma va oltre, scombinando a tratti la scansione temporale del racconto, cercando soluzioni visive ricercate e affrontando il film-fumetto da un’angolazione particolare, unica.

Ma a distinguere il suo Hulk da tutto il resto c’è anche la scelta dei toni, di uno stile del racconto che non si discosta dalle abitudini del regista di origini cinesi, puntando tutto sul melò e sulle suggestioni drammatiche. Il Bruce Banner raccontato da Lee è quello più cerebrale e riflessivo, che richiama alla memoria i periodi introspettivi e “psicanalitici” della serie a fumetti Marvel.

Hulk non parla di supercriminali interessati alla conquista del mondo, ma si sofferma invece sulle personalità e le difficili storie personali dei due protagonisti Bruce e Betty, ben interpretati da quel frolloccone di Eric Bana e da quel bellissimo sorriso di Jennifer Connelly. Il difficile rapporto di entrambi coi rispettivi padri, la loro romantica e condannata storia d’amore, le difficoltà nello scendere a patti col passato che li tormenta, questi sono i temi del film e ciò su cui si sofferma un racconto fatto di silenzi e sguardi, più che di zompi e cazzottoni (che pure nella seconda parte non mancano).

Hulk, insomma, è un film che va ben oltre la semplicità di buona parte della Marvel cinematografica, sia sul piano della ricerca formale, sia su quello dei temi affrontati. Si interroga sulla reale natura dei personaggi che racconta e degli interessanti conflitti alla base del personaggio fumettistico. Non si limita a raccontare la storiella di un mostro in guerra col mondo, ma la sfrutta come pretesto per (provare a) parlar d’altro.

Disprezzato dai più, amato da pochi, Hulk vive il dramma di rivolgersi a un pubblico non interessato a ciò che racconta e deludere chi invece a lui si rivolge per trovare qualcos’altro. Le stesse scene d’azione che si vedono nella seconda parte, pure ben realizzate e coinvolgenti, sfuggono alla logica dello scontro epico e raggiungono l’apice in un combattimento finale talmente poco “combattuto” da lasciare quasi delusi (un po’ come il sollevamento pesi di Superman Returns, altro film “barboso” e poco adatto al target adolescenziale che il genere ricerca). Ne viene così fuori un film interessante e e coraggioso, magari non perfettamente riuscito, ma che quantomeno si distingue dalla massa dei suoi simili. Peccato solo che si sia distinto tanto da spingere a un colossale dietrofront e al mediocre “non seguito” di Louis Leterrier.