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Codice 999

Il modo più diretto che mi viene in mente per descrivere Codice 999 è questo: provate a immaginarvi un poliziesco di Michael Mann immerso nello stile, nell’approccio e nella poetica di David Ayer ma diretto da John Hillcoat. Un bel pastrocchio, eh? Però, davvero, mi ha fatto proprio questa impressione. E, a scanso di equivoci, è un’impressione molto positiva: è sicuramente un film con limiti evidenti, ma è anche un thriller/poliziesco coinvolgente e girato benissimo, roba che non si vede abbastanza spesso e a cui per questo tendi a perdonare i suoi difetti. La critica americana si è divisa, ma tendendo verso il non perdonarli. E, boh, se lo chiedete a me, sono matti. Ma matti completi, eh. Però che ne capisco io, figuriamoci.

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I figli degli uomini


The Children of Men (USA, 2006)
di Alfonso Cuarón
con Clive Owen, Julianne Moore, Michael Caine, Chiwetel Ejiofor, Claire-Hope Ashitey, Pam Ferris, Peter Mullan

I figli degli uomini è un’affascinante, appassionante e difettosa parabola fantascientifica, ambientata in un mondo diventato improvvisamente sterile e che ricorda – per atmosfere e idea di partenza – lo splendido serial a fumetti Y: L’ultimo uomo. Affascinante, perché un mondo postapocalittico in cui l’intera umanità si è ritrovata sterile da un giorno all’altro e ne sta piano piano pagando le conseguenze non può che affascinare, specie se è ben studiato e rappresentato come in questo film.

Appassionante, perché Cuarón, che continua a cambiare registri e stili da un film all’altro senza mai perdere in freschezza e bravura, riesce davvero a dare un bel taglio alle sue scene madri. Lunghi piani sequenza – poco importa se “veri” o meno – dall’impatto incredibile, sia quando mostrano un agghiacciante e splendido assalto alla diligenza, sia quando ritraggono un roboante scenario di guerra urbana. E anche perché alcune immagini, come quella del’innocenza infantile, del timoroso rispetto e della riscoperta e ritrovata speranza che fermano d’improvviso – e solo per pochi istanti – il caos della battaglia, sono davvero belle, evocative, efficaci.

E difettoso, perché strutturato a singhiozzi, con accelerate virtuose di un regista che non riesce a dare un ritmo coeso al suo film, ma fa procedere la storia a strappi, trascinandosi un po’ stancamente da un climax all’altro. E perché sui personaggi quasi non c’è scrittura, ma solo un tagliare con l’accetta stereotipi usati come pedine per raccontare l’odissea di Theodore e il suo tentativo di dare nuova speranza al mondo. E allora dà quasi fastidio, che un interprete sempre meraviglioso come Michael Caine sia tutto sommato sprecato nel dare incredibile vita a una puerile macchietta, utile giusto per fare da congiunzione narrativa.

Sono troppo severo con quella che, tutto sommato, rimane una bella storia di fantascienza, piuttosto originale, importante per i temi che sfiora e curata nella realizzazione? Forse, ma comincio ad essere un po’ stufo, di film che sembrano avere tutte le carte in regola per piacermi tantissimo e finiscono invece per lasciarmi ampiamente insoddisfatto ed esplodere nel nulla, come e peggio di una bolla di sapone. E sa Dio se ne sto vedendo in questi mesi.

Inside Man


Inside Man (USA, 2006)
di Spike Lee
con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Christopher Plummer, Willem Dafoe, Chiwetel Ejiofor

Dopo il deludente Lei mi odia, Spike Lee sceglie di realizzare il classico progetto su commissione (probabilmente stipendiato da una qualche lobby ebraica) e si getta nel fantastico mondo delle rapine in banca. Con in mano una stella emergente come Clive Owen e l’affezionato gigione Denzel Washington, dal regista newyorchese sarebbe lecito attendersi un efficace blockbuster. Il problema, però, è che Lee non affronta il progetto con la giusta umiltà e sembra quasi ostentare un certo disprezzo per ciò che sta facendo.

Inside Man funziona abbastanza bene grazie alla buona sceneggiatura e alle ottime prove dei due protagonisti, ma soffre un po’ la voglia di “firmare” a tutti i costi ostentata da Lee. Il monologhino verso la macchina da presa, la solita immagine del personaggio che si muove senza camminare, le battutine sul melting pot… tutti momenti un po’ fuori posto, fini a loro stessi, quasi buttati lì solo per far contenti i fan che si bevono qualsiasi cosa Spike Lee partorisca.

Più in generale il film paga una parte centrale in cui il racconto stenta un po’ e tende a girare su se stesso, con una regia e una colonna sonora troppo didascaliche, qualche trovata narrativa improbabile, facili moraline e inserti di pubblicità progresso che lasciano davvero il tempo che trovano. Un film piacevole, ma che non ha l’onestà intellettuale di limitarsi ad essere puro “entertainment”.