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Pixels

Pixels (USA, 2015)
di Chris Columbus

con Adam Sandler, Kevin James, Josh Gad, Michelle Monaghan, Peter Dinklage, Q*bert

Pixels nasce nel 2010 come simpatico cortometraggio da tre minuti in cui si vede una banda di videogiochi uscire da un vecchio televisore e invadere New York, distruggendola a botte di pixelloni. Internet lo premia e la carriera del suo autore Patrick Jean decolla. Ma soprattutto, Hollywood si mette di mezzo, con la Happy Madison Production di Adam Sandler che ne acquista i diritti. Viene quindi messo in produzione un film, che giunge questa settimana nelle sale italiane e che vede lo stesso Sandler come protagonista, accompagnato dal fido Kevin James e da una serie di altre facce più o meno note. A scrivere, l’altrettanto fido Tim Herlihy. Alla regia, il veterano delle bambinate Chris Columbus. Il risultato è quello che chiunque conosca i vari nomi coinvolti poteva attendersi.

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Prova a incastrarmi

Find Me Guilty (USA, 2005)
di Sidney Lumet
con Vin Diesel, Ron Silver, Peter Dinklage

Prova a incastrarmi racconta del più lungo processo per associazione a delinquere di stampo mafioso che si sia mai visto negli Stati Uniti d’America. Un interminabile procedimento al termine del quale, dopo dieci anni di indagini, ottocentocinquanta prove esibite, oltre cinquecento giorni di estenuante procedura legale, i venti accusati furono tutti assolti.

Nel raccontare queste vicende, Sidney Lumet si concentra sulla figura di Jack DiNorscio. Quando inizia il processo, Jackie è già stato incastrato per traffico di droga e sta scontando la sua condanna. Nonostante le allettanti proposte che gli vengono fatte, si rifiuta di tradire i suoi amici per collaborare con l’accusa e decide di difendersi da solo. Il personaggio interpretato da un ottimo Vin Diesel diventa così il simbolo di un processo delirante, e viene usato da Lumet per mettere in luce le assurdità di un sistema giudiziario talmente complesso e deficitario da sfidare il buon senso.

Nel fare questo, però, il regista si dimentica – magari volontariamente – della tensione drammatica. Prova a incastrarmi non è il classico film “legale” in cui l’esito del processo tiene lo spettatore col fiato sospeso. Vive di bei momenti, delle “sparate” di DiNorscio davanti a giudice e giuria, del confronto col cugino che ha tentato di ucciderlo, dell’incontro con l’ex moglie. E a rendere queste scene piacevoli ci pensano i dialoghi brillanti e azzeccati e le ottime interpretazioni di tutti gli attori.

Una volta giunti al termine dell’estenuante processo, però, diventa difficile relazionarsi emotivamente agli eventi. Certo, il film ci presenta un gruppo di mafiosi come simpatiche e piacevoli macchiette, messi di fronte a un procuratore insopportabile, che chiama al banco testimoni incerti e inconsistenti al punto da far venire dubbi sulle verità che indubbiamente presentano. Ma allo stesso tempo non ci viene permesso di dimenticare che, per quanto divertenti possano essere, si tratta pur sempre di mafiosi, gente dalla vita inaccettabile e imperdonabile, e che difficilmente si può gioire per la loro assoluzione.

Lo stesso protagonista è un personaggio ambiguo, dai modi ammalianti e accattivanti, disposto a tutto per non tradire l’affetto e la fiducia dei suoi amici, ma contemporaneamente squallido e miserevole nei racconti del suo passato. Ed è infatti tutto per lui un finale agrodolce, che unisce al sorriso della vittoria la consapevolezza di non poter sfuggire all’ancora lunga condanna da scontare. Prova a incastrarmi è un film amaro e interessante, cui manca però la scintilla che avrebbe potuto renderlo davvero grande.

P.S.
Sì sì, lo so, sono monotono, ma chi se ne fotte: ho visto questo film su Sky, in originale coi sottotitoli in italiano. Non so se i sottotitoli seguano il doppiaggio alla lettera, ma se lo fanno spiace davvero, perché contengono una gran quantità di ingiustificabili cambiamenti, apparentemente finalizzati a volgarizzare e rendere più bassa la comicità dei personaggi. Insomma, ci siamo capiti.