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In fondo alla palude

The Bottoms (USA, 2000)
di Joe R. Lansdale

In fondo alla palude sembra la versione Lansdale de Il buio oltre la siepe. Un romanzo di formazione, con due giovani protagonisti (fratello e sorella) tremendamente ben tratteggiati, che vivono una storia più grande di loro che li porterà a contatto con le cose bbrutte della vita e che li cambierà per sempre. Così come nel libro di Harper Lee, anche qui si raccontano, benissimo, gli anni Trenta, anche se lo scenario non è l’Alabama, ma il Texas tanto caro a Lansdale. E come al solito si parla di soprusi, sulle donne così come su chi nasce col colore della pelle “sbagliato”.

In realtà il confronto fra i due romanzi è abbastanza tirato, se non altro perché Lansdale, come suo solito, non devia più di tanto dal genere puro e racconta nella sostanza poco più che un thriller. E a dirla tutta, il parallelo, che pure mi sembra tutt’altro che fuori luogo, nasce probabilmente dal fatto di averli letti a breve distanza di tempo. Ciò che conta, comunque, è che In fondo alla palude è il solito trattato di scrittura scorrevole, appassionante, libera di fronzoli autoriali e pomposi, capace di acchiappare dalla prima all’ultima riga, scivolando nel gargarozzo a una velocità devastante.

E, dettaglio non trascurabile, dei thriller di Lansdale che ho letto questo è forse il primo in grado di convincermi fino in fondo, probabilmente perché recente, figlio di una fase più matura della sua carriera e sgravato delle fastidiose ingenuità che pesano sulla sua produzione dei primi anni Ottanta (penso per esempio ad Atto d’amore e Il lato oscuro dell’anima). Questo, al contrario, è un romanzo solido e appassionante, che convince grazie soprattutto alla credibilità e alla freschezza con cui il giovane protagonista racconta avvenimenti terribili tramite gli occhi di un ragazzino. Che poi, in fondo, è una delle caratteristiche migliori de Il buio oltre la siepe, no?

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Capitani oltraggiosi


Captains Outrageous (USA, 2001)
di Joe R. Lansdale

Un uomo anziano vomitò dal parapetto, e una giovane donna che avevo già adocchiato più volte perse il cappello di paglia nel vento. Cadde in acqua, le onde lo sommersero e si allontanò. Pensai di tuffarmi e recuperarlo, per essere il cavaliere della donna e magari riuscire a scoparla.
Soppesai l’idea nella mente.
Onde alte.
Figa.
Onde alte.
Figa.
No. Onde troppo alte. Figa incerta. Lei avrebbe potuto limitarsi a ringraziarmi e basta. E l’idea di annegare con un cappello di paglia stretto in mano non mi affascinava.

Capitani oltraggiosi è il sesto e per ora ultimo volume delle avventure di Hap Collins e Leonard Pine, sorta di detective/vendicatori per caso (e per scelta di vita) che Lansdale tratteggia come inguaribili romantici, uomini d’onore tremendamente propensi a ficcarsi nei guai e a spaccare inevitabilmente tutto e tutti per tirarsene fuori. Malinconiche ed esilaranti, romantiche ed agghiaccianti, storie di persone dure come il cemento, ma sempre pronte a sciogliersi nel sentimentalismo quando se ne presenta l’occasione.

In questo nuovo episodio si ritrovano tutti gli elementi che hanno caratterizzato l’intera serie, sorta di lungo divertissement pulp-noir, inesauribile nella sua continua riproposta “trasversale” del genere allo stato brado, senza limiti e senza compromessi. E, seppur ben lontano dallo splendore di Bad Chili, che rimane probabilmente l’episodio più riuscito della serie, Capitani Oltraggiosi è la solita lettura piacevole e divertentissima.

Prendendo come spunto di partenza un tragicomico viaggio su una nave da crociera, Lansdale catapulta i suoi due (anti)eroi in Messico, dove Hap conosce biblicamente una bella autoctona e, come da copione, si fa trascinare, assieme a Leo e alle varie altre vecchie conoscenze, in un turbine di violenza, vendette incrociate e squinternati piani inevitabilmente destinati al fallimento. Nulla di nuovo, tutto piacevolmente come al solito, con un colpo di scena bello e molto intenso verso metà vicenda e uno splendido finale. Per essere un sesto episodio, poteva andare molto peggio.

Due cose che mi preme comunicare al mondo


Questo simpatico ottobre 2006 si apre su una nota estremamente positiva: Einaudi ha pubblicato l’edizione italiana di Savage Season, con il titolo Una stagione selvaggia. Questo significa che finalmente tutti e sei i volumi della serie di Hap Collins e Leonard Pine godono di una traduzione nella nostra lingua. Bisogna comunque dire che il secondo, Mucho Mojo, è stato pubblicato da Bompiani nel 1994 ed è praticamente introvabile, ma a quanto ne so dovrebbe essere prima o poi ristampato sempre da Einaudi. I successivi quattro, comunque, sono Il mambo degli orsi, Bad Chili, Rumble Tumble e Capitani oltraggiosi. Inoltre segnalo un racconto breve pubblicato online, sempre con protagonisti Hap e Leo. Killer Chili, questo il titolo, è sicuramente ambientato prima di Capitani Oltraggiosi, ma non saprei “piazzarlo” maggiormente. Fra l’altro non è neanche particolarmente bello e mi sembra pure tradotto maluccio. Insomma, lasciate perdere.

L’altra cosa importante è questa. Il primo trailer ufficiale di 300, film tratto dallo spettacolare omonimo fumetto di Frank Miller, che racconta alla sua maniera la battaglia delle Termopili. Ed è una roba bellissima. Il film, che dovrebbe essere in piena fase di postproduzione, è diretto da Zack Snyder, un uomo che sta velocemente diventando un nuovo idolo. Lungi dal considerarlo un gran regista, intendiamoci, ma come pellicola d’esordio ha firmato uno splendido remake di Dawn of the Dead e adesso se ne esce con questa roba. In più, pare stia iniziando a lavorare su Watchmen. Devo dire che un po’ lo invidio.

Ah, partorito da gente che sta male, per il piacere di gente che sta male, qui trovate un confronto fra i fotogrammi del trailer e le vignette del fumetto.

Rumble Tumble


Rumble Tumble (USA, 1998)
di
Joe R. Lansdale

Sarà forse perché per disintossicarmi (vaffanculo Dan Brown) ne ho letti due in fila, ma questo quinto episodio della serie dedicata a Hap e Leo mi è sembrato il più debole. Stanco, quasi, un po’ come Hap, che comincia a mostrare gli anni che si porta sul groppone. Resta una lettura piacevolissima, un western appassionante, divertente (forse è l’episodio più comico) e impreziosito dal solito spettacolare linguaggio di Lansdale, ma in effetti la serie comincia a mostrare un po’ di ripetitività. Diciamo che prima di leggere il sesto farò passare un po’ di tempo.

Bad Chili


Bad Chili (USA, 1997)
di
Joe R. Lansdale

Tornano Hap Collins e Leonard Pine e torna la miscela di humor nero, dialoghi frizzanti, mistery investigativo e dannazione noir che caratterizza le avventure dei due detective per caso texani. Con questo quarto capitolo la serie raggiunge livelli perfetti di sintesi ed efficacia, alterna divertenti botta e risposta, situazioni grottesche, investigazioni seducenti e battaglie mortali con scoiattoli rabbiosi.

I temi son sempre quelli: amicizia virile, amori disperati, senso dell’onore e della giustizia. E Lansdale appassiona e diverte come suo solito, cancellando per fortuna dalla mia memoria quella vergogna letteraria del Codice Da Vinci. Grazie, Joe.

Il mambo degli orsi


The Two Bear Mambo (USA, 1995)
di
Joe R. Lansdale

Nel terzo volume del ciclo dedicato a Hap Collins e Leonard Pine, i nostri eroi si trovano come sempre infilati in guai clamorosamente più grossi di loro, e ancora una volta per colpa di una ex del prode Hap. Non una ex qualunque, fra l’altro, ma la Florida coprotagonista di Mucho Mojo, scomparsa dopo essere partita per una cittadina che ospita dei simpatici figuri che amano vestirsi di lenzuoli bianchi.

Il mambo degli orsi è un romanzo divertente e, seppur in una maniera un po’ distorta, molto spensierato. Mescola assieme i generi, proponendo una sorta di racconto trasversale, un po’ noir, un po’ western, un po’ ironica presa in giro di entrambe le cose, e copre il tutto con un velo di triste e struggente malinconia, che lascia l’amaro in bocca anche dopo la risata più gustosa.

Ancora una volta genere allo stato brado, estremamente cinematografico e adorabile per la prosa asciutta e la capacità di non prendersi mai troppo sul serio. Vien voglia di leggerne subito un altro, nella speranza che un giorno qualche regista con le palle decida di tirare fuori una serie di film da questi romanzi. Ci sarebbe da divertirsi.

Maneggiare con cura


Maneggiare con cura (USA, 2004)
di Joe R. Lansdale


L’arena (1987)
Girovagando nell’estate del ’68 (1990)
Godzilla in riabilitazione (1994)
La bambola gonfiabile: una favola (1991)
Un signor giardiniere (1993)
Piccole suture sulla schiena di un morto (1986)
La notte dei pesci (1982)
Nel deserto delle Cadillac, con i morti (1989)
I treni che non abbiamo preso (1987)
La notte che si persero il film dell’orrore (1988)
Non viene da Detroit (1988)
Incidente su una strada di montagna (e dintorni) (1991)
Una serata al drive-in (1990)
L’inferno visto dal parabrezza (1994)
Eccitarsi per l’horror: emozioni a basso costo (1994)

Da brava raccolta di racconti brevi, Maneggiare con cura riassume alla perfezione buona parte del variegato “universo” narrativo di Joe R. Lansdale. Poco oltre un decennio di scritti che spaziano fra l’horror e il comico, fra l’avventura a episodi e il saggio di approfondimento. C’è veramente di tutto e per tutti i palati, anche se lo stile sferzante e il gusto per il macabro tipici dello scrittore texano fanno senza dubbio da filo conduttore.

Leggendo questa ottima raccolta, ci si imbatte in divertiti e divertenti omaggi a icone popolari come Godzilla, gli zombie di Romero o gli horror fantascientifici modello Giorno dei trifidi, ci si emoziona con struggenti e poetiche storie d’amore, ci si avventura terrorizzati sui binari di angoscianti divagazioni horror. Lansdale viaggia di traverso fra i generi, miscela stili e registri, rende anche il più risibile degli spunti un racconto perlomeno intrigante.

Ma, forse, Maneggiare con cura dà il meglio quando, per esempio in Una serata al drive-in, riesce a ritrarre come quotidiano e pacifico l’orrore più puro, rendendo di una semplicità e una normalità agghiacciante gli atti più crudeli. O magari quando si mette ad analizzare il cinema horror di serie B raffrontandolo alle parabole di Nuovo e Vecchio Testamento…

Il lato oscuro dell’anima


The Nightrunners (USA, 1983)
di Joe R. Lansdale

Il lato oscuro dell’anima risale al lontano 1987 ed è infatti appena il secondo romanzo di Joe R. Lansdale. Come in Atto d’amore, anche questa volta Lansdale sceglie la via del thriller. In questo caso, però, abbandona le atmosfere da poliziesco e sceglie di affrontare un viaggio nell’orrore puro e convulso, raccontando le vicende di una coppia perseguitata da una banda di teppisti un po’ sopra le righe.

Gli anni che il romanzo si porta sulle spalle sono purtroppo evidenti, soprattutto in una prosa per certi versi banale, infarcita di metafore grossolane e lontana dallo stile asciutto e pulito cui i fan dello scrittore texano sono abituati. A tenere in piedi il libro, però, ci pensa lo strabiliante talento di narratore che caratterizza ogni opera di Lansdale e che colpisce nel segno anche questa volta.

Il lato oscuro dell’anima attanaglia il lettore, lo prende per il collo e lo trascina in un viaggio agghiacciante. Come sempre, se ci si lascia rapire, diventa poi impossibile sfuggire alla lettura, appassionante al punto da farsi affannosa. E alla fine, al di là di tutte le critiche che è possibile fare a mente fredda, se un libro ti prende e non ti molla fino alla fine, c’è davvero da lamentarsi?

L’anno dell’uragano


The Big Blow (USA, 2000)
di Joe R. Lansdale

C’è stato un tempo in cui Galveston, che sorge su un’isola della costa texana, rivaleggiava con New York per il titolo di città più bella d’America. Poi, nel 1900, giunse la madre di tutte le tempeste, un uragano di potenza devastante, che prese Galveston, la rivoltò come un calzino e se la portò via. In quel contesto Joe R. Lansdale ambienta un breve racconto, che interpreta le ultime ore di Galveston – o, perlomeno, di quella Galveston – attraverso i pensieri, gli atti e le parole di alcuni pittoreschi abitanti. E non solo, perché il personaggio più importante, forse, è il forestiero Jim McBride, antieroe spregevole e sgradevole, incapace di mostrarsi anche solo vagamente simpatico.

Ma a dominare la scena è la furia della tempesta, strabordante e agghiacciante, come mai nessun film catastrofico l’ha dipinta. L’orrore puro dell’impotenza di fronte alla natura incazzata nera. Una roba quasi insopportabile per quanto riesca a creare tensione e angoscia come e meglio del miglior horror. E tutto racchiuso in un centinaio di splendide pagine.

Bubba Ho-Tep


Bubba Ho-Tep (USA, 2003)
Di Joe R. Lansdale

Un decrepito Elvis Presley sopravvive in preda allo scazzo, ricoverato in una clinica per anziani. Sue principali occupazioni quotidiane: farsi curare il bubbone che gli è spuntato sull’uccello, convincere chi gli sta attorno che lui è il vero Elvis e quello morto era un sosia con cui aveva fatto cambio, coltivare la sua amicizia con un vecchio nero convinto di essere John Fitzgerald Kennedy, combattere la mummia maledetta di nome Bubba Ho-Tep. Per la fine del racconto avrà ottenuto risultati di prestigio in tutti gli ambiti.

Questo bel romanzo breve si inserisce nel filone “delirio” cui appartiene anche lo splendido La notte del drive-in. Un horror fatto di situazioni oltre il limite del paradossale, che però rinuncia a costruire tensione e si limita a mettere in scena personaggi buffi e situazioni assurde, scivolando consapevolmente nel grottesco e nella parodia. E riesce addirittura ad essere poetico, seppur in una maniera tutta sua. L’ennesimo centro di un Joe R. Lansdale sempre più idolo delle folle.