[FF11] Fantasy Filmfest Shorts


Fantasy Filmfest Shorts (2011)

di gente varia, con gente varia

È una tranquilla domenica sera di inizio settembre, mi appresto a guardare il mio decimo film del Fantasy Filmfest (l’eccellente Perfect Sense) e, mentre pago il biglietto e scruto con l’occhietto furbetto le bionde ninfette barely legal che servono gli avventori al bar del cinema, noto un cumulo di oggetti, borse, cappellini, magliette e cianfrusaglie varie con il marchio del festival. Faccio finta di niente, ché gli ho già dato abbastanza soldi, ma mi cade poi l’occhio su un curioso DVD da dieci euro, e in pieno raptus Play.com faccio cenno al cassiere che oltre al biglietto del cinema voglio pure quello. 
E cosa ci trovo dentro? Nove cortometraggi dalla variabile provenienza: la maggior parte sono in lingua inglese (oddio, inglese: americano, australiano e via accentando), con inutile opzione per i sottotitoli in tedesco, mentre la manciata in altre lingue offre anche la possibilità di guardarli con sottotitoli in inglese. Tutto perfetto, insomma. Il genere è in linea con quello della rassegna e scivola quindi fra il fantastico e l’orrore, per una selezione di cortometraggi quasi tutti premiati a questo o quel festival e che, a parte un paio di robette discutibili, tutto sommato i suoi dieci euro se li merita. Anche perché il cofanettino include pure un secondo DVD con tre cortometraggi aggiuntivi, tre making of e un trailer.
Per quanto riguarda i cortometraggi veri e propri, è un po’ difficile descriverli senza svelare troppo, anche perché sono brevi e spesso incentrati proprio sullo stupirti con tre o quattro svolte a sorpresa nel giro di dieci minuti. Comunque ci provo, sottolineando come in ogni caso il tutto sia disponibile su Amazon (basta cliccare qui).
Quelli belli, simpatici, o perlomeno divertenti:
Arbeit für Alle è un cortometraggio tedesco che racconta di un’organizzazione che piazza dei giovani aitanti a fare da supporto per anziani che non sono più fisicamente in grado di gestirsi ma vogliono comunque proseguire le loro carriere. Tipo che li vanno a prendere a casa la mattina, li portano in giro sulla sedia a rotelle eccetera. L’anziano protagonista, però, svolge un lavoro piuttosto particolare. Monster è una deliziosa figata australiana, fatta con due soldi, che gioca sul grande classico “peluche che ti fa cacare sotto”. Itsy Bitsy è una scemenzucola su una coppia di giovani spasimanti americani che si trovano in casa una tarantola gigante. A Ninja Pays Half My Rent si descrive a sufficienza nel titolo. The Listening Dead è una bella favoletta horror tutta bianco e nero e invenzioni visive che sembra un po’ uscita dalla capoccia del giovane Tim Burton. The Saddest Boy in The World è il simpatico racconto autobiografico di un ragazzino che la prende bene.

Quello che meh:
Il giardino è una scemenza tedesca un po’ tarantinata su della gente che si porta le pistole a pranzo in un ristorante italiano e poi perde la calma.

Quello che non sarebbe neanche male, se non si prendesse così sul serio con quell’aria da guarda che autore ganzo che sono:
Las Horas Muertas è una specie di versione ridotta a quattordici minuti di Le colline hanno gli occhi, tutta cruda, sporca, sanguinaria e spagnola.
Quello che è una brutta conseguenza del successo di Shrek però presumo che un bambino ci si possa divertire anche se magari non coglie le citazioni e in ogni caso probabilmente è notevole a livello produttivo però davvero a me ha fatto schifo:
Tadeo Jones y el sótano maldito

Quelli che ci sarà un motivo se li hanno messi nel secondo DVD:
Why the Anderson Children Didn’t Come to Dinner è una roba assurda su una famiglia “madre + tre creature” tutta strana che sembra diretta da Wes Anderson dopo una lobotomia. Tadeo Jones è la precedente avventura di Tadeo Jones ed è la stessa tristezza, a parte il fatto che non ci sono dialoghi e quindi è in effetti un po’ meglio. Me è un videoclip emo realizzato in stile La Sposa Cadavere e musicato da tali ASP, gruppo rock depresso tedesco il cui cantante nella foto su Wikipedia sembra Adriano Galliani con in faccia il trucco dei Kiss.
Il giorno prima della domenica in questione, sono entrato in sala alla proiezione dell’ottimo Red State e mi sono visto iniziare davanti agli occhi una roba in tedesco. Mi sono poi reso conto che si trattava di un ottimo cortometraggio a tema zombesco ambientato in una suggestivissima Berlino. Purtroppo non ricordo minimamente il titolo e, fra l’altro, dato che non c’erano sottotitoli, può pure essere che i personaggi dicessero solo scemenze. Però, senza capire una parola, sembrava veramente un cortometraggio stupendo. Quindi, insomma, se vi capitano gli occhi su un cortometraggio di zombi tedesco ambientato a Berlino in cui all’inizio c’è un tizio che parla alla radio, dategli una chance. E magari poi ditemi come si intitola.
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In vacanza!

Ebbene sì, il sottoscritto abbandona momentaneamente questa valle di lacrime internettara e se ne va in ferie, pronto ad affrontare quella che mi sentirei di definire la prima vera e propria vacanza dai tempi dello splendido viaggio in Giappone (sono tre pagine, non so perché nella prima visualizzi così pochi post, comunque basta premere su “Post più vecchi”) su cui non ho mai finito di scrivere i post e ho fra l’altro ancora le bozze su Blogger con tanto di un post mezzo scritto. Non che da allora (fine 2006 / inizio 2007) non sia mai andato in vacanza, eh, ma non ho più fatto quel genere di viaggio lì, quello che prendi, molli tutto, ti stacchi dal mondo e vai in giro in luoghi (possibilmente) lontani, (possibilmente) per almeno due settimane, a visitare posti, persone, bestie. E direi che era ora.

Me ne vado con un equipaggio di altre tre persone negli USA, costa ovest, a visitare un po’ di luoghi in cui sono già stato ma che ho proprio voglia di visitare non per lavoro e un altro po’ di luoghi che non ho mai visto in vita mia. L’itinerario, che affronteremo armati di SUV a noleggio, è quello riprodotto in misura altamente spannometrica nella foto d’apertura. E al primo che dice “Bryce Canyon” o “Monument Valley” gli dico che abbiamo preso in considerazione, ci dispiace un sacco, ma non c’era proprio modo. Il ritorno è previsto per domenica 9 ottobre, se non finisco mangiato da un orso o ucciso da un gangsta rapper. Nel mentre, fate i bravi.
Non penso che mi metterò a scrivere cose per il blog, postare immagini e altre sciccherie durante il viaggio, intanto perché temo saranno ben pochi i posti in cui avrò accesso a Internet, in secondo luogo perché ho davvero bisogno di staccare completamente da tutto e tutti. È quindi molto probabile che per due settimane non appaia più nulla qua dentro, a parte domani che c’è un post che ho messo in pubblicazione automatica. Ciao.

L’alba del pianeta delle scimmie

Rise of the Planet of the Apes (USA, 2011)
di Rupert Wyatt
con James Franco, Andy Serkis


Fallito il tentativo di rilanciare la serie con quella scoreggia di remake partorita dieci anni fa da Tim Burton, l’unica altra via per riprovarci non poteva che essere quella del prequel. Che per inciso, in relazione a Il pianeta delle scimmie, non è certo una novità, visto che se n’era fatta addirittura una trilogia negli anni Settanta. E se a fare meglio di Burton non ci voleva certo un genio, bisogna comunque dare atto a Rupert Wyatt di aver diretto un bel filmetto d’avventura che si gioca bene le sue carte, puntando sulla pietà per gli animaletti indifesi (si fa per dire), sul fascino del legame di amore e rispetto che si viene a creare fra i due protagonisti e sulla capacità di evocare comunque a dovere l’immaginario della serie.

I riferimenti al passato sono minimi, limitati giusto a un paio di nomi e a qualche cenno alla partenza di un astronauta destinato a perdersi nello spazio e tornare con la faccia di Charlton Heston. E giustamente si rinnegano le origini raccontate a suo tempo, che non avrebbero avuto senso nel provare a creare qualcosa di nuovo: gli omaggi ci sono, perché comunque l’idea è di raccontare delle nuove premesse al film del 1968, ma da qui deve partire una nuova serie, se si fanno soldi a sufficienza, e non avrebbe senso impelagarsi troppo nel passato. Tanto più che, insomma, io quei film non li vedo da vent’anni buoni, ma non è che me li ricordi come capolavori intoccabili.

Insomma, la sostanza è che si tratta esattamente del film che era lecito attendersi, valido quel minimo indispensabile in cui era lecito sperare, non in grado di raggiungere picchi a cui, francamente, dubito qualcuno potesse credere. Andy Serkis e i suoi effetti speciali fanno un lavoro strepitoso, che da solo merita la visione, ma tolto quello rimangono una bella scena d’azione conclusiva, un finale evocativo e qualche lampo isolato da parte di James Franco e John Lithgow, in un film che si dedica tutto alle scimmie e mette qualsiasi altra cosa in secondo piano. Magari anche giustamente, per carità.

Il film l’ho visto qua a Monaco a inizio agosto, subito prima di partire per Colonia. Ne scrivo adesso per il solito motivo: in Italia esce venerdì. Da vedere in lingua originale perché James Franco che biascica mi fa sempre ridere. Va però detto che l’altro protagonista non parla, quindi alla fin fine col doppiaggio non ci si perde molto.



FUN FACT: Nel film c’è un attore a cui, quando aveva dodici anni, han detto: “Ok, tu sei ottimo per interpretare il ruolo del cattivo pestifero, un po’ scemo e che probabilmente farà una gran brutta fine. In otto film consecutivi”. Sono cose che ti segnano. E infatti…

Morti viventi a Dallas


Living Dead in Dallas (USA, 2002)

di Charlaine Harris
Il secondo libro della serie di Sookie Stackhouse è una di quelle cose che, di primo acchito, mai mi metterei a leggere. Ho una certa antipatia a pelle per le “grandi saghe” di romanzi, figlia sicuramente di un preconcetto sballato ma anche dell’essermi scottato con qualche delusione e del ricordarmi come pure cose iniziate bene (vedi alla voce Ann Rice) col tempo abbiano la tendenza ad andare in vacca. In più qua si parla di amori e di vampiri in era Twilight, cosa che provoca giusto un po’ di repulsione a pelle (anche se va detto che Twilight nasce quattro anni dopo questa roba qua, e ti viene pure il dubbio che ci sia un motivo). Epperò, dopo la sorpresa amichevole del primo romanzo, dopo essermi divertito con la prima stagione di True Blood, non potevo che avere voglia di andare avanti, anche solo per provare a leggere la Charlaine in lingua originale.
Purtroppo, ‘sto secondo capitolo della serie si è rivelato una discreta delusione, a livelli “lo sapevo che non avrei dovuto mettermici” e “ok, mi fermo qui”. Verrebbe da pensare che dopo essermi abituato al maggiore approfondimento regalato in TV a diversi personaggi e al modo in cui il telefilm anticipa determinati eventi e mescola le carte, beh, tornare al cast ridotto dei libri, in cui magari un protagonista fisso del telefilm muore come se niente fosse, un po’ faccia cascare le braccia. E magari è in parte vero, ma solo fino a un certo punto, visto che (META-SPOILER) in questo periodo sto leggendo il terzo libro che mi diverte ben di più. Il problema è che in questo secondo capitolo c’è una sensazione di mosciaggine totale, con personaggi che si sviluppano proprio pochino e con due vicende parallele intriganti ma gestite maluccio. Se ancora ancora ho trovato interessante tutta la faccenda a Dallas, fosse anche solo perché allarga un po’ i confini dell’assurdo universo in cui si ambientano le vicende, il rimbalzo a Bon Temps mi è sembrato sbrigativo e confuso.

Più in generale, Morti viventi a Dallas sembra un libro in cui succedono tante cose senza che accada davvero nulla di interessante. Il che, per carità, in un contesto seriale capita purtroppo più spesso di quanto si vorrebbe, ma insomma, già al secondo episodio non è il massimo. Specie considerando che al primo impatto, ok, puoi vivere anche solo del fascino dell’ambientazione, del taglio sporco, rozzo e vivo di luoghi e personaggi e delle belle intuizioni che caratterizzano l’universo narrativo, però poi deve essere pure appassionante il racconto, altrimenti non si va da nessuna parte.

META-SPOILER: Con la seconda stagione del telefilm va molto meglio. Questo libro, comunque, fa parte del cumulo di scellerati acquisti compiuti da Waterstone a gennaio dell’anno scorso, e l’ho quindi letto in lingua originale (a inizio estate di quest’anno), con tutti i vantaggi di un certo modo d’esprimersi da ammerigani del sud che è ovviamente difficile rendere in traduzione. Esiste comunque un’edizione italiana curata da Delos Books, che sta pubblicando tutta la serie.

How I Met Your Mother – Stagione 4

How I Met Your Mother – Season 4 (USA, 2008/2009)
creato da Carter Bays e Craig Thomas
con Josh Radnor, Jason Segel, Cobie Smulders, Neil Patrick Harris, Alyson Hannigan, Sarah Chalke e la voce di Bob Saget

È stato un po’ strano mettermi guardare How I Met Your Mother dopo aver visto Crazy, Stupid, Love., perché con ancora in testa il ganzissimo playboy di Ryan Gosling, francamente, quello di Neil Patrick Harris mi ha perso giusto un attimino di credibilità. No, sul serio, un effetto mostruosamente straniante, ai limiti dell’inguardabile. Poi, per carità, ci si fa la tara in fretta, ti ricordi che alla fin fine è tutto un prendere per il culo e nel giro di qualche puntata torna tutto al suo posto.

Anche perché Barney è come sempre la cosa migliore della serie e, anzi, in questa quarta stagione è forse l’unico motivo per cui vale davvero la pena di seguire, dato che tutta la questione “madre”, che teoricamente dovrebbe fare da motore principale, si parcheggia a lato, nascosta in un angolino, come e peggio che nella seconda annata. Anzi, decisamente peggio. È piuttosto chiaro che siamo arrivati al punto in cui il tirare per le lunghe e il girare attorno alla questione saranno estremizzati il più possibile, perché altrimenti bisognerebbe risolverla e chiudere una serie di successo.

E così si apre l’annata elaborando quel che era stato lasciato in sospeso un po’ di mesi prima, per poi mettere tutto in pausa e andare avanti una ventina di episodi solo a colpi di gag, tormentoni e carisma/bravura/fascino dei protagonisti (tolto Ted, che non ha nessuna delle tre cose e diventa sempre più fastidioso). Ora, per carità, le gag sono divertenti, ci sono un paio di trovate gustose, Barney è adorabile e Robin è comunque un bel vedere, quindi a fine stagione ci si arriva in un amen, ma il dubbio che alla lunga il teatrino finisca per stancare, francamente, c’è. Specie considerando che poi, quando le svolte narrative arrivano, sono sempre del tipo “qui è dove ho intravisto il cane che una volta ha mangiato un biscotto caduto dalla tasca del cugino di una persona che era presente al matrimonio della zia di un tizio che il giorno prima si era seduto due file davanti a vostra madre al cinema”.

Fra l’altro è appena iniziata la settima stagione e ne è prevista un’ottava. Mah, mi sa che non ci arrivo, in fondo. Ah, lingua originale, solite cose: dai, come cacchio si fa a guardare in italiano della gente di New York che prende per il culo l’accento e il modo di esprimersi di una canadese?

Millemila

All’inizio di questo mese, in pieno Fantasy Filmfest, ho pubblicato il millesimo post del blog, che fra l’altro è stato dedicato a un film bruttarello (anche se leggo in giro critiche positive… sarò io che non l’ho capito). Mille post in quasi sei anni non sono tanti, specie poi se facciamo un confronto con i ritmi di pubblicazione di altri blog, ma insomma, proprio perché qua dentro ci sono dei momenti di black out che levati, alla fin fine non sono neanche pochi. Va pure detto che non sono mille post “effettivi”, dato che nel conteggio ci finiscono anche le cose precedenti al dicembre 2005, quindi “importate” da it.fan.studio-vit, e i post con gli elenchi brutti. In effetti, se leviamo quelli, non siamo ancora a mille post, ne mancano una ventina.
Comunque, questo mese ho prodotto come un disperato. Sarà che m’ha preso il raptus doppio Fantasy Filmfest / Eurobasket 2011, sarà che quando ho visto a che ritmi stavo andando c’ho preso gusto, ma ho pubblicato una quantità di post per me davvero fuori standard (il tutto mentre lavoravo come uno scemo producendo materiale a randa prima di partire per le ferie, tanto per gradire). Capiamoci: questo è il trentatreesimo post del mese di settembre 2011. Su un blog dove non si sono mai visti più di ventinove post in un mese (agosto 2007, e guarda caso pure lì c’era di mezzo la nazionale italiana di pallacanestro). E a quota trentatré ci siamo arrivati il 18 settembre, quindi con ampi margini di miglioramento. E chi se ne frega, anche, per carità, però sono stupito e felice. Quasi sopraffatto.
Ora, giusto per chiudere il cerchio delle statistiche inutili, ho una striscia aperta di ventidue giorni consecutivi con almeno un post pubblicato, e credo pure questo sia un record. Mi piacerebbe farla andare avanti, la striscia, ma giovedì 22 parto per le ferie e, siccome nei prossimi giorni il grosso delle mie forze sarà dedicato a chiudere tutti i discorsi lavorativi aperti pre-partenza, temo ci sarà un’interruzione. Oppure mi prende il fuoco sacro e riesco a tirar fuori una ventina di post da mettere in pubblicazione automatica. Vai a sapere.
A dire il vero mi sa che la striscia si interrompe anche prima della mia partenza, dato che il fuoco sacro mi pare bello spento. Che poi la vera domanda è un’altra: quando torno dalle ferie, proseguo su questi ritmi o si torna ai soliti black out?

Niuseasoncast

Giovedì sera ho pubblicato Outcast: Chiacchiere Borderline #11, il primo Outcast della nuova (terza) stagione. Per chi eventualmente non dovesse saperlo, Outcast è un podcast audio in cui il sottoscritto e una serie di loschi figuri che tendono a gravitare nel mondo della stampa specializzata, della localizzazione e addirittura dello sviluppo di videogiochi se la chiacchierano e se la dicono parlandosi addosso. Di videogiochi. Ci sono più incarnazioni, di ‘sto Outcast, e Chiacchiere Borderline è quella in cui si commentano notizie e spunti pescati in giro, con poi una breve coda finale dedicata alle nostri opinioni sui giochi che stiamo giocando. Trovate l’ultimo episodio a questo indirizzo qui.

Lunedì registriamo Outcast Magazine #11, ma giovedì parto per le ferie. Chissà quando sarà pubblicato… ?

Crazy, Stupid, Love.


Crazy, Stupid, Love. (USA, 2011)
di Glenn Ficarra e John Requa
con Steve Carell, Ryan Gosling, Julianne Moore, Emma Stone

Il problema di infilare in un trailer le battute più fighe di un film è che poi, quando le ascolti la seconda volta mentre lo guardi, il film, ti fanno meno ridere.  E poi c’è pure da dire che in un trailer, tipicamente, te le vedi messe tutte in fila, ritmate in un certo modo, punteggiate dalla musica, mentre poi nel film sono più diluite e meno ficcanti, meno a raffica. Ma d’altra parte, se quelle battute non fossero state messe nel trailer, molto probabilmente il film non ci saresti andato, a vederlo (anche se il tris Carell/Gosling/Stone faceva voglia a prescindere). Ah, l’eterno dilemma!

Comunque, alla fin fine, prevedibilmente, Crazy Stupid Love (la punteggiatura ce la risparmiamo, dai) è esattamente il meglio che era possibile attendersi da quel simpatico trailer: una commedia romantica gradevole, con un po’ di battute e di situazioni molto azzeccate (e un altro po’ che al massimo fanno sorridere), un tono di fondo amarognolo che fa piacere, uno sviluppo piuttosto prevedibile e un inevitabile messaggino d’amore e di speranza, tutto abbracci e lieto fine in preda ai sorrisi, seppur con la nota “occhio che per far funzionare le cose bisogna volerlo, crederci, sbattersi”.

Prova in tutti i modi a distinguersi dalla massa di commediole romanticheggianti, e tutto sommato ci riesce anche abbastanza bene, per più motivi. Intanto perché il tris là sopra è sempre fantastico, tanto quanto comunque lo sono anche gli altri che girano loro attorno. Poi perché Carell, che è quello a cui viene dato più spazio, non scivola nella caricatura che magari da lui t’aspetteresti, ma interpreta un bel personaggio amaro e credibile. La sua è una relazione andata a male col tempo, come è normale possa succedere a chiunque. Più che equivoci e incomprensioni, al centro della faccenda finiscono rimorso, rimpianto e un bel melodrammino.

E alla fine è soprattutto questa voglia di infilarci dentro un racconto un pochino più interessante del solito a rendere gradevole e quasi meritevole quella che, comunque, è e rimane una semplice commediola romantica americana tutta dedicata all’idolatrazione della famiglia come fine ultimo cui mirare con forza. Che, insomma, messa giù così, suona un po’ un mettersi in riga e arrendersi, da gente che ha diretto I Love You Philip Morris. O che ha scritto Babbo Bastardo, anche.

Il film l’ho visto ad agosto, di ritorno da Colonia, perché qua in Germania un sacco di film escono un mesetto dopo gli USA, un mesetto prima dell’Italia. Ne scrivo adesso perché adesso arriva nello stivale. Trattasi di commedia: a vederla doppiata si perde l’ovvio, anche se va pure detto che qui non si lavora poi molto sui giochi di parole. Certo, va pure detto che le voci di uno Steve Carell, un Ryan Gosling, un Kevin Bacon, una Emma Stone, dai, l’è veramente troppo un peccato perdersele.

Tentafest

In tutto questo turbinio di emozioni che è settembre quasi me ne dimenticavo, ma sabato scorso Davide ha pubblicato il diciassettesimo episodio del Podcast del Tentacolo Viola, nel quale si chiacchiera di Nintendo 3DS, Colonia, Minzolini e altre sciccherie, fra cui una parentesi in cui commento alcuni film del Fantasy Filmfest. L’episodio lo trovate a questo indirizzo qui.

Ho preparato questo post anche e soprattutto perché oggi non avevo niente da pubblicare, ma mi dispiaceva interrompere la striscia aperta di giorni consecutivi con roba nuova sul blog. Bello, no?

Una pazza giornata di vacanza


Ferris Bueller’s Day Off (USA, 1986)
di John Hughes
con Matthew Broderick, Mia Sara, Alan Ruck
Quando ero ancora un giovane imberbe in procinto di scoprire quanto possa essere difficile avere a che fare con le donne adolescenti se sei nerd, timido, un po’ sfigato e ti fai influenzare da quegli stupidi stupidi stupidi manga sentimentali, Una pazza giornata di vacanza era per me quel film che davano continuamente in TV, in cui c’era quel simpatico ganzo di Matthew Broderick che bigiava e della cui totale assenza di trama faticavo a capacitarmi. Insomma, i miei ricordi mi dicono che in quel film non succedeva sostanzialmente nulla. Ma d’altra parte i miei ricordi sono comunque un po’ vaghi, dato che, facendo mente locale, posso dire che, prima di riguardarlo un mesetto fa mi ricordavo solo tre cose: la parata, Charlie Sheen alla stazione di polizia e i titoli di coda.
Sempre facendo mente locale, mi viene da pensare di essere nato quei quattro o cinque anni troppo tardi per ricordarmi John Hughes come il cantore dell’adolescenza che è stato e che tutti ricordano con più affetto di me. Voglio dire, non ho mai visto The Breakfast Club (e fra l’altro due o tre anni fa l’avevo registrato con MySky ma poi mi si è rotto il decoder)! Certo, in Easy A ha nostalgia dei film adolescenzielli di John Hughes un personaggio interpretato da Emma Stone, che ha undici anni meno di me, quindi probabilmente mi sto facendo dei gran giri in testa senza senso. Rimane il fatto che per me John Hughes era quello di Un biglietto in due (quindi comunque uno ganzissimo, eh!). Cose che capitano.
Comunque. Il tempo scorre inesorabile e Matthew Broderick è passato dall’essere un giovane ganzo all’essere il vecchio, stempiato e sfigato marito di una che spero stia scomparendo dalla faccia della Terra come sembra. E mentre il tempo passava, m’è salito come un desiderio di guardarmi e/o riguardarmi i film di John Hughes. Desiderio alimentato anche dalla visione di Easy A e dal fatto che ancora rosico per quella registrazione di The Breakfast Club. Ora, vedi il caso, qualche tempo fa, smanacciando in una bancarella di DVD a una fiera estiva qua a Monaco, ho posato le mani su Ferris Macht Blau, edizione tedesca del film con Matthew Broderick che bigia. E ovviamente l’ho comprato, con il venditore che entusiasta affermava: “Ah, classik!”.
E com’è, Una pazza giornata di vacanza, visto oggi? Un gran bel cacchio di film, ecco com’è. È una bella commedia giovanile scemotta e spensierata, ma che allo stesso tempo ti infila dentro – grazie al fenomenale personaggio di Cameron – uno splendido tono malinconico e amaro. Fa finta di raccontare una giornata di cazzeggio e invece punta sull’amicizia, sulla crescita, sull’alienazione, sul tentativo di aiutare un amico in difficoltà. E sì, ovviamente per alcune cose è invecchiato, ma cacchio che piacere è ancora da guardare, cacchio che due o tre bei momenti di regia e, cacchio, nel 1986 un protagonista che parla tutto il tempo allo spettatore e che poi fa lo scemo in quel modo sui titoli di coda doveva essere una bella idea, no? Non so, io me la ricordo come una cosa che mi faceva impazzire, forse l’unico motivo per cui mi riguardavo il film ogni volta che lo passavano in TV. 
No, dai, anche per Charlie Sheen alla stazione di polizia. Guarda che bello, non è invecchiato per niente.