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Ant-Man and the Wasp

Come già fu per il primo episodio, Ant-Man and The Wasp si presenta nelle sale occupando lo slot di innocuo e simpatico defatigante dopo l’epica sbrodolante dell’ultimo Avengers. Lo fa, però, con qualche ostacolo in più da superare:

1. i tre film Marvel Studios che lo precedono non hanno accontentato tutti, perché non si può accontentare tutti, ma in linea di massima sono stati accolti più o meno come la Santa Trinità. Nel 2015, Avengers: Age of Ultron, che pure a me piacque molto, si era preso la sua bella dose di verdure in faccia;

2. sempre nel 2015, Ant-Man era atteso con un doppio sopracciglio alzato a base di “Ma che vuole questo?” e dubbi assortiti sulla fuga di Edgar Wright. Fu poi una gran bella sorpresa e l’ennesimo successo dei Marvel Studios. Inevitabilmente, oggi, le aspettative sono ben diverse e si sa che le aspettative tendono a influenzare le reazioni;

3. di nuovo: nel 2015, Ant-Man funzionò anche perché faceva parecchie cose diverse da quelle che all’epoca eravamo abituati ad aspettarci da questi film. Ant-Man and The Wasp non va troppo oltre il riproporre quelle stesse cose, che ovviamente hanno nel frattempo smarrito l’effetto sorpresa e il senso di freschezza.

Insomma, se lo inquadriamo così, è un film abbastanza superfluo, con poco da dire e che certamente non ha la potenza di chi l’ha preceduto nei mesi scorsi. Piacciano o meno quei film, mi sembra abbastanza innegabile che il nuovo di Peyton Reed non abbia dalla sua la follia fuori scala di un Thor: Ragnarok, l’ambizione tematica di un Black Panther o la… dimensione?… di un Avengers: Infinity War. È appunto, il filmetto defatigante. Quello minore, la cosetta simpatica e buffa. Ecco, sì, è il secondo episodio della sit-com ambientata nell’universo cinematografico Marvel.

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Justified – Stagione 6

Come fai a realizzare la sesta stagione di Justified, una fra le serie più belle degli ultimi anni, arrivando dopo quattro annate più o meno della madonna e una quinta che al contrario era di uno sgonfio allucinante? Come fai a chiudere tutto nella maniera migliore, tirando fuori tredici episodi che risolvano ogni faccenda come si deve, trattino nella maniera giusta i personaggi che contano davvero, si prendano il lusso di salutare chiunque vada salutato, mettere tutto quel che va messo, non rinunciare a nulla, tirar di gomito, strizzare l’occhio, divertire, caricare la tensione, far salire la commozione e, insomma, salutare come si deve l’uomo col cappello?

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The Hateful Eight

The Hateful Eight è l’ottavo (o nono, o magari perfino decimo, fate voi a seconda di se/come volete contare i due Kill Bill e l’episodio di Four Rooms) film di Quentin Tarantino ed è quello con cui, al netto del desiderio già espresso di realizzare almeno un altro western, va probabilmente a chiudere il suo ciclo storico e politico, in un crescendo che ci ha portati a un ritratto impietoso e rabbioso degli Stati Uniti d’America. Un po’ come già Jackie BrownDeath Proof, è un film che sembra quasi volersi scrollare di dosso gli eccessi spettacolari e più appetibili per il pubblico mainstream dei due precedenti, che riduce la risonanza del cast e pensa a farsi soprattutto gli affari suoi, a botte di sofisticazioni vintage, integralismi su lenti, pellicola, ouverture e intervallo, un tripudio più forte che mai di suggestioni da studente della storia del cinema, narrazione di stampo teatrale come mai prima nella carriera del regista e, sostanzialmente, due ore di gente che chiacchiera senza tregua per accumulare elementi su cui far esplodere la tensione e il macello nella seconda parte. Ed è un film bellissimo.

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