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La grande scommessa

La grande scommessa si ispira al libro di Michael Lewis The Big Short – Il grande scoperto, che spiega le modalità tramite cui il collasso del mercato immobiliare e la relativa bolla speculativa hanno portato alla crisi finanziaria del 2007/2008. Lo fa raccontando le vicende di alcune persone che avevano colto in anticipo i segnali di quel che stava per accadere e avevano deciso di approfittarne traendone profitto, alcuni per conto dei rispettivi gruppi d’investimento, altri solo ed esclusivamente per interesse personale. Visto l’argomento decisamente serio, attuale e delicato, può risultare un po’ strano vedere al lavoro su sceneggiatura e regia Adam McKay, autore delle migliori (e più intelligenti, va detto) commedie demenziali con Will Ferrell e responsabile dell’ottima riscrittura che ha portato lo script di Ant-Man dalle mani di Edgar Wright a quelle di Peyton Reed, ma in realtà sono proprio il suo approccio brillante e la sua personalità a far funzionare il film.

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Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy

Anchorman – The Legend of Ron Burgundy (USA, 2004)
di Adam McKay
con Will Ferrell, Christina Applegate, Paul Rudd, Steve Carell, David Koechner

Ron Burgundy è anchorman leader della squadra di reporter di Channel Four, a San Diego. Vincitore di cinque Emmy Award, eroe popolare, amato dalle donne, pomposo, spocchioso e stupido all’inverosimile, cade vittima del fascino di Veronica Corningstone, sua nuova collega particolarmente apprezzata e pronta a tutto pur di soffiargli il posto. Pare il canovaccio per un film di Garry Marshall (o della sorella Penny, o magari di Nora Ephron), e invece è il primo delirio cinematografico a firma Adam McKay/Will Ferrell.

Anchorman, così come il successivo Talladega Nights, si diverte alle spese di un microcosmo tipicamente americano, che può probabilmente trovare riscontro anche da noi, ma i cui folli stereotipi sono tremendamente radicati nella cultura e nel modo di vivere a stelle e strisce. E questo limita un po’ l’impatto del suo approccio satirico perché, per quanto ci si possa divertire di fronte a quell’atmosfera stupidina e leggera, a quei personaggi tremendamente convinti e spocchiosi ma tutto sommato adorabili, rimane sempre la sensazione di non conoscere fino in fondo l’argomento di cui parla il film.

Film che comunque funziona solo fino a un certo punto anche per colpa dei limiti di una struttura che si basa sostanzialmente solo su una lunga serie di sketch messi l’uno in fila all’altro. È difficile e forse anche pretestuoso mettersi a distinguerli, ma l’impressione è che, rispetto a un Talladega Nights decisamente più riuscito, Anchorman sia il classico “film del comico televisivo”, impacciato nel raccontarsi e impegnato più che altro a mettere in scena i suoi numeri famosi, i tormentoni, le apparizioni speciali degli amici. Manca insomma, la capacità di andare un po’ oltre il cabaret e mettere in piedi un film vero e proprio.

O magari il problema è che due pellicole dominate da Will Ferrell viste a stretto giro di tempo sono troppe, nonostante alcune trovate divertentissime (il gobbo, la cena al club) e uno Steve Carell spettacolare.