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La grande scommessa

La grande scommessa si ispira al libro di Michael Lewis The Big Short – Il grande scoperto, che spiega le modalità tramite cui il collasso del mercato immobiliare e la relativa bolla speculativa hanno portato alla crisi finanziaria del 2007/2008. Lo fa raccontando le vicende di alcune persone che avevano colto in anticipo i segnali di quel che stava per accadere e avevano deciso di approfittarne traendone profitto, alcuni per conto dei rispettivi gruppi d’investimento, altri solo ed esclusivamente per interesse personale. Visto l’argomento decisamente serio, attuale e delicato, può risultare un po’ strano vedere al lavoro su sceneggiatura e regia Adam McKay, autore delle migliori (e più intelligenti, va detto) commedie demenziali con Will Ferrell e responsabile dell’ottima riscrittura che ha portato lo script di Ant-Man dalle mani di Edgar Wright a quelle di Peyton Reed, ma in realtà sono proprio il suo approccio brillante e la sua personalità a far funzionare il film.

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La gang del bosco

Over the Hedge (USA, 2006)
di Tim Johnson e Karey Kirkpatrick
con le voci di Bruce Willis, Garry Shandling, Steve Carell, William Shatner, Nick Nolte, Thomas Haden Church, Eugene Levy, Wanda Sykes, Avril Lavigne

Inutile, non c’è niente da fare, i film d’animazione Dreamworks mi lasciano d’un freddo che non ci si crede. Shrek – lo dico – mi sta sui coglioni. Il primo l’ho sopportato, nonostante un finale agghiacciante. Il secondo, gatto a parte, mi ha annoiato a morte. Il terzo lo aspetto su Sky. E col resto (Madagascar, per dire), non è che vada molto meglio. Però, insomma, una chance televisiva non la si nega a nessuno, quindi perché privarsi di un film che, oltretutto, s’ispira a una striscia a fumetti molto carina?

Boh, magari perché si torna sempre lì, a guardare robetta cerchiobottista vorrei ma non posso, che vuole accontentare tutti e rimane mosciamente nel mezzo. Sicuramente fa divertire i bimbetti e bene o male qualche spunto stilistico interessante lo tira sempre fuori, assieme all’immancabile singola trovata geniale (“Playplayplayplay”, stavo male). Ma mi lascia proprio addosso quel senso d’insoddisfazione. D’altra parte, suvvia, dura neanche un’ora e mezza, e non è che sia un’ora e mezza da conati di vomito. Anzi, c’è ben di peggio.

40 anni vergine

The 40 Year Old Virgin (USA, 2005)
di Judd Apatow
con Steve Carell, Catherine Keener, Paul Rudd, Romany Malco, Seth Rogen

Due anni prima di Molto incinta, Judd Apatow si faceva conoscere con questo 40 anni vergine, che all’epoca era decisamente più “il film di Steve Carell” – e del resto si basava su uno sketch già mostrato in tv dal comico statunitense – ma col senno di poi mostra chiaramente tutto quello che renderà Apatow quella specie di Re Mida della commedia americana che è poi diventato.

Così come il successivo film di Apatow, anche 40 anni vergine lavora all’interno di meccanismi consolidati per rileggerli alla sua maniera. Se in Molto incinta si parla di classica commedia romantica, qua siamo più dalle parti della commedia demenziale e “politicamente scorretta” in stile Farrelly. Ma se il genere è indubbiamente quello, lo stile e le modalità sono ben lontane.

La chiave del film sta ovviamente nel protagonista, uno Steve Carell strepitoso che riesce ad essere contemporaneamente un personaggio assurdo e improbabile ma anche una persona realistica e tremendamente ben caratterizzata. E del resto si rispecchia anche in chi gli gravita attorno la natura di personaggi-stereotipo, macchiette monodimensionali ma in qualche modo realistiche e credibili, ben tratteggiate nei dettagli di un dialogo, un sentimento, un tratto caratteristico.

E poi c’è quella insostenibile amarezza di fondo, quel continuo mettere in scena momenti in cui non riesci a capire se devi ridere o provare tristezza per il protagonista, quell’anima graffiante e satirica che ti entra sottopelle e ti convince di non stare guardando la minchiata colossale che t’aspettavi. I Farrelly ti fanno ridere sboccatamente delle sfighe altrui, 40 anni vergine ti fa sentire in colpa perché ne stai ridendo. E la differenza non è poca.

E poi Apatow ha una dote rara, quella sua deliziosa capacità di rendere in maniera naturale e a modo suo elegante argomenti, situazioni e modi di parlare che chiunque altro ridurrebbe a triste volgarità. Con 40 anni vergine non ci si ammazza forse dal ridere – se non in un finale pazzesco, che da solo vale la visione – ma sembra sempre di essere davanti a qualcosa di ben più intelligente rispetto a quanto voglia far credere. E anche se preferisco l’umorismo più terra-terra e credibile di Molto incinta, apprezzo e approvo.

P.S.
Ho visto il film in lingua originale, non mi assumo responsabilità sul doppiaggio italiano, che immagino mestamente virato al volgare e al basso come troppo spesso accade negli adattamenti delle commedie. Del resto già lo strillo di copertina è una garanzia: “Più tempo aspetti e più sarà duro”

Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy

Anchorman – The Legend of Ron Burgundy (USA, 2004)
di Adam McKay
con Will Ferrell, Christina Applegate, Paul Rudd, Steve Carell, David Koechner

Ron Burgundy è anchorman leader della squadra di reporter di Channel Four, a San Diego. Vincitore di cinque Emmy Award, eroe popolare, amato dalle donne, pomposo, spocchioso e stupido all’inverosimile, cade vittima del fascino di Veronica Corningstone, sua nuova collega particolarmente apprezzata e pronta a tutto pur di soffiargli il posto. Pare il canovaccio per un film di Garry Marshall (o della sorella Penny, o magari di Nora Ephron), e invece è il primo delirio cinematografico a firma Adam McKay/Will Ferrell.

Anchorman, così come il successivo Talladega Nights, si diverte alle spese di un microcosmo tipicamente americano, che può probabilmente trovare riscontro anche da noi, ma i cui folli stereotipi sono tremendamente radicati nella cultura e nel modo di vivere a stelle e strisce. E questo limita un po’ l’impatto del suo approccio satirico perché, per quanto ci si possa divertire di fronte a quell’atmosfera stupidina e leggera, a quei personaggi tremendamente convinti e spocchiosi ma tutto sommato adorabili, rimane sempre la sensazione di non conoscere fino in fondo l’argomento di cui parla il film.

Film che comunque funziona solo fino a un certo punto anche per colpa dei limiti di una struttura che si basa sostanzialmente solo su una lunga serie di sketch messi l’uno in fila all’altro. È difficile e forse anche pretestuoso mettersi a distinguerli, ma l’impressione è che, rispetto a un Talladega Nights decisamente più riuscito, Anchorman sia il classico “film del comico televisivo”, impacciato nel raccontarsi e impegnato più che altro a mettere in scena i suoi numeri famosi, i tormentoni, le apparizioni speciali degli amici. Manca insomma, la capacità di andare un po’ oltre il cabaret e mettere in piedi un film vero e proprio.

O magari il problema è che due pellicole dominate da Will Ferrell viste a stretto giro di tempo sono troppe, nonostante alcune trovate divertentissime (il gobbo, la cena al club) e uno Steve Carell spettacolare.