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Pet Sematary

In Francia, Pet Sematary si intitola Simetierre. Non c’è, quindi, il riferimento a un cimitero per animali ma rimane il giochino della storpiatura nello scrivere la parola. E questa è forse la cosa più interessante che ho da dire sul remake di Cimitero vivente, un film dal quale non è che mi aspettassi molto ma in cui avevo osato sperare un po’, perché arrivava dai registi di quella bella cosetta angosciante che è Starry Eyes. E invece è andata male, ne è venuto fuori il solito horroretto moscio, confezionato in maniera professionale ma privo di guizzi, che fa intravedere fra i rami la personalità dei registi ma la soffoca nella sua coltre da cinema di produzione e riesce anche ad ammazzare quel paio di idee che pure ci sarebbero. Per un attimo ci speri, poi ti accontenti di stare guardando una roba dignitosa, poi vieni ucciso dal finalaccio e ti rimane solo addosso il dispiacere per ciò che sarebbe potuto essere. Che palle.

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Miss Sloane – Giochi di potere

Miss Sloane parla di politica americana, di lobby e affari loschi attorno a cui ruota quel mondo con un approccio da House of Cards dopato. C’è quello stesso macchiettismo, quello stesso gusto per l’esagerazione e i personaggi che si allisciano i baffetti, quella stessa voglia di spettacolarizzazione, ma viene tutto alzato ulteriormente di livello per tirarne fuori un thriller hollywoodiano coi testicoli grossi. Non ci sono esplosioni, non ci sono sparatorie, ma la protagonista è quel classico personaggio al limite del supereroe che pianifica tutto, sa tutto, prevede tutto, ordisce piani assurdamente complicati basandoli sul fatto che sa prevedere alla perfezione ogni mossa dei suoi antagonisti. E alla fine si allontana lentamente senza guardare l’esplosione (in questo caso metaforica) alle sue spalle. Insomma, è un film po’ cretino, ma è divertente.

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The Accountant

Gavin O’Connor non è esattamente un regista che la tocca piano. La sua cifra stilistica, in linea di massima, è quella dell'”apri tutto”, dello spingere a manetta sulla forza emotiva, sul sentimento, sul melodramma e, soprattutto, del farlo nella totale assenza di vergogna, in maniera sincera, verace. Ogni tanto butta lì anche qualche soluzione visiva interessante (tipo quella bella prima partita in Imbattibile), ma il cuore espressivo dei suoi film sta soprattutto lì, nell’emozione senza alcuna vergogna.  Inoltre, ha una passione per i drammi famigliari e i personaggi repressi, incapaci di esprimere ciò che hanno dentro se non attraverso l’azione e le pizze in faccia. Questi due aspetti della sua poetica conflagrano alla perfezione nella sua opera migliore, quella bomba di film sportivo che è Warrior, ma trovano agevole cittadinanza anche in The Accountant, un thriller d’azione con qualche grosso limite ma che, tutto sommato, mangia serenamente in testa a compitini poco ispirati come i nuovi Jack ReacherJason Bourne.

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