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xXx – Il ritorno di Xander Cage

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Che oggetto buffo, questo nuovo xXx. Il tentativo è chiaro e smaccato: ripetere la magia riuscita con Fast & Furious, prendendo una serie caduta in disgrazia e dandole nuova vita all’insegna del macello sborone che, per altro, in questo caso era già il cuore del primissimo episodio, ma in un momento storico nel quale era forse troppo presto per tentare quella via. Oggi, invece, quelle cose dominano i multisala, quindi l’idea è comprensibile e tutto sommato apprezzabile. Anche l’approccio, fondamentalmente, è lo stesso dei Fast & Furious, a base di attenzione surreale per una continuity di cui non frega nulla a nessuno (se non magari a quel nerdacchione in incognito di Vin Diesel) e creazione di un supergruppo su cui costruire seguiti infiniti. Certo, qua sembra tutto un po’ più macchinoso e meno sincero, vuoi perché ci stai riprovando, vuoi perché il materiale di partenza è se possibile ancora più scarno e povero, ma insomma, se il risultato funziona, chissenefrega. Il problema è che funziona solo in parte.

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Rogue One: A Star Wars Story

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Quest’immagine che ho messo qua sopra* fa un po’ schifo ma ci sta bene, perché riassume quel che Rogue One doveva essere, ci avevano promesso che sarebbe stato e tutto sommato è, seppur nei limiti di quel che si può fare con il film di Guerre Stellari gestito dal comitatone Disney. È un film cupo e con protagonisti dalla moralità sfumata, nei limiti di cui sopra ma comunque tale, soprattutto per quelli che sono gli standard della serie. È il primo Star Wars che racconta e mette effettivamente in scena una “war”, proponendosi quindi come film di guerra, anche piuttosto tradizionale nelle sue svolte e nei suoi cliché, seppur sempre all’interno di quei limiti sul piano della violenza, dei temi, dell’approccio. È il primo Star Wars che dà l’idea di stare raccontando una vicenda di guerra in cui la posta in palio è qualcosa di enorme, di ben più grosso rispetto alle vite dei personaggi, senza avere fra le palle le solite fregnacce della famiglia Skywalker. Ed è un film di Gareth Edwards, che esprime chiaramente il suo stile, la sua capacità folle di imprimere su schermo il senso di scala, di ometti piccoli di fronte all’immenso, ma anche il suo dono per la composizione di immagini stupende, quasi pittoriche, seppur sempre all’interno dei limiti bla bla bla. Insomma, è effettivamente lo spin-off che si distacca in una certa misura dai canoni della serie, anche se ovviamente non lo fa fino in fondo e in tanti aspetti rimane costretto e inquadrato. Un po’ come i film dei Marvel Studios ma un po’ di meno costretto e inquadrato rispetto ai film dei Marvel Studios.

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La tigre e il dragone 2

Considerando la regolarità con cui appaiono film di arti marziali sul catalogo statunitense di Netflix e l’attenzione che negli ultimi anni stanno dedicando al mercato cinese da Hollywood e dintorni, non c’è da stupirsi se nel primo gruppone di film targati Netflix c’è il seguito de La tigre e il dragone, primo vero grande successo mainstream occidentale più o meno inscrivibile nel filone wuxia. Del resto, fra i Netflix Originals dello scorso anno abbiamo visto la serie Marco Polo, ideata dallo stesso John Fusco – esperto di arti marziali e amichetto del cuore di Jet Li – che ha scritto per l’appunto anche La tigre e il dragone 2 (basandosi sull’ultimo romanzo della saga). E qui potremmo metterci un “purtroppo”, se non fosse che, onestamente, Fusco o non Fusco, non è che ci si potesse aspettare un capolavoro da un seguito arrivato sedici anni dopo l’originale e carico di quell’antico sapore da reunion tirata via nella speranza di far cassa.

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