La settimana a fumetti di giopep – 28/11/2009

Due settimane di fila, così poi non lo faccio più per due anni. Olé!

Manga
Naruto #45 ***
Che devo dire, che devo fare, ormai siamo nel limbo, in quella zona in cui è evidente che ha rotto le scatole ma sono ancora troppo affezionato ai personaggi e allo stile grafico e/o narrativo per darci un taglio. Ma insomma, è l’unico manga di ‘sto genere che ancora leggo, teniamocelo.

Pluto #4 ****
No, basta, questa roba non si può leggere un pochetto ogni tre mesi. Non ha veramente senso, ti perdi i pezzi per strada, spezzi completamente la tensione della detection, ti rimane solo il gusto per la splendida maniera nel raccontare e nel disegnare le cose (anche se, diciamocelo, con Urasawa cambia il tema ma sembra di legger sempre la stessa storia). Il problema è che non ce la faccio, quando esce il nuovo numero, a metterlo lì sullo scaffale, bello tranquillo, in attesa di averli in mano tutti e otto. Qualcuno mi dia una soluzione, io non so dove pescarla.

Marvel
Incognito ****
Questa cosa del “le sue solite robe, ma quanto sono belle” sta cominciando a diventare monotona. Ma insomma, Incognito quello è. Un noir più o meno superomistico cupo, sboccato, violento e con qualche ammiccamento sessuale non è esattamente materia densa d’originalità, di questi tempi. Però Brubaker riesce a dargli un taglio corrosivo e serio, senza risultare forzatamente serioso, ma anzi sapendo anche ridacchiare di se stesso. Se vi state chiedendo cosa significhi questa roba che ho scritto, sappiate che me lo sto chiedendo pure io. Un po’ Powers, un po’ Wanted, un po’ Sleeper, un po’ una roba per i fatti suoi, Incognito è strettamente figlio del suo autore, forse anche per questo limitato nel ricordare parecchio tante altre sue opere. Però, siam sempre lì: che bello!

Magneto: Testamento ****
Testamento racconta la terribile gioventù di un cattivone degli X-Men che Chris Claremont ebbe la bella intuizione di rielaborare come sofferente reduce da Auschwitz. La natura del protagonista sta giusto giusto negli occhi di chi legge, indottrinato dal titolo e capace eventualmente di cogliere la singola strizzata d’occhio ai poteri (il giavellotto) e a un altro personaggio noto (Magda). Fine. Per il resto, c’è un racconto solido, intenso, che non dice nulla di particolarmente nuovo sull’argomento ma racconta, bene, uno squarcio di storia attraverso lo sguardo di un giovane. Occhio: se cercate Maus, andatevi a leggere Maus, perché siamo lontani anni luce. Se cercate un bel fumetto scritto con gusto su un argomento delicato, potete rivolgervi anche a questo. Che fra l’altro contiene pure una breve storia di Joe Kubert e Neal Adams sulla vicenda di Dina Babbitt, hai detto niente. Mettiamola così: se anche solo dieci cretini americani sovrappeso l’hanno comprato convinti di leggersi una cazzatona di supereroi e anche uno solo fra di loro è rimasto colpito e interessato da quel che viene in realtà raccontato, oh, punti stima a Greg Pak. Sì, lo so, sono stupido e qualunquista.

Marvel Zombies #3: Carne e Metallo **
Divertimento di bassa lega, carne, sangue e comicità spicciola. Il filone Marvel Zombies non era partito male (del resto Robert Kirkman, mica pizza e fichi) e l’incrocio con Ultimate Fantastic Four, pure, era stato divertente. Poi si è cominciato a riproporre sempre la stessa storia, riscritta in maniera sempre più brutta, con apparizioni speciali a caso. Qua perlomeno si prova a fare qualcosa di diverso e il risultato è pure simpatico, ma insomma, se deve trasformarsi in una semplice roba di supereroi, solo mezzi morti, che senso ha?

Spider-Man & X-Men: I teenager più strani di tutti i tempi *
Non ho capito se l’intenzione fosse di creare una storia sullo stile sempliciotto dei bei tempi andati o se proprio questa miniserie è scritta da cani. L’impressione, però, è di una roba scritta da cani che ha come unico motivo d’interesse il ripercorrere in maniera superficiale alcuni eventi cardine nella storia dei personaggi coinvolti. Peccato, i disegni di Mario Alberti si meritavano qualcosa di meglio.

Altro
Locke & Key #1 ****
Che cos’è, Locke & Key? Boh? È un thriller? È un horror? È un racconto di formazione? No, hahaha, dai, racconto di formazione no, mi pare esagerato. Però, caspita, è una bestia strana, che ti tiene col fiato sospeso, che giocherella col misticismo, mette paura con il suo non farti capire una fava, si gioca le carte migliori ogni volta che torna coi piedi per terra e tiene incollati alla tavola con una regia e un ritmo strepitosi. Joe Hill, non so da dove tu sia uscito, ma resta fra noi, ti prego!

The Boys #4: Cose che fanno bene allo spirito ****
Periodicamente salta fuori il fumetto (o il film, via) che si bulla di avere un approccio in qualche modo realistico al tema dei supereroi. Watchmen ce li ha fatti vedere stanchi, panzoni, sanguinari e politicizzati. Con Marvels li abbiamo osservati attraverso l’occhio dell’uomo comune. Powers, Top Ten e tanti altri li hanno integrati nella società con un taglio hard boiled. Insomma, ognuno ha la sua. Garth Ennis, con The Boys, li trascina nel fango e li rende quindi molto più vicini a questo simpatico mondo di depravati, squallidi, egoisti, parodistici approfittatori in cui viviamo. Quello di chi vuole gli occhiali a raggi X per spiare sotto i vestiti della vicina gnocca. Quello di chi se fosse Superman rapinerebbe le banche. Quello di chi manda al potere, tramite regolari elezioni, texani rincoglioniti e unti dal signore. Quello, insomma. Il quarto volume interrompe un pochetto il filone della satira porchettara e del giochetto sugli stereotipi infilandoci un apparente sviluppo romantico. Occhio ad affezionarcisi, perché il rischio che si stia preparano un patatrac di quelli grossi mi sembra evidente.

Whiteout ***
Originale poliziesco ambientato a due passi da dove vedemmo per l’ultima volta R.J. MacReady, Whiteout si gioca le sue carte più con il graffiante tratto di Steve Lieber, la solida caratterizzazione delle due protagoniste e il fascino dell’ambientazione che con un intreccio investigativo francamente piuttosto prevedibile. Sarei curioso di guardarmi il recente film con Kate Beckinsale, ma da quel che leggo in giro mi sa che è più interessante cercare “Kate Beckinsale” su Google e sfogliare i risultati sotto la voce immagini.

Adesso mi leggo tutto Volto Nascosto. Fermatemi, vi prego. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: 30 Seconds – Therapy?. Cercavo disperatamente di digerire uno Steakhouse Burger menu medio (con coca e patatine).

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Capitalismo: Una storia d’amore

Capitalism: A Love Story (USA, 2009)
di Michael Moore
con Michael Moore e un po’ di altra gente

Mi sento un po’ scemo a parlare dello “stile” Michael Moore, del suo modo di girare, esprimersi e raccontare che è sempre lo stesso, sempre efficace allo stesso modo, sempre basato sugli stessi modi di fare e di dire, sempre con quello stesso pizzico di “scorrettezza” nel volerti far incazzare con la musichetta giusta sull’inquadratura giusta, nell’essere magari un pochino troppo furbetto sul suo spingere senza tregua la dimostrazione dell’assunto di partenza. Mi sento un po’ scemo più che altro perché ho visto solo Sicko e Capitalism, quindi magari sto parlando a vanvera. Eh, sì, lo so, lo so, niente Fahrenheit e niente Columbine. Ci ho provato, eh! Li avevo registrati entrambi su Sky. Ma poi mi si è brasato il decoder. Quindi, insomma, magari mi manca la visione d’insieme, però mi sembra comunque abbastanza evidente lo stampino, il modo di fare cinema (sì, perché questa roba, oltre che documentario, è palesemente cinema).

Ed è un bel modo di fare cinema, pur coi suoi limiti e i suoi alti e bassi. Moore non è Morgan Spurlock, parla semplice e chiaro ma non disdegna la citazione mirata e il riferimento colto. Ha qualcosa da dire e lo dice bene. Il suo meglio lo dà forse quando fa il Michael Moore macchietta, quando se ne va in giro a rompere le palle e a fare le domande con spirito bambinesco e ingenuotto, ma nel complesso mi sembra che l’obiettivo, più o meno, lo raggiunga sempre. Obiettivo che, chiariamolo, non è spiegare tutto a tutti sull’argomento in questione. Guardando Capitalism non ottieni una profonda conoscenza dei meccanismi che stanno dietro ai disastri commessi in nome del capitalismo. No, perché magari qualcuno ci crede pure.

Chiudiamo con una considerazione tutta personale – come se quanto scritto prima non lo fosse, tutto personale – sulla reazione viscerale di fronte al Michael Moore “scorretto” di cui si diceva. Guardando Sicko, sei ovviamente colpito allo stomaco da quelle assurde storie di gente lasciata a morire dagli assicuratori cattivi, ma un pochino, almeno un pochino, te ne senti distante, perché in fondo, oh, è uno schifo, ma succede agli americani, mica a noi. Guardando Capitalism, guardando gente sfrattata perché senza soldi, boh, istintivamente, un po’ lo sfintere ti si stringe. Perché se va a puttane l’economia iuessei, con tutti i se e tutti i ma opponibili, non è che nel resto del mondo ci sia troppo da rallegrarsi. No, dico, Tremonti.

Il film l’ho visto in lingua originale con sottotitoli in italiano al cinema Mexico di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Relativa, per quanto sia sempre affascinante ascoltare le variegate cadenze dell’America Bassa. I sottotitoli danno una mano, anche se pure l’ultimo dei provincialotti parla in maniera sorprendentemente chiara e comprensibile. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Sogna – Ritmo Tribale. Mentre scrivevo questo brutto post mi chiedevo se fosse il caso di andare a mangiare da Burger King.

Julie & Julia

Julie & Julia (USA, 2009)
di Nora Ephron
con Meryl Streep, Amy Adams, Stanley Tucci

In questo film ci sono Amy Adams e Meryl Streep, che sono bravissime, bellissime, bravissime, dolcissime, bravissime, adorabilissime, bravissime, fantastiche, spettacolari, incredibili. Due attrici della madonna. E c’è Stanley Tucci. E un paio di scarti del cast di 24 (beh, meglio qui che in Alien vs Predator 2). Ma soprattutto ci sono Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci. Che altro devo aggiungere? Guardatevelo, possibilmente in lingua originale, e finita lì.

Certo, se poi non ci fossero quelle tediose musichette in stile Nora Ephron, non ci fosse quel modo di scrivere i personaggi un po’ troppo Nora Ephron, non durasse mezz’ora di troppo per essere un film di Nora Ephron e soprattutto non fosse un film di Nora Ephron, beh, magari sarebbe anche un gran bel film, invece che un “ci sono Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci”. Però, caspita, resta il fatto che ci sono Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci.

Il film l’ho visto in lingua originale al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Purtroppo, il martedì sera all’Arcobaleno è pieno di maleducate teste di cazzo. Ma vai a sapere, magari sono maleducato io a chiamarle teste. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Ci sono Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Hot ‘n Cold – Katy Perry, che altro? Mentre scrivevo questo brutto post sgranocchiavo un dolcetto giapponese a forma di Stanley Tucci.

Motel Woodstock

Taking Woodstock (USA, 2009)
di Ang Lee
con Demetri Martin, Henry Goodman, Imelda Staunton, Emile Hirsch, Eugene Levy, Liev Schreiber

L’ultimo film di Ang Lee racconta la tre giorni di Woodstock senza far vedere, se non dalla totale distanza, un singolo minuto di concerto. Mostra il dettaglio dell’esperienza di Elliot Tiber, ingranaggio organizzativo casualmente fondamentale che non andò mai a piazzarsi sotto il palco. Ma nel farlo mette lo stesso splendidamente in scena Woodstock, o comunque una delle sue facce. È così. Ed è bello. Farsene una ragione o accomodarsi fuori dalle scatole, gentilmente, ché qui l’incapacità di capire, intendere e/o volere non è gradita. Il caro Ang (Lee per gli amici), che magari un po’ ‘sta rottura di maroni se l’aspettava, lo fa pure dire chiaro e tondo da Paul Dano nel suo adorabile cameo. O forse non lo dice Paul Dano e lo dice qualcun altro. Non lo so, non mi ricordo, ero assorbito dall’atmosfera del film. Probabilmente stavo sotto acidi pure io.

Ecco, Taking Woodstock magari è il film minore e vacanziero che sembra, ma non è un film piccolo nella misura in cui non può essere piccolo un film tanto bravo a far quel che si propone. Son contorto, ma è contorto il meccanismo: io a Woodstock non ci sono stato, anche perché nel 1969 avevo meno otto anni, ma caspita quanto si sente, si vive, si respira l’atmosfera di un festival rock in questo film. Forse per capirlo davvero è necessario non solo esserci stati, a una roba anche solo minimamente paragonabile a quella, ma pure averla vissuta a pieni polmoni e – soprattutto – averla amata. Il piacere puro di stare lì, di vivere quell’esperienza, Ang Lee me l’ha fatto rivivere seduto su un seggiolino al cinema. Roba che quando esci ti viene l’istinto di grattar via il fango dalle scarpe.

Il film l’ho visto in lingua originale al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Abbastanza, ché c’è tutto un gioioso modo di parlare inadattabile. Senza contare i genitori del protagonista, diamine. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Rebellion – Arcade Fire. L’ho mai detto che gli Arcade Fire sono strepitosi? Lo dico ora: sono strepitosi. Mattia, cazzo, Funeral dovevi almeno citarlo, qua. Mi raccomando nel 2007, eh! Mentre scrivevo questo brutto post sognavo di felafel e Kotobuki (e pure moussaka, dai).

King Dork

King Dork (USA, 2006)
di Frank Portman

La scorsa primavera ho letto questo romanzo di Frank Portman, leader di un gruppo punkettaro americano di cui non m’è mai fregato, ha continuato a non fregarmi e probabilmente non mi fregherà mai nulla. Il libro, però, è molto bello e un po’ mi spiace non averne mai parlato qua dentro. Ma è finito nel gorgo delle robe che mi son perso per strada in questi caotici mesi estivi.

L’altro giorno ne ha parlato Delu nel suo blog e io, in questo gioioso tourbillon di vicendevoli spippettamenti che è l’Internet del Web 2.0, ve lo segnalo. Delu dice più o meno quel che c’è da dire. Magari non dice esattamente quel che avrei detto io. Senza dubbio non lo dice bene come lo avrei detto io. Ma, insomma, bisogna anche sapersi accontentare.

Io Il giovane Holden – se volete sapere cosa c’entri leggetevi il post di Delu e non rompetemi le palle – l’ho letto sette anni fa, nell’edizione pubblicata in edicola dall’Espresso. Non mi diede fastidio come dà fastidio al giovane Tom, ma certo mi lasciò addosso quella stessa sensazione di “mbah, mbeh, mboh, meh”. L’odio e il fastidio, quelli no, ma credo sia una questione di contesto. Gli americani hanno Il giovane Holden, in Italia ai miei tempi c’erano Siddharta e L’arte di amare, adesso chissà che caspita c’è, nel club del “nodevitroppoleggerloguardamihacambiatolavitaèincredibile”. Troie. Tutte. Voi e la vostra cazzo di Smemoranda.

Il libro l’ho letto in lingua originale, nell’edizione cartonata di Delacorte. Non credo esista una versione italiana. E comunque imparate l’inglese, ignoranti. Nei miei ultimi due post non ho messo questa schifezza in corsivo, ma negli ultimi due giorni ho ascoltato praticamente solo Hot ‘n Cold di Katy Perry. Santoddio. Adesso invece sto ascoltando il nuovo album degli Stereophonics, che s’intitola Keep Calm & Carry On ed è di una noia mortale. Ho fame.

Zombiepep

Ok, da adesso faccio le cover story. Anche se non ho le cover. E pure le story scarseggiano. Comincio facile, comincio coi morti viventi, ché fra me e loro è storia d’amore dichiarata e conclamata. Ma soprattutto comincio facile linkando qua tutto quello che ho già scritto sull’argomento. Questo post sarà aggiornato ogni volta che aggiungerò qualcosa al riguardo. E lo linko lì in alto a destra, col bel pulsantino courtesy of Fotone. Ovviamente ho altro in cantiere. Arriverà, in maniera totalmente aperiodica e sconclusionata. O magari non arriverà, visto che su ‘sto blog fare promesse e non mantenerle è una costante e che comunque il punto era solo avere il rettangolino figo in alto a destra.

Film
28 giorni dopo
28 settimane dopo
Cockneys vs Zombies
Deadheads
L’alba – sigh – dei morti dementi (Shaun of the Dead)
[Rec]
Resident Evil: Extinction
The Battery
The Revenant
Warm Bodies
World War Z

Serie TV (e assimilabili)
Cargo
Fantasy Filmfest Shorts 2011
The Walking Dead – Stagione 1 (01, 02, 03, 04, 05, 06)
The Walking Dead – Stagione 2 (01, 02, 03, 04, 05, 06, 07, 08, 09, 10, 11, 12, 13)
The Walking Dead – Stagione 3 (01, 02, 03, 04, 05, 06, 07, 08, 09, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16)
The Walking Dead – Stagione 4 (01, 02, 03, 04, 05, 06, 07, 08, 09, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16)
The Walking Dead – Stagione 5 (01, 02, 03, 04, 05, 06, 07, 08, 09, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16)

Z Nation 01X01
Z Nation – Stagione 1

Fumetti
Crossed #1
Crossed #2
iZombie
Marvel Zombi #3: “Carne e metallo”
Marvel Zombi #4: “Figli della mezzanotte”
Rotten #1
Runaways #8: “Rock zombi”
Tag
The Walking Dead #7: “The Calm Before”
The Walking Dead #9: “Made To Suffer”
The Walking Dead #10: “What We Become”
The Walking Dead #11: “Fear the Hunters”
The Walking Dead #12: “Life Among Them”
The Walking Dead #13: “Too Far Gone”
The Walking Dead #14: “No Way Out”
Zombie Tales

Libri
Cell
La ragazza che sapeva troppo
Maneggiare con cura
Orgoglio e pregiudizio e zombie

Videogiochi
Dead Rising
Forbidden Siren (Ok, sto un po’ barando)
Forbidden Siren 2 (Ok, sto un po’ barando 2)

La settimana a fumetti di giopep – 17/11/2009

A un anno dall’ultima volta, non a caso come allora sull’onda della gita a Lucca Comics (& Games), ci riprovo con La settimana a fumetti (di giopep). Vediamo un po’.

Manga
I saggi a fumetti di Mitsuru Adachi *
Una porcheria venduta con la scusa del nome appiccicato sopra. E io ci sono cascato in pieno. Roba totalmente inutile. Lasciate perdere, sul serio.

Cross Game #10 ****
Katsu #7 ****
Questi non vale neanche la pena commentarli, perché tanto poi finisco per dire sempre le stesse cose. Adachi è un grande, un grandissimo, sa quello che deve fare, lo fa come meglio non si potrebbe e porta a casa la pagnotta in una maniera adorabile. Uno di quei casi un po’ strani di gente allo stesso tempo sopravvalutata e sottovalutata. Leggerlo è sempre un piacere totale, quel gusto di sapere alla perfezione cosa ti aspetta e non stancarti mai di trovarlo, preciso, perfetto, a puntino. Poi magari ogni tanto ti stupisce anche, ti ci mette la sorpresa, e allora davvero non puoi che volergli bene. Avercene, di gente che fa “sempre la stessa roba” in questo modo qua.

Marvel
Ultimatum *
Ultimatum è il perfetto esempio di tutto quello che è sbagliato in ‘sti maledetti eventi, crossover, superappuntamenti annuali. C’è un’idea, uno spunto, un soggetto magari anche interessante, con del gran potenziale, magari pure preparato bene nei mesi con cenni sparsi qua e la, e c’è il totale disinteresse a tirarne fuori una storia bella, solida, scritta come si deve, appassionante. È stato così per tutte le robe simili recenti che ho letto prima di darci un taglio qualche tempo fa, è così anche in questo caso.

Ultimatum, la miniserie, fa pena. Sono interessanti le cose che accadono, ma sono raccontate male, in maniera frammentata, scritte coi piedi, senza pathos, senza coinvolgimento. L’unico obiettivo e far succedere le cose, mettere in piedi un repulisti e preparare quel che segue. Come ci si arriva? Ma chissenefrega!

Ultimatum è talmente mediocre da far sembrare quasi belle le storie collegate di Ultimate X-Men. Con quelle di Ultimate Fantastic Four non ce la fa, e amen, ma con gli X-Men quasi ci riesce. Poi, al solito, qualcosa di buono ne viene fuori, e Bendis si conferma il grande sceneggiatore che è partorendo qualche pagina di gran fumetto su Ultimate Spider-Man, ma insomma, eh, ormai ci ha abituati talmente bene che ce lo aspettiamo come minimo sindacale.

Ultimatum è il motivo per cui dopo quasi vent’anni ho smesso di comprare in blocco le serie regolari Marvel e DC: mi piace seguire come si evolve il mondo, la visione d’insieme, gli avvenimenti, i fatti, ma mi sono rotto i coglioni di dover leggere merda per poterlo fare. Mi manca? Un pochino. Mi spiace non leggere più alcune singole serie davvero di gran qualità? Sì. Ma non importa, perché questa gente non si merita i miei soldi e il mio tempo. E infatti mi sa che è giunto il momento di darci un taglio anche con la linea Ultimate, a meno che gli sviluppi sull’immediato non mi sorprendano.

Altro
Gli archivi di Nexus #1 ****
Il fantasupereroe comunista! Poteri mentali e raggi spaziali contro il capitalismo cattivo! Con metodi un po’ fascisti, così, per frullare tutto. Gli albori di un comic indipendente che a modo suo è entrato nella storia del fumetto e che, bisogna pure un po’ dirlo, mostra davvero tutti gli anni appoggiati sulle sue solide spalle. C’è però del gran potenziale, son curioso di vedere dove va a parare (sì, lo so che ne sono già usciti altri due, ma io a Lucca ho comprato solo il primo, va bene?).

Teenage Mutant Ninja Turtles #1 ***
Tanti anni fa vennero pubblicati in Italia una manciata di numeri del fumetto “vero” delle Ninja Turtles, quello di Kevin Eastman e Peter Laird. Se non sbaglio fu Granata Press a farlo. Potrei andare a cercare gli albetti in salotto, ma insomma, chissenefrega. Ricordo che all’epoca si diceva che si trattava di una roba completamente diversa dalle Turtles dei cartoni animati: più adulta, più violenta, più interessante. Adesso esce questa riedizione in sei pratici volumetti, firmata 001 Edizioni. Se la memoria non mi tradisce, nel primo volume ci sono tutte storie già uscite a suo tempo per Granata. E come sono? Beh, affascinanti, a modo loro. Lo stile è estremamente grezzo, ruvido, da fumetto indie di quei tempi. C’è della violenza e i toni non sono certo quelli bambineschi con la sigla “NIIINGIAAAAA”. Però, da qui a definirlo fumetto adulto o maturo, ce ne passa. Piacevole? Sì. Interessante, soprattutto per capire dove sono nate tutte quelle idee poi trasformatesi in giocattoli stampasoldi? Assai. Imprescindibile? Ma anche no. Però, insomma, vediamo anche un attimo come si sviluppa col tempo. Se ci si riesce, questa volta.

The Surrogates ****
Fra qualche tempo arriverà anche in Italia il sicuramente mediocre film di Jonathan Mostow che, insomma, è un po’ il regista che sappiamo. Oddio, alla fine è uno che fa le cose su commissione e svolge il compitino, non è neanche disprezzabile, ma Terminator 3 mi vien difficile da perdonare. Comunque, do per scontato che The Surrogates, il film, oltre ai giusti e benvenuti rimestamenti d’adattamento, oltre all’idea di partenza che già comincia bene nel tradire lo spirito originale (un “cattivo” che vuole solo lanciare un messaggio diventa un cattivo, senza virgolette, che per lanciare un messaggio ammazza la gente), oltre agli inevitabili tagli sulla descrizione di un mondo futuro, abbia proprio poca speranza di essere meritevole. Perché, appunto, eh, Mostow, mica chissacchì. Io, comunque, The Surrogates, il fumetto, ve lo segnalo. Ché prende una bella idea (un mondo futuro in cui la gente se ne sta chiusa in casa e manda in giro al suo posto delle specie di replicanti controllati in remoto), la sviluppa benissimo, ne trae fuori non poche riflessioni e condisce il tutto con un po’ di sana detection. Non magari un capolavoro massimo del fumetto mondiale, ma intrigante, divertente e ben sviluppato. E meglio del film, ne sono sicuro.

Se grazie a questo post vi sentite stimolati e/o invitati a leggere qualcosa che non conoscevate, beh, ditemelo, che mi sento realizzato. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Sam’s Town – The Killers. Stavo digerendo un’insalata dell’Esselunga con funghi champignon e noci.

Alien vs Predator 2

Alien vs Predator: Requiem (USA, 2007)
di Colin e Greg Strause
con Steven Pasquale, Reiko Aylesworth, John Ortiz, Johnny Lewis, Ariel Gade, Kristen Hager

AVP2 comincia esattamente dove finiva AVP: con il neonato ibrido fra Predator e Alien che si desta e pianta su un casino pazzesco, macellando i due Predator sopravvissuti e facendo precipitare l’astronave sul pianeta Terra, nei pressi di Gunnison, Colorado. L’ibrido comincia quindi a smacellare qualsiasi cosa gli passi davanti, mentre i suoi fidi alienetti fecondano tutto il fecondabile. Nel frattempo, da qualche parte nell’universo, il Predator più cazzuto del creato viene a conoscenza dei fatti, salta sulla sua station wagon e si dirige verso la Terra per sistemare le cose, massacrare tutti gli Alien che trova e cancellarne le tracce con una specie di soluzione caramellosa blu che corrode tutto quello che tocca (e anche un po’ di quello che non tocca). Presi nel mezzo, gli abitanti di Gunnison si vedono costretti a mettere da parte le loro squallide storie di ordinaria americanità per tentare di sopravvivere alla rissa aliena. Fallendo quasi tutti.

La cosa più divertente di questo film è che in questo film non c’è nulla di divertente. Al limite, fa ridere il senso di totale caos e abbandono per una sceneggiatura il cui unico filo conduttore sembra essere il delirio. Succedono quasi solo cose a caso, tenute insieme dal vero motore dietro alle vicende: sbattere su schermo una lunga sequenza di citazioni da ogni stereotipo e ogni momento “cool” possibile e immaginabile tratto dalle due saghe. Si comincia coi font del titolo e si finisce con la musica sull’esplosione dell’atomica e l’apparizione di miss Yutani. Nel mezzo non succede nulla di anche solo vagamente emozionante o divertente: solo strizzatine d’occhio, sbudellamenti a caso e pochezza cinematografica. Alla faccia di un fesso – non faccio nomi – che si era esaltato perché nel trailer si vedeva tanto sangue. Come se il bello di Alien e Predator stesse nel sangue.

Ah, sì, per quanto mi riguarda AVP2 è decisamente peggio del primo episodio. Lì perlomeno c’erano una battuta simpatica di Raoul Bova e la bella immagine dello scudo fatto con la testa d’alieno. Capito? AVP2 è peggio di un film in cui fra le cose migliori c’è una battuta di Raoul Bova.

Il film l’ho visto in lingua originale su Sky Cinema HD. Trattandosi di film VM18, la versione trasmessa da Sky è un po’ censurata, fra l’altro in maniera abbastanza evidente e grossolana. Da bravo nerd sono andato a controllare coi potenti mezzi dell’Internet le scene che mi erano parse “strane” e ho trovato conferma ai miei dubbi. Manca qualche secondo sanguinario sulla nascita dei primi alieni, sulla morte della barbona e sul ritrovamento del poliziotto appeso (che proprio non si vede). Ma soprattutto manca per intero la scena del parto, effettivamente un po’ priva di gusto. Certo, levarla fa abbastanza perdere di senso alle due precedenti apparizioni del personaggio “coinvolto”, senza contare che quella scena giustifica il numero di alieni presenti nell’ospedale (e io che per mezz’ora ho creduto fosse un buco di sceneggiatura, pensa te!). Ma d’altronde non si può mica pretendere che chi censura cerchi anche di farlo con criterio, no? Importanza di guardare questo film in lingua originale? Direi nessuna. Tanto qui mica c’è Raoul Bova. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Take, Take, Take – The White Stripes. Stavo digerendo dei simpatici culurgionis.