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The Great Wall

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The Great Wall segna probabilmente un nuovo passo nella sempre più forte storia d’amore fra Hollywood e la Cina, una storia d’amore che fino a oggi ci ha regalato grosse coproduzioni con star cinesi e sottoproduzioni con attori americani di secondo, terzo, quarto e dodicesimo piano impegnati a recitare all’ombra della muraglia. Qui, però, se non mi sfugge niente, forse per la prima volta si mira così alto a livello di nomi coinvolti per strizzare brutalmente l’occhio anche al pubblico occidentale. Sui cartelloni, infatti, c’è Matt Damon, che il suo bello star power continua ad avercelo in tutto il mondo. A circondarlo, un cast di nomi orientali dal peso non indifferente (Andy Lau forse il più riconoscibile da queste parti), con Willem Dafoe nel classico ruolo minore per pagarsi la rata del mutuo e un paio di altri caratteristi per far numero. Alla regia Zhang Yimou, per la prima volta alle prese con un film recitato in lingua inglese e talmente interessato alla faccenda che il pilota automatico sembra averlo inserito sei mesi prima di iniziare le riprese.  E il sapore è quello del film studiato interamente a tavolino, messo assieme seguendo il manuale per fare il compitino pulito e preciso.

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Infernal Affairs – La trilogia


Infernal Affairs
Mou gaan dou (Hong Kong, 2002)
di Andrew Lau e Alan Mak
con Andy Lau, Tony Leung, Anthony Wong, Eric Tsang, Kelly Chen, Sammi Cheng, Chapman To

Il primo Infernal Affairs nasce, a quanto leggo, come una specie di mega progetto “all stars”, cui partecipano alcuni fra i più famosi attori di Hong Kong. E in effetti guardandolo ho riconosciuto parecchie facce, fra l’altro una più bella dell’altra. Andy Lau, Tony Leung, Anthony Wong, Eric Tsang, meravigliosi volti che rappresentano un po’ tutti gli stereotipi possibili della “cinesitudine” e si infilano alla grande in questo splendido poliziesco, cupo, teso, emozionante e disperato. Inoltre, per il piacere di chi guardava il film assieme a me, almeno un paio sono anche dei gran bei manzi.

Infernal Affairs, grazie a Scorsese ormai lo sanno anche i sassi, racconta di due uomini che da anni vivono la vita dell’infiltrato, uno nella mafia di Hong Kong, l’altro nella polizia. Il primo, Yan, spedito a mimetizzarsi fra mafiosi e teppisti dall’adorabile sovrintendente Wong, vive il dramma di ritrovarsi sempre più trascinato in un delirio di violenza e crudeltà, non proprio lo scenario che si immaginava al momento di entrare in accademia. Il secondo, Lau, mafiosetto spedito dal gangster Sam a far la talpa nel distretto di polizia, sta pian piano sviluppando il desiderio di ripulirsi la coscienza e rifarsi una vita abbracciando fino in fondo la carriera di tutore dell’ordine.

Ovviamente le loro strade si incrociano, nella maniera più devastante e drammatica che sia possibile immaginare. Dopo una serie di piccoli ed evocativi prologhi incrociati, il film esplode letteralmente su una sequenza strepitosa, che vede la polizia impegnata nel tentativo di bloccare un’operazione di narcotraffico. Mentre Yan, presente sul luogo della transazione, comunica alla polizia gli estremi dell’operazione tramite codice morse, Lau, che fa parte della squadra impegnata sul caso, sabota i suoi compagni poliziotti inviando di nascosto messaggi al cellulare del capomafia Sam. Un incrocio convulso e coinvolgente, orchestrato in maniera meravigliosa e che fa subito salire la tensione alle stelle.

Da qui il film procede sui classici binari ipermelodrammatici di un certo cinema di genere orientale, senza però uscire praticamente mai dal seminato, senza raggiungere quegli eccessi stilistici e iper-moralistici che caratterizzano molti suoi “colleghi”. Anzi, al contrario, Infernal Affairs si rivela estramente misurato in tutte le sue componenti, capace di cambiare registro e alternare dramma, umorismo, thrilling, romance in maniera assolutamente fluida, senza allentare la tensione neanche per un attimo.

La sceneggiatura stupisce con stravolgimenti improvvisi e appassiona per la maestria con cui costruisce la tensione, lavorando soprattutto su personaggi caratterizzati benissimo (a parte forse la psicologa, un po’ tirata via) e graziati da interpreti a dir poco favolosi. La regia, pur affascinante ed evocativa, rinuncia a quei virtuosismi per i quali il cinema di Hong Kong, perlomeno quello più sdoganato in Occidente, è diventato famoso e anzi si limita a un crudo e freddo realismo. Insomma, tutto funziona a meraviglia e stupisce per come un’idea tutto sommato semplice semplice riesca a risultare tanto efficace.

Quel confronto finale sul tetto, poi, freddo, asciutto, quasi minimalista, ma allo stesso tempo dalla stordente potenza evocativa, chiude tutto come meglio non si potrebbe. Tira meravigliosamente le fila di una storia drammatica, amara, triste e a modo suo ironica, che lascia in bocca un gusto amarognolo difficile da lavare via. Infernal Affairs magari non sarà un capolavoro, ma è cinema davvero potente.


Infernal Affairs II
Mou gaan dou II (Hong Kong/Cina, 2003)
di Andrew Lau e Alan Mak
con Edison Chen, Shawn Yue, Anthony Wong, Eric Tsang, Francis Ng, Carina Lau, Chapman To

Nel dare un seguito al clamoroso successo del primo film, Lau e Mak scelgono di girare due pellicole che si integrino con la precedente, creando un unico grande affresco narrativo, capace di raccontare l’inferno infinito vissuto dai suoi personaggi. Infernal Affairs II racconta un lungo antefatto agli eventi del primo film, mette in scena la gioventù di Yan e Lau, la vecchia amicizia fra Wong e Sam e tutta una serie di avvenimenti che porteranno poi ai fatti già noti e getteranno nuova luce sui vari protagonisti.

Si tratta di un film molto diverso, che abbandona quasi del tutto i toni tesi ed esasperati del precedente e racconta un lancinante melodramma, fatto di amicizie destinate alla distruzione, di amori impossibili e desideri inconfessabili, di persone alla ricerca di una redenzione e una purificazione che non potranno mai ottenere. Ma soprattutto è un film letteralmente strabordante di informazioni, avvenimenti, dettagli, tanto che i primi minuti, vuoi anche per certe “distanze” culturali, sono un po’ complessi da seguire.

D’altra parte Lau e Mak non solo raccontano una storia complicata, ma la sfruttano per ampliare gli orizzonti del primo film, donando ai vari personaggi tratti inattesi, regalando loro un passato complesso e drammatico, che permette di osservare sotto una luce diversa e ancor più affascinante le relazioni che li legano. I veri protagonisti, comunque, non sono le talpe Yan e Lau, le cui figure escono comunque approfondite e dotate di tratti e caratteristiche insospettabili, ma un fantastico tris di attori, due dei quali “ereditati”.

Anthony Wong, Eric Tsang e il “nuovo” Francis Ng regalano delle prove incredibili, dominano la scena con la loro sola presenza e interpretano in maniera eccellente e credibile personaggi cui, obiettivamente, sarebbe bastato davvero poco per scivolare nel ridicolo. Il ruolo interpretato da Francis Ng, fra l’altro, richiama inevitabilmente alla memoria il Michael Corleone de Il padrino, amato e rispettato da collaboratori e familiari, oltre che intenzionato a ripulirsi dalle sue attività criminali. E il parallelo con l’opera di Coppola, realmente limpido – e immagino voluto – anche nella messa in scena di certe sequenze e, a tratti, perfino nelle musiche, non appesantisce particolarmente un film che sì omaggia, ma riesce anche a mantenere una sua forte e precisa identità.

Seguito atipico sia per la collocazione temporale, sia per la sua natura quasi sprezzantemente distante dall’originale, Infernal Affairs II rende francamente complesso e superfluo un confronto fra i due. Articolato, stratificato, fatica un po’ a ingranare e trovare un suo ritmo e dà il suo meglio nella seconda parte, quando tira piano piano le fila di tutti i discorsi e illustra memorabili confronti fra i suoi protagonisti. Splendidamente realizzato e interessantissimo tassello di una saga affascinante, perde la violenta irruenza del primo episodio e non raggiunge forse quei livelli di sintesi, ma rimane un gran film.

Infernal Affairs III
Mou gaan dou III
(Hong Kong/Cina, 2003)
di Andrew Lau e Alan Mak

con Andy Lau, Tony Leung, Leon Lai, Kelly Chen, Daoming Chen, Eric Tsang, Anthony Wong, Chapman To

Col terzo episodio della saga Lau e Mak rimescolano ancora le carte e, pur mantenendosi ovviamente sui binari del poliziesco, tirano fuori un intenso dramma psicologico, abilmente giocato sulle storie parallele, speculari e distaccate nel tempo di Yan e Lau. Del primo racconta la “simulata” carriera criminale, la drammatica discesa verso una separazione d’identità quasi schizofrenica, l’inevitabile avvicinarsi di un terrificante destino. Del secondo mette in scena l’agonizzante senso di colpa, la disperata voglia di redenzione e riscatto, l’isterica lotta nel tentativo di fuggire dalla propria coscienza.

Per fare questo i due registi sfruttano una scansione temporale spezzettata, muovendosi continuamente prima e dopo gli eventi narrati in Infernal Affairs, costruendovi attorno un nuovo affascinante intreccio poliziesco e dipingendo un melodramma dai toni questa volta davvero lacinanti. Approfondirne gli sviluppi sarebbe necessario per descriverne le qualità, ma criminale nei confronti di chi legge e non l’ha ancora visto. Basti sapere che ne esce un film notevolissimo, tutto giocato sul dramma umano dei suoi personaggi, ancora una volta tratteggiati e caratterizzati come meglio non si potrebbe, oltre che interpretati da attori di livello assoluto.

Il continuo utilizzo dei flashback è spettacolare e azzeccatissimo, i salti temporali funzionano a meraviglia e tracciano alla perfezione il parallelo fra i personaggi, impreziosendo entrambe le storie raccontante e giungendo a un culmine dalle emozioni fortissime. E, ancora una volta, quell’immagine finale così amara, dolce e malinconica, lascia addosso un fastidioso senso di malessere.