Archivi tag: Paul Giamatti

Morgan

Morgan segna l’esordio di Luke Scott, arrivato da una gavetta da assistente e seconda unità anche sui set del padre, che di nome fa Ridley, qui per altro presente in veste di produttore. Sperare in un esordio paragonabile ai primi passi di papà era forse troppo, ma qui siamo proprio a galassie di distanza e dei film di babbo Ridley si ritrova al massimo qualche omaggio, qualche tentativo maldestro di replicare lampi di stile e tematiche. Morgan è un brutto horror/action di serie B, che parte da un soggetto non particolarmente originale, avrebbe comunque il potenziale per diventare una specie di versione più viscerale, emotiva e sentimentale di Ex Machina ma riesce solo a diventare una scemenza neanche troppo divertente.

Continua a leggere Morgan

Annunci

Love & Mercy

Love & Mercy racconta la storia di due Brian Wilson. Il giovane leader dei Beach Boys, creativo preda della sua frenesia mentale e di un’ambizione smisurata, e l’uomo di mezz’età che cerca di sfuggire ai problemi mentali e dal deleterio rapporto di dipendenza instaurato con lo psicologo Eugene Landy (interpretato da un Paul Giamatti che, fra Straight Outta Compton e questo film, è ormai uomo di riferimento per il personaggio fangoso dei biopic a sfondo musicale). A interpretare i due volti del protagonista ci pensano Paul Dano e John Cusack, entrambi ottimi, efficaci, coinvolgenti e in parte, per quanto il più giovane dei due sia assecondato da un film più interessante.

Continua a leggere Love & Mercy

Straight Outta Compton

Straight Outta Compton (USA, 2015)
di F. Gary Gray
con O’Shea Jackson Jr., Corey Hawkins, Jason Mitchell, Paul Giamatti

Straight Outta Compton racconta la storia degli N.W.A., il supergruppo di rapper californiani usciti, per l’appunto, da Compton, in California, che fra il 1986 e il 1991 trasformò il gangsta rap in un fenomeno di massa. Si concentra prevalentemente sulle tre figure più famose e influenti, Dr. Dre, Ice Cube e Eazy-E, raccontandone le fatiche dei primi anni, l’ascesa al successo e i successivi, inevitabili problemi, ma anche l’incredibile influenza e importanza che continuarono ad avere dopo lo scioglimento, fino a oggi stesso. È un biopic piuttosto classico, che utilizza tutti i cliché del filone a tema musicale, declinandoli con discreto mestiere per raccontare l’argomento e mettere sul piatto gli inevitabili paralleli fra allora e oggi, fondamentali nel raccontare di artisti la cui musica era quasi interamente basata su temi razziali e sociali che nel frattempo non sono esattamente passati d’attualità. Anzi.

Continua a leggere Straight Outta Compton

Lady in the Water

Lady in the Water (USA, 2006)
di M. Night Shyamalan
con Paul Giamatti, Bryce Dallas Howard, M. Night Shyamalan

M. Night Shyamalan è un signor regista. Su questo continuo a non avere dubbi, nonostante già The Village mi avesse lasciato con l’amaro in bocca e questo Lady in the Water, lo dico subito, mi sia piaciuto ancora meno. È uno che sa cosa fare con la macchina da presa, che la utilizza come pochi altri, dando ad ogni film una forte e riconoscibile impronta d’autore e rendendo ogni immagine un vero piacere per gli occhi. Non solo, le sue pellicole hanno il pregio di presentare diversi livelli di lettura, di soddisfare sia sul piano più immediato, quello della narrazione pura, sia chi cerca opere profonde, personali, cariche di simboli e significati.

Il problema, perlomeno il mio problema, è che tutto questo ha con me funzionato alla grande solo coi suoi “primi” tre film. Il sesto senso, Unbreakable e Signs erano tre splendidi esempi di affascinanti specchietti per le allodole, schiaffati sotto il naso dello spettatore per raccontare in realtà altro. Fantasmi, supereroi, alieni, presupposti flebili e deliranti, raccontati in maniera splendida, credibile e appassionante, ma allo stesso tempo pretesti tramite i quali raccontare la visione del mondo che il loro autore ha.

Ma, se già con The Village si era rotto qualcosa, nel fino a quel momento splendido rapporto fra me e l’indiano, con Lady in the Water la nostra relazione è proprio andata a puttane. Perché nel suo ultimo film, personale, ricco, curato e “caricato” come e forse più di tutti i precedenti, per ampi tratti davvero splendido da guardare e studiare in ogni dettaglio, è mancato per me del tutto il coinvolgimento emotivo.

C’è chi dice che sia perché sono fuori target, perché Lady in the Water, perlomeno nelle sue vesti di semplice racconto, è una favola, e in quanto tale non a me si rivolge. Può essere, però allora mi chiedo come sia possibile che, solo una settimana dopo la visione del film di Shyamalan, Il gigante di ferro, che più favoletta non si può, sia riuscito a farmi venire le lacrime agli occhi per l’emozione, mentre delle vicende di questa anoressica sirena rossiccia non me ne fregava sostanzialmente una beata fava.

Il problema, poi, è che in Lady in the Water ho visto cose che non mi sono piaciute al di là del semplice mancato trasporto per una storia che, per carità, nelle intenzioni è e rimane indubbiamente una leggera e sognante fiaba. Per esempio il personaggio del critico, forse un po’ grossolano, posticcio, degno più di un Wes Craven, che di un autore generalmente un filo più sottile, nelle sue allusioni. E gli effetti speciali, grezzi, piatti, capaci di rovinare idee folgoranti come gli occhi nell’erba con creature che, francamente, lasciano rattristati per la loro gommosa sciattezza.

E poi il twist, l’immancabile sorpresa, che qui, invece di rappresentare, come in tutti i film precedenti, un improvviso e – per quanto ampiamente annunciato – stravolgente cambio di prospettiva, si diluisce in tanti piccoli “ribaltoni”, che mutano continuamente le convinzioni dei protagonisti. Ed è se vogliamo anche questo, a togliere potenza al racconto, perché dopo un po’ il trucco diventa abbastanza prevedibile.

Ora, io non so se tutto questo mancato innamoramento per il film sia un problema mio, o se invece l’abbandono dell’intensità emotiva e narrativa che caratterizzava i suoi precedenti film fosse nelle intenzioni di Shyamalan (anche se quella lunga e didascalica sequenza introduttiva, così perfetta nel togliere qualsiasi parvenza di magia e mistero al racconto, col senno di poi pare quasi una dichiarazione d’intenti). Ma comunque la si voglia leggere, si tratta di una colpa che mi rende Lady in the Water estremamente antipatico. Interessante, bello da vedere, ma troppo freddo, “teorizzato”, asettico. Perlomeno ai miei occhi.