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First Man – Il primo uomo

La chiave di First Man sta nella natura del suo protagonista e nella sua ricerca disperata di un modo per lasciarsi alle spalle un lutto senza senso. È la storia di Neil Armstrong o, meglio, della spedizione che l’ha portato ad essere il primo uomo sulla Luna o, meglio ancora, del viaggio, interiore e letterale, che ha dovuto affrontare per elaborare una perdita tremenda. Sta tutto lì. La narrazione “a tunnel”, talmente incentrata su Armstrong che finisce per trasformare tutti gli altri personaggi in macchiette, tenute in piedi da un branco di grandi caratteristi. La traccia emotiva del film, che parte da quel lutto per raccontare di una persona lanciata interamente verso un singolo obiettivo, ma non per pura ambizione, più per la ricerca di qualcosa che non trova dentro di sé, di un modo folle per colmare un buco incolmabile. Le scelte registiche, che si focalizzano sul tormento del protagonista per traballare con la macchina da presa in spalla fino all’improvvisa liberazione finale, al placido passeggiare nel deserto lunare. Il mostrare (quasi) sempre tutto da dentro, da dentro Armstrong, da dentro i suoi veicoli, da dentro i suoi razzi, ignorando quel che avviene là fuori o comunque spingendolo sullo sfondo. È un film coi paraocchi, lanciato nel tunnel, diretto verso il suo obiettivo e per nulla disposto a rallentare o guardarsi attorno, tanto quanto il proprio protagonista che, anzi, quando si concede di farlo, viene punito e preso a schiaffi.

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Justice League

Le cose inaspettate. Justice League è riuscito, per brevi attimi, a titillarmi quello spirito da bimbo nerd che si gasa davanti ai supereroi che fanno cose sul grande schermo. È una sensazione che ho menzionato varie volte nelle mie chiacchierate per iscritto, durante questi anni di gente che si mena in pigiama al cinema, ma che negli ultimi tempi di overdose, assuefazione e placida abitudine, si era persa come lacrime nella pioggia. E invece, chissà come mai, su quell’ingresso in scena di Wonder Woman che sgomina i terroristi, con Gal Gadot che si muove potente, divina, velocissima, parando proiettili coi polsini come neanche Lynda Carter poteva sognarsi di fare, m’ha colto il brividino. Mi sono proprio gasato. Certo, è stato l’unico momento capace di colpirmi in questa maniera, nonostante – vado a spanne – un’oretta delle due che compongono il film sia dedicata alle scazzottate superpotenti, ma insomma, meglio che niente. E, in questo senso, quello del gasamento “basso”, sensoriale, stupido e incontrollabile, tocca dedicare una menzione d’onore a Danny Elfman, che non butta completamente nel cesso il lavoro fatto da Hans Zimmer e Rupert Gregson-Williams nei film precedenti ma firma coi guanti da forno (campane in ogni dove!) e infila il suo vecchio tema di Batman ogni volta che può (e omaggia anche il Superman di John Williams, seppur in maniera molto timida). Che cicci.

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Munich


Munich (USA, 2005)
di Steven Spielberg
con Eric Bana, Daniel Craig, Ciaran Hinds, Mathieu Kassovitz, Hanns Zischler, Geoffrey Rush

4 settembre 1972, Monaco di Baviera, la ventesima edizione delle Olimpiadi estive si sta avviando alla conclusione. Il nuotatore americano Mark Spitz conquista la sua settima medaglia d’oro in pochi giorni, stabilendo un record semplicemente pazzesco e ancora oggi irripetuto. Dopo il termine dei Giochi, a soli 22 anni, si ritirerà dalle competizioni. Ma quella sarà l’ultima partecipazione alle Olimpiadi anche per undici atleti israeliani. Il 5 settembre un commando palestinese dell’organizzazione Settembre Nero fa irruzione nel villaggio olimpico e prende in ostaggio gli undici uomini, uccidendone subito due. Le loro richieste non vengono accolte e, anzi, le autorità tedesche tendono un agguato ai terroristi, che reagiscono uccidendo tutti gli ostaggi. I servizi segreti israeliani reagiscono dando la caccia agli undici palestinesi coinvolti nell’operazione, col solo obiettivo di ucciderli, per ottenere vendetta e dare dimostrazione di forza. O, almeno, questo è ciò che viene raccontato agli esecutori delle condanne…

Ennesimo esempio della poetica cerhiobottista spielberghiana, Munich racconta i fatti in maniera solida e appassionante, volando sulla superficie delle cose e cercando di mantenere una posizione al di sopra delle parti. Il punto di vista è quello di Avner e dei suoi compagni, ma non può mancare l’immagine del commando terroristico avversario, che ci mostra – con una soluzione spesso usata da Spielberg – un nemico non “malvagio” in senso stretto, ma solo dall’altro lato della barricata. E allora Steven si lava la coscienza, sottolineando come non ci siano buoni e cattivi, e che le azioni di tutti i coinvolti sappiano essere brutte e puzzone. Oltre al confronto fra le due “bande di terroristi”, fin troppo esplicito in questo senso l’utilizzo del flashback sull’attentato al villaggio olimpico, spezzettato e diluito nell’arco di tutta la pellicola, estratto dal cilindro in maniera episodica, ogni volta che le azioni dei protagonisti cominciano a sembrare troppo sopra le righe e bisogna ricordarne la causa scatenante. Munich, inoltre, non sembra avere pretese di divulgazione, non approfondisce i fatti con piglio documentaristico e offre ben poche nozioni a chi degli avvenimenti sapeva poco o nulla.

Ma per fare grande cinema non è necessario sbandierare il miraggio dell’aderenza ai fatti reali, prendere forti posizioni politiche, approfondire tematiche scottanti. Basta, beh, fare grande cinema! E Spielberg, come suo solito, lo fa. Come già accadeva ne La guerra dei mondi, una buona metà di film è un perfetto esercizio di suspence, magistrale tanto nella sceneggiatura, quanto nella conduzione della macchina da presa. I primi due omicidi sono costruiti alla perfezione e il quasi catastrofico esito del secondo è da mozzare il fiato. Al contrario del suo precedente film, però, qui Spielberg, pur accusando qualche calo di tensione, tiene ben salde le redini del racconto e conduce lo spettatore fino all’amaro finale. Eccellente anche lo sviluppo dei personaggi, che partono quasi come ironica famigliola modello Mulino Bianco, pronti a svolgere il loro compito nel nome del bene, e piano piano si trasformano in bestie, abbandonandosi a squallidi atti di rabbia e finendo, nell’ultima, fallimentare, missione, per ridursi sullo stesso piano dei peggiori terroristi. Contribuiscono senza dubbio alla riuscita le eccellenti prove degli attori, dal sempre ottimo Eric Bana, al neo Bond Daniel Craig, passando per un sorprendente Ciaran Hinds.

Triste, snob, ma inevitabile nota finale per il doppiaggio. Se perdere per strada la babele di accenti e cadenze che caratterizza l’originale è comprensibile, vedere un cane infame e inascoltabile come Claudio Santamaria sempre più lanciato anche nel mondo dei doppiatori è inaccettabile. Il suo agghiacciante lavoro sul personaggio di Eric Bana fa bella coppia assieme all’interpretazione di Edoardo Ponti e ce la mette tutta per rovinare un doppiaggio altrimenti valido. Peccato.