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Pacific Rim: La rivolta

Allora, mettiamo le cose in chiaro dalla prima riga: a me Pacific Rim piacque senza molti se o ma. Non è che non riconosca il senso (di almeno parte) delle critiche che gli vennero rivolte, è che le condividevo solo in parte e, soprattutto, trovavo troppo forte tutto quello che funzionava. Ne ho scritto in abbondanza a suo tempo e, fra l’altro, mi sono appena riletto quel vecchio post, ritrovandoci le sensazioni che ricordavo, ricordandomi di cose bellissime che mi ero dimenticato e confermando il problema che ho avuto con Pacific Rim: La rivolta. Ovvero che non è Pacific Rim. E alla fin fine sta tutto lì: del resto, mi pare che chi lo apprezza molto più di me lo faccia proprio per come in certe cose si distacca dal predecessore, pur ovviamente concordando sul fatto che in certi aspetti ci abbiamo perso. Solo che, per chi apprezza, quegli aspetti pesano, evidentemente, molto meno che per me. Insomma, Pacific Rim: La rivolta piace, se piace, perché non è Pacific Rim. Ci sta.

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Police Story – Lockdown

I titolisti dei film americani mi hanno sempre affascinato per il modo in cui, spesso, se ne fregano di tirar fuori il titolo “tradizionale” ad effetto e preferiscono andare più sul descrittivo. Che poi, intendiamoci, spesso ne vengono fuori comunque titoli dal bell’impatto, ma mi sembra indiscutibile che dalle nostre parti si sia abituati diversamente. Voglio dire, in America possono fare uscire film intitolati Cinque piani di scale, da noi devono ribattezzarli Ruth & Alex – L’amore cerca casa. Ci sono però situazioni in cui anche i titolisti americani tirano una riga e dicono no. Ed è per esempio il caso dell’ultimo Police Story, che in Cina, per non stare a perdere tempo, hanno intitolato Police Story 2013. È un Police Story, esce nel 2013, a posto così, no? In America, invece, hanno voluto fare quel piccolo sforzo in più e l’hanno intitolato Police Story: Lockdown. Che comunque, intendiamoci, è il classico titolo, appunto, descrittivo, ma perlomeno ci prova.

Però, in fondo, il titolo scelto dalla distribuzione cinese dice un po’ tutto. Stiamo parlando infatti di un reboot, che prova a reinventarsi completamente la serie partendo dall’assunto che Jackie Chan, oggi, le cose che l’hanno reso famoso (1) non è più in grado di farle e (2) si è anche un po’ rotto le scatole di provare a farle. E quindi si riparte da zero, spostando il tutto nella Cina fuori da Hong Kong, cambiando il nome del protagonista e, insomma, mantenendo come unica costante il fatto che al centro della faccenda si trova un poliziotto. Un poliziotto con alle spalle una lunga carriera e tanta azione, chiaramente, ma che oggi è un po’ troppo vecchio per queste stronzate e limita le sue acrobazie alla prova Olio Cuore su una ringhiera in cima a un palazzo e a qualche capriola mentre si barcamena fra condotti d’areazione e ascensori.

Il film racconta infatti di un intero locale, avventori compresi, preso sotto controllo (Lockdown) da un gruppo di criminali, che hanno in testa un piano ben preciso ma non lo sveleranno prima del gran finale. Il nostro caro Jackie si trova prigioniero sul posto assieme alla figlia e cerca di venirne fuori in qualche maniera, dando vita a un film che sulle prime sembra una specie di Die Hard, ma poi si evolve in qualcosa di completamente diverso e va a concludersi nella classica risoluzione finale iper-complicata da poliziesco cinese, dove però il macello non è tanto di azione, quanto di pezzetti assurdi che vanno a comporre le motivazioni del cattivo. E quindi? E quindi Police Story 2013, di Police Story, ha molto poco: via i toni da commedia, dentro il melodrammone esagerato dagli occhi a mandorla, con un puzzle finale abbastanza intrigante e un combattimento verso metà piuttosto brutale e riuscito, in cui Jackie Chan prende una raffica infinita di schiaffi perché, ehi, non ce la fa più, tanto il personaggio quanto l’attore. Il ritmo non è dei migliori, ma tutto sommato è un film godibile e di certo se lo sono goduto in Cina, dove ha passato in agevolezza i cento milioni d’incasso e confermato quindi la solidità, da quelle parti, tanto della serie quanto dell’ultrasessantenne (!) protagonista.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, durante il festival del cinema cinese di qualche tempo fa. Il film è già uscito sul mercato dell’home video in diversi paesi, quindi penso sia reperibile senza troppi problemi.