Archivi tag: Peter Stormare

John Wick – Capitolo 2

Il primo John Wick era una bomba di film che per qualche motivo al cinema mi era piaciuto, ma con moderato disappunto su alcuni aspetti, ma oggi a ripensarci mi piglio a schiaffi, soprattutto alla luce del fatto che quando me lo sono rivisto in aereo durante il viaggio verso la GDC l’ho adorato, mi sono gasato a livello di bava alla bocca e volevo alzarmi e mettermi a fare “pum pum” con le dita saltando tra le file e i carrellini del pranzo. Magari è anche una questione di aspettative e di riguardarlo a mente serena anni dopo, vai a sapere. Al di là del mio rapporto conflittuale con il film, comunque, John Wick è una roba a cui è corretto e necessario voler bene per un motivo specifico: è diventato un successo di culto, ha scatenato la fotta in un sacco di gente per cui “film d’azione” = “film d’azione occidentale” e ha fatto capire a tanti quanto possa essere bello vedere dell’azione girata in maniera chiara, ampia, comprensibile, con piani sequenza e attori/stuntman che si sbattono a fare cose senza l’ausilio del montaggio frenetico e magari anche con litri di sangue lanciati in ogni direzione. Pare poco, ma intanto la coppia di registi, oltre a proseguire il lavoro da seconde unità/stunt (tipo su Captain America: Civil War) si è scissa, con Chad Stahelski che ha diretto il secondo John Wick e pare che ora debba occuparsi di Highlander e David Leitch che ha fatto tirar ceffoni in piano sequenza a Charlize Theron in Atomica Bionda e ha ora per le mani Deadpool 2. Insomma, l’azione girata in maniera cristiana potrebbe essere in procinto di uscire dal circoletto di amici e fare la voce grossa anche quando sullo schermo non c’è necessariamente gente che sa fare tripli calci volanti. Non sarebbe bellissimo? Sarebbe bellissimo, o quantomeno sarebbe più bello rispetto a una situazione in cui la principale stella dell’action mondiale è un sessantenne che magari sarebbe anche in grado di fare cose, ma non lo sappiamo perché tanto è tutto montaggio e macchina da presa traballante. OK, ho finito con lo sproloquio, ci vediamo dopo il trailer della bionda che mena e spara.

Continua a leggere John Wick – Capitolo 2

Prison Break – Stagione 2

Prison Break – Season 2 (USA, 2006/2007)
creato da Paul Scheuring
con Wentworth Miller, Dominic Purcell, William Fichtner, Robin Tunney, Amaury Nolasco, Peter Stormare, Wade Williams, Robert Knepper, Sarah Wayne Callies, Paul Adelstein, Rockmond Dunbar

Il primo episodio della seconda stagione di Prison Break non è niente di speciale. Fa anzi subodorare che toccherà quanto avvenuto nel corso del primo anno, con un crescendo un po’ lento e una vera esplosione degli eventi rimandata di (almeno) cinque o sei puntate, come del resto accade fin troppo spesso nei serial da oltre venti episodi. Diventa quindi ancora più fondamentale che questo primo episodio si chiuda in quel modo, con la morte improvvisa di uno dei personaggi principali. Così, a muzzo, una roba del genere mi viene in mente di averla vista solo in avvio della seconda stagione di Buffy, ma comunque lì non avveniva così presto e, soprattutto, non si trattava di uno dei protagonisti “positivi”, anche se era un personaggio fisso della prima annata.

Con questa mossa gli autori stabiliscono uno standard, tracciano una soglia di “sicurezza” al di sopra della quale, per ovvi motivi, si trovano solo Scofield e Lincoln. I personaggi minori da eliminare sono terminati e ora tocca ai pezzi grossi. Tutti sono sacrificabili. Tutti possono lasciarci le penne. E molti di loro lo faranno, con un bodycount in continua salita, inarrestabile, che non lascia fiato e tiene alta la tensione fino alla fine, talvolta accanendosi su vittime un po’ telefonate, talvolta lasciando abbastanza di stucco.

Tutto questo è ovviamente fondamentale nel momento in cui si vuole impostare un intero ciclo da ventidue episodi su un gruppo di protagonisti in fuga, ciascuno coi suoi obiettivi e le sue motivazioni, ma tutti uniti dal pericolo costante. Da una parte le forze dell’ordine, che vogliono sbatterli di nuovo in cella per poi buttare via la chiave, dall’altra la fetida Compagnia, che vuole buttare direttamente via loro.

Ne nasce un serial d’azione frenetico, appassionante, che nei suoi momenti migliori incolla letteralmente allo schermo per il crescendo di tensione. Dopo una serie di episodi deboli, troppo giocati sui soliti, prevedibili colpi di scena (ti faccio credere che li stanno per beccare, ma poi ti “sorprendo”), gli eventi decollano quando prende ritmo la sfida d’arguzia fra Scofield e Mahoney. Lì questa seconda stagione offre il suo meglio, nell’andare a riprendere il delirante turbine di cazzate che il primo riesce a inventarsi per uscire dai guai e nel mettergli questa volta di fronte col secondo un avversario ben più che all’altezza.

Ma un altro gran pregio del serial sta sicuramente nella ricerca di un certo candido ed epico eroismo, nell’afflato cavalleresco che certi personaggi, di tanto in tanto, riescono ad assumere, nella caratterizzazione tutt’altro che povera nascosta sotto una facciata di macchiette banali. Il massimo del coinvolgimento emotivo Prison Break lo tira fuori quando la butta sul romanticismo estremo, sia esso quello dell’amore fra Scofield e Sara, dei sacrifici di un padre per la sua famiglia, della crisi di coscienza di un uomo che ha visto e fatto di tutto.

Dove invece questa seconda stagione fallisce è nel pessimo arco finale di episodi. Quando si stanno tirando le fila di tutti i discorsi, quando ciascuno dei piani narrativi sta giungendo alla sua bella e giusta conclusione, ecco che all’improvviso si inseriscono una sfilza di minchiate e forzature a caso, appiattendo mostruosamente il comportamento di almeno tre o quattro personaggi per inventarsi un seguito e andare avanti a mungere la vacca.

E ne esci fuori certo con la curiosità di vedere cos’altro s’inventeranno, come proseguiranno le storie di personaggi a cui ti sei affezionato, ma anche con in bocca un retrogusto amaro, flaccido, quasi marcio. E, oltretutto, la consapevolezza che anche nella terza stagione ti dovrai sorbire l’idiozia di Sucre e il rincoglionimento di Lincoln, che quando s’incazza è pure figo, ma passa il tempo a fare sempre e costantemente la mossa peggiore. In ogni singola situazione. Eccheccazzo.

P.S.
Mi segnalano che Jodi Lyn O’Keefe è nella terza stagione, non nella seconda. Ho corretto di conseguenza. Devo dormire di più.

Prison Break – Stagione 1

Prison Break – Season 1 (USA, 2005/2006)
creato da Paul Scheuring
con Wentworth Miller, Dominic Purcell, Robin Tunney, Amaury Nolasco, Peter Stormare, Wade Williams, Robert Knepper, Sarah Wayne Callies, Paul Adelstein

Prison Break, mettiamolo in chiaro fin da subito per evitare equivoci, è fra le migliori serie televisive su cui mi sia mai capitato di posare gli occhi. Teso, appassionante, ben scritto e splendidamente girato, con interpreti efficaci e personaggi adorabili. Un gioiello, nei cui momenti migliori ci si ritrova a tagliare la tensione con la motosega e che mi ha appassionato come i vari Lost, Heroes e 24 non sono riusciti a fare e come forse solo le migliori annate dei serial di Joss Whedon avevano fatto.

Nato come miniserie e poi – ringraziamo il cielo – confermato come serial a lunga gittata, Prison Break racconta dell’ingiusta condanna a morte di Lincoln Burrows e del disperato tentativo di salvarlo da parte del fratello Michael Scofield, che arriva a farsi arrestare per finire nel suo stesso carcere e organizzare un’evasione. Attorno a questo gli sceneggiatori costruiscono un turbine di generi che si mescolano fra di loro, mettendo nel pentolone dramma carcerario, ipotesi di complotto, piani d’evasione, romance e dramma.

Nel mucchio ci sono tutti gli stereotipi del genere carcerario, dalla guardia infame all’assassino pedofilo, passando per mafiosi di mezz’età, dottoresse di buon cuore e criminali di mezza tacca dall’animo candido. Se a questa parata di banalità si aggiungono una premessa ai limiti del risibile e una serie di grandi e piccole forzature narrative, il risultato – perlomeno sulla carta – dovrebbe essere un chiaro disastro. E invece con la carta mi ci pulisco il culo e Prison Break è fra i migliori pezzi di televisione che si siano mai visti.

Il serial ideato da Paul Scheuring è, tanto per cominciare, scritto benissimo, con personaggi ricchi di sfaccettature ben più di quanto l’apparenza dica, eventi che si sviluppano come un perfetto meccanismo a orologeria, colpi di scena e stravolgimenti continui, morti inattese e benvenute e una capacità strepitosa di alzare la tensione e il coinvolgimento. Gli episodi più riusciti, come Riots, Drills and the Devil, The Rat e il trittico finale, spezzano le reni dello spettatore in un crescendo pazzesco e lasciano regolarmente di sasso con l’inevitabile cliffhanger conclusivo.

Ma è tutto il “progetto” Prison Break a funzionare tremendamente bene, con una regia efficacissima, una fotografia sporca, ruvida, di stampo cinematografico e una serie di attori tremendamente in parte. I due fratelli protagonisti, pur nella loro biespressività, giocano sul carisma e fanno bene il proprio lavoro. Ma la serie dà il meglio nel cast che ruota loro attorno, con un gruppo di caratteristi splendidamente efficaci, in grado di far appassionare alle vicende di personaggi disgustosi e deprecabili, portando a tifare per loro e per la riuscita del tentativo di fuga.

Prison Break, se preso come semplice dramma carcerario, probabilmente non è all’altezza di alcuni suoi colleghi, come per esempio il celebratissimo Oz. Ma non è quello il punto, perché siamo in realtà di fronte a un crocevia di stili e temi, che getta sul fuoco le traversie quotidiane dell’istituto di Fox River, il piano di fuga, la cospirazione che si dipana fuori dalle mura per zittire la verità e una travolgente capacità di mettere in scena azione e divertimento. Ed è vero che il passaggio da miniserie a stagione lunga si fa un pochino sentire in qualche lungaggine, ma ne nascono comunque episodi spettacolari e in una visione complessiva finisce per essere difficile dargli reale peso. Insomma, una prima stagione da leccarsi i baffi, straconsigliata, che rimarrà per sempre nel mio cuore anche se le successive non dovessero rivelarsi all’altezza.

Birth – Io sono Sean


Birth (USA, 2004)
di
Jonathan Glazer
con
Nicole Kidman, Cameron Bright, Danny Huston, Lauren Bacall, Anne Heche, Peter Stormare

Quattro anni dopo l’apprezzato Sexy Beast, il videoclipparo Jonathan Glazer torna alla regia cinematografica con questo Birth, intrigante storia di ritorni dall’aldilà e conseguenti drammi esistenziali. Purtroppo, se il soggetto è senza dubbio affascinante, la sceneggiatura traballa parecchio, regalando più di una situazione oltre il limite del ridicolo e facendo molta fatica nel dare reale peso drammatico alle vicende.

A tenere in piedi la vicenda ci pensano la regia di Glazer – davvero bravo nel dipingere immagini estremamente evocative – e le splendide interpretazioni di Nicole Kidman e del piccolo Cameron Bright. Il film, però, è davvero troppo freddo e, sebbene si tratti probabilmente di una scelta consapevole, il risultato è che la storia fatica a decollare.

Se a questo aggiungiamo una risoluzione degli eventi davvero impacciata, un colpo di scena finale telefonato fin dai primi minuti della pellicola e un generale senso di incompiuto, il risultato finisce per deludere. Birth, insomma, è soprattutto un’occasione persa.