L’immagine natalizia geek banalotta di quest’anno

Scrivo questo post quasi una settimana fa, così, perché sto aspettando che il computer finisca di elaborare una cosa e c’ho tempo da perdere. Auguri, fate i bravi, mangiate come porci, non mangiate troppo, buon Natale, buon anno, whatever.

Probabilmente, mentre questo post viene pubblicato, io mi starò preparando a morire invaso dal mio stesso intestino. O qualcosa del genere. Burp.

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Spring

Spring (USA, 2014)
di Justin Benson, Aaron Moorhead
con Lou Taylor Pucci, Nadia HilkerSpring è il secondo film degli autori di Resolution, che non ho visto ma che una persona di cui mi fido abbastanza ha consigliato in una maniera della quale mi fido abbastanza. È ambientato in un paesello dell’Italia del sud che ho trovato ritratto in maniera abbastanza credibile, semplicemente normale, non troppo distante da ciò a cui sono abituato quando vado a gironzolare nell’Italia del sud, nonostante, per carità, abbia un paio di elementi curiosi che fanno folklore e sono a due passi dalla macchietta. Anzi, paradossalmente, l’unico vero sprazzo di cliché totale del turismo è un personaggio americano che si manifesta a un certo punto, comportandosi da turista cretino, maleducato e casinista americano. Dopo la proiezione al PIFFF 2014 ho pure preso il coraggio (e il microfono) stretto in mano, ho fatto presente alla platea che sono italiano e in francese non ce la posso fare e ho chiesto in inglese al duo se si erano posti il problema, se ci tenevano a realizzare un film in cui l’Italia non sembrasse uscita da un episodio de I Griffin. E mi hanno risposto di sì, che li ha aiutati il supporto della troupe e che le numerose vacanze zaino in spalla che il Benson s’è fatto dalle nostre parti hanno dato una mano. Insomma, bravi.

Un’altra cosa che ho fatto dopo la proiezione è stata prendere il mio bel bigliettino e dare il voto più alto fra tutti quelli che ho assegnato nel corso del festival, in cui il vincitore del concorso principale viene deciso dal pubblico. E alla fine, guarda un po’, Spring ha vinto, portandosi a casa il premio e gli applausi della folla. A me fa piacere. Benson e Moorhead son simpatici, due bravi regaz. Dopo la proiezione hanno pure invitato tutti ad andare a farsi una birretta con loro nel pub di fronte, ma io dovevo rimanere in sala come un disadattato per spararmi la maratona notturna sui film di alieni. Però si apprezza il gesto, no? E magari chi mi legge apprezzerebbe che parlassi pure un po’ del film. Parliamone. Spring è una romantica storia d’amore fra quello che nel remake di La casa leggeva incautamente il libro e una tizia dalle origini nebulose con nascosto nel cuore un tremendo segreto.

Materiale abbastanza tradizionale, insomma, ma scritto, diretto e interpretato da gente di talento. Spring non si vergogna di raccontare l’ennesima storia d’amore dannato, facendolo però in maniera sincera e per nulla stucchevole, inventandosi una mitologia di fondo intrigante e a modo suo originale, non tirandosi indietro in quel paio di momenti in cui bisogna mettere sul piatto la mostruosità e viaggiando su binari a metà fra l’horror, la commedia romantica e il film indipendente tutto silenzi e protagonisti mogi. E quando si arriva al dunque, incredibile ma vero, i protagonisti non si lasciano andare alla cretinaggine e decidono invece di affrontare la questione di petto, viaggiando verso un finale che funziona proprio per questo, oltre che per la notevole intesa fra i due attori. Insomma, non è che Spring sia il nuovo capolavoro dell’horror indipendente, anzi, però è una bella storia semplice, gradevole e – bonus – messa in scena tirando fuori il sangue dalle rape, con effetti speciali a basso budget che funzionano e un discreto manico dietro alla macchina da presa.

S’è fatto il giro di svariati festival mondiali e, se interpreto bene quanto dicono nella pagina ufficiale su Facebbok, alla fine ha trovato un accordo di distribuzione. IMDB lo dà in uscita in Gran Bretagna ad aprile.

Starry Eyes

Starry Eyes (USA, 2014)
di Kevin Kolsch, Dennis Widmyer
con Alex Essoe

Cinico, brutale, pessimista, senza speranza alcuna e testardamente intenzionato a mandare in vacca qualunque punta di buonismo, anche a costo di risultar ridicolo, Starry Eyes non è esattamente un film di Natale, ma destino vuole che finisca a scriverne proprio sotto Natale. Cose che capitano. È il secondo lungometraggio di Kevin Kolsch e Dennis Widmyer, coppia di registi che da una decina d’anni naviga nel sottobosco hollywoodiano e, forse, racconta qui anche un po’ la propria esperienza nella città degli angeli e dei sogni infranti (o una versione estremizzata della stessa, si spera). Protagonista è la bella, ambiziosa, scoglionata e piuttosto brava Sarah, interpretata da una bella, volenterosa e [che ne so, non la conosco] Alex Essoe, che si dedica anima e core al ruolo passando attraverso una distruzione fisica, estetica e morale devastante.

La storiellina è semplice e prevedibile, potenzialmente quella di chiunque amerebbe mettere in pratica il proprio talento per un lavoro creativo ma si ritrova a sbattere contro il muro della mancanza di opportunità. Racconta di una donna che vuole sfondare nel mondo del cinema e vive non lontano da una certa qual scritta sulla collina, assieme a un gruppo di persone dai desideri simili ma un po’ più rassegnate. La differenza fra lei e loro, scopriremo pian piano, sta soprattutto in quel che si è disposti a fare pur di ottenere il successo, nei livelli a cui si è pronti a spingersi e in quel che si ritiene accettabile, se non addirittura necessario. Circondata da mediocri, con davanti agli occhi il miraggio del successo, Sarah si lascia sedurre da un produttore che le offre il mondo e si ritrova immersa in un delirio di folle autodistruzione. Ed è tutta colpa sua.

A fronte di sviluppi tutto sommato prevedibili e di un metaforone buttato lì un po’ coi guanti da forno, la forza di Starry Eyes sta soprattutto nella mancanza di pietà con cui tratta la sua protagonista, trasformandola da eroina con cui identificarsi a mostro disgustoso. Giunta alla rivelazione su quel che realmente vuole, Sarah incomincia a passeggiare sulle vite di persone magari mediocri, normali, senza ambizioni, ma che quantomeno non ti piglierebbero a coltellate pur di recitare in un filmetto di quart’ordine. E la sua trasformazione in creatura di successo, l’ingresso nell’elite che tando desidera, si manifesta anche e soprattutto sotto forma di espressione fisica, attraverso una mutazione del corpo ipnotica, disgustosa, brutale, che sembra un po’ una versione patinatella del Cronenberg dei tempi belli. Ma di fondo, quel che resta dentro, come nei migliori horror che non si vergonano d’esserlo, è il senso di disagio figlio, certo, della trasformazione subita da Sarah, ma anche e soprattutto della bravura con cui Kolsch e Widmyer spostano mano a mano l’empatia verso il cast di contorno, banda di sfigati che in altri film vorresti solo veder scomparire e qui ti lasciano di sasso mentre vengono travolti dalla furia della protagonista.

L’ho visto al Paris International Fantastic Film Festival 2014 di fine ottobre. Nel frattempo è uscito negli USA, al cinema e in VOD, quindi immagino sia reperibile senza troppa fatica. Fun fact: il film è nato con una campagna di raccolta fondi su Kickstarter.

Disengage!

Ieri sono partito per l’Italia, pronto a farmi il Natale a base di meeting coi parenti, amici, tanti guai e indigestioni assortite. A meno di ripensamenti dell’ultimo secondo, ho staccato tutto. Ho lasciato il laptop a casa, ho disattivato la sincronizzazione della mail sul telefono e se qualcuno mi dovesse rivolgere la parola, mi metterò le mani sulle orecchie e scapperò urlando. Appariranno comunque qua sul blog un paio di post che ho scritto in anticipo e programmato, perché venerdì pomeriggio m’avevano già tolto dal cinema White God e quindi non c’avevo niente di meglio da fare. Fate i bravi.

Rientro la prossima settimana, comunque. Niente di che.

Lo spam della domenica mattina: Ciaobbelli

Questa settimana su IGN sono uscite delle cose che ho firmato. Lunedì l’anteprima + intervista su Total War: Arena. Giovedì il mio personalissimo insulto all’intera industria videoludica e ai videogiocatori. Venerdì il mio contributo su Tengami nel nuovo episodio di Indiegram. Nel mentre, su Outcast abbiamo uscito la mia recensione di Shovel Knight, la mia recensione di Costume Quest 2, l’Outcast Reportage dedicato alla Game Connection Europe 2014 e l’Old! sul dicembre del 1994. Ah, e ieri è pure uscito il nuovo episodio del podcast L’occhio del Beholder, in cui si parla di giochi di ruolo e a cui mi hanno invitato a partecipare. Sta a questo indirizzo qua. Il che mi fa venire in mente che qualche tempo fa ho di nuovo partecipato con Giovanna a Italiani, questa volta per chiacchierare di Parigi. Solo che quel pirla di Vitoiuvara non m’ha avvisato della pubblicazione, quindi lo segnalo adesso. Sta a quest’altro indirizzo qua.

Sono ufficialmente in ferie per una settimana. Arriveranno comunque cose che ho preparato in anticipo, tipo un altro podcast. Non molte qua sul blog, temo, but still.

La robbaccia del sabato mattina: Pixelloni

Questo qua sopra è uno dei poster di Pixels, il film ispirato a quel vecchio video con i personaggi dei videogiochi che invadevano la realtà. Farà quasi sicuramente cagare, comunque gli altri poster stanno a questo indirizzo qua. Saltando di palo in frasca, segnalo che AMC ha annunciato l’ambientazione per The Walking Dead: Cobalt. Sarà Los Angeles! Mh. A questo punto pretendo le guest star che interpretano loro stesse. Voglio il procedurale incentrato sul Bill Murray della settimana. Vabbuò, io comunque continuo a sperare (inutilmente, temo) che la impostino come serie antologica. Nel frattempo, Sony si è cacata sotto (o ha fatto finta di cacarsi sotto nel contesto di una complessa manovra di marketing, o ha colto la palla al balzo, o whatever) e ha dichiarato che The Interview non esce al cinema, non esce in home video, non esce in streaming e se qualcuno s’azzarda a buttar fuori un torrent lo sculacciano. Boh. Meravigliosa la reazione di James Gunn.

The Gunman, in cui anche Sean Penn tenta di vincere alla lotteria di Liam Neeson, per altro affidandosi al regista del primo Taken. Che dire, sembra veramente una roba da pilota automatico totale e, oltretutto, Sean Penn, nonostante il bicipite guizzante, lo trovo brutalmente fuori luogo, senza un briciolo del carisma di Liam e con una voce da sfigato che c’entra proprio poco. Boh.

A proposito di pilota automatico, Wild Card, il nuovo film con Jason Statham. Il trailer parte bene col maglione aderente di Sofia Vergara, ma poi sprofonda nella noia e ha come unico rantolo di vita il piazzare verso metà le parole “William Goldman”. Dubito siano sufficienti.

Primo trailer per Knight of Cups, il nuovo film di Terrence Malick ispirato a 2 Girls 1 Cup,  con protagoniste Natalie Portman, Imogen Poots, Cate Blanchett e Teresa Palmer. Sarebbe bello, eh? E invece c’è anche Christian Bale e non ci si capirà nulla.

Italiano medio diventa un film. Probabilmente molto brutto. O magari riesce il miracolo. Chissà. Scopare!


Ho fame.

Lo Hobbit – La battaglia delle Cinque Armate

The Hobbit: The Battle of the Five Armies (USA, 2014)
di Peter Jackson
con Martin Freeman, Richard Armitage, Luke Evans, Evangeline Lilly, Ian McKellen, Lee Pace, Orlando Bloom

L’altro giorno leggevo un’intervista a James Cameron, in cui chiacchierava di tutta ‘sta faccenda dei 48 fotogrammi al secondo, del fatto che fondamentalmente si sta sperimentando, che ci sono diverse teorie e idee al riguardo, di come è normale che un’innovazione sulle prime incontri perplessità e che del resto un tempo i film si guardavano a 15 fotogrammi al secondo ma adesso non ci sogneremmo mai di farlo e bla bla bla. Un aspetto interessante della chiacchierata verteva sul fatto che lui sta valutando di puntare su un approccio un po’ diverso da quello di Peter Jackson (che ha girato i suoi tre Hobbit interamente a 48 FPS, anche se poi sono stati distribuiti in doppia copia, disponibili anche coi tradizionali 24) e sta pensando, per i nuovi Avatar, di alternare le due vie: 48 fotogrammi (o quel che sarà) nei momenti in cui ritiene di averne bisogno, per esempio sulle panoramiche ampie, nelle scene particolarmente dense sul piano degli effetti visivi, e 24 fotogrammi altrove.

Il discorso, del resto, è che i 48 fotogrammi al secondo permettono una pulizia, una profondità e una qualità dell’immagine incredibili, con la scomparsa (o, insomma, la profonda riduzione) di tutta una serie di imperfezioni, soprattutto relative al movimento, la comprensione, la leggibilità delle immagini (ma anche dei difetti delle stesse, va detto). E alla fine è proprio a questo che fa riferimento Cameron, al desiderio di realizzare determinate cose che, di fatto, con i sistemi di proiezione tradizionali non ha neanche senso mettere a schermo, perché semplicemente vanno perse. È una cosa nettamente percepibile, ancora di più nel contesto delle proiezioni 3D, che aggiungono tutta una serie di difetti, fra scie, problemi di fuoco, immagini sdoppiate, del tutto assenti con la proiezione HFR. E ancora, è anche una questione di comfort. Uno stile registico come quello di Peter Jackson è faticoso per l’occhio, ancora di più con addosso quei malefici occhialetti. Me ne sono reso particolarmente conto l’anno scorso, quando ho deciso di andarmi a guardare La desolazione di Smaug all’Imax, dove veniva proiettato a 24 fotogrammi al secondo. E la scorsa settimana, quando mi sono visto La battaglia delle cinque armate in HFR, ho invece confermato le impressioni che mi erano rimaste addosso due anni fa dopo la visione di Un viaggio inaspettato. E infatti, ci pensavo l’altro giorno, non mi stupisce per niente che in Oculus VR parlino di 90 FPS (o, meglio ancora, 120) come obiettivo fondamentale per un funzionamento confortevole e adeguato della realtà virtuale.

Poi, certo, il “problema” di base è che si tratta di un modo di guardare film completamente nuovo, a cui non siamo abituati e che, oltretutto, leghiamo inconsciamente alla televisione, ai filmini amatoriali, ai videogiochi, a tutti quei contesti, insomma, per i quali è normale avere un numero di fotogrammi per secondo superiore. La conseguenza è che, a un primo impatto, paradossalmente (o forse no), qualcosa che in teoria è più vicino alla realtà finisce per dare una sensazione di più finto. E ovviamente la percezione varia da persona a persona: c’è chi l’ha odiato e basta, c’è chi l’ha adorato, c’è chi neanche ci fa caso. Personalmente, mi ci abituo nel giro di una mezz’oretta e da lì in poi non ci faccio più caso e mi godo anzi solo i lati positivi della cosa, che sono tanti. Anche per questo, sono abbastanza convinto che se, per dire, da domani tutti i film venissero proiettati a 48 FPS, nel giro di tre settimane saremmo abituati e non ci faremmo più caso. Ma d’altra parte questa cosa non accadrà e, per il momento, sembra che l’HFR, almeno per un po’, rimarrà una cosa con cui pasticciano e sperimentano i malati di tecnologia come Cameron e Jackson. Chissà.

A questo punto, comprensibilmente, chiunque abbia avuto la pazienza di leggersi ‘sto sproloquio si starà chiedendo come mai, invece di parlare del film, abbia speso oltre tremila e seicento caratteri per chiacchierare di tecnologia, oltretutto sostenendo cose che, nella sostanza, si potevano dire (e, in effetti, avevo detto) due anni fa. Eh. Il fatto è che, quando si parla dei film di Peter Jackson ispirati a Tolkien, mi ritrovo sempre davanti gente secondo cui il film è bello o brutto perché gli elfi sono così, i nani dovrebbero fare questo, il nonno dello zio del fratello di Aragorn in realtà forgiava la spada nel fosso di Bim Bum Bam, non c’è questo ma hanno aggiunto quell’altro e l’appendice raccontava che in realtà un goblin non si comporterebbe così, varie ed eventuali. Tutte cose interessanti, se vogliamo, ma che fatico a comprendere in che modo possano convincermi che un film sia bello o brutto. È un problema mio, ci mancherebbe, ma appunto: già che c’ero, ho deciso di uniformarmi alla cosa e parlare d’altro. Tipo, per dire, del fatto che, dopo essermi guardato Fargo, è veramente impossibile guardare Lo hobbit allo stesso modo. Ti aspetti dall’inizio alla fine che Bilbo ammazzi Gandalf a martellate, dia la colpa a Frodo e scappi fra le nevi. Non me la conti giusta, nano schifoso.

OK, ma il film? Eh, è il terzo film della trilogia che ci stiamo guardando da un paio d’anni. Chi l’ha odiata dall’inizio difficilmente cambierà idea, così come chi l’ha amata. Quelli che stanno nel mezzo, vai a sapere, immagino dipenda da cosa uno si aspetta, spera o vorrebbe. Ma fondamentalmente siamo sempre da quelle parti e, pur con qualche elemento un po’ più spinto e qualche altro aspetto un po’ più asciugato, La battaglia delle cinque armate, ovviamente, è un film che prende e porta a conclusione il lavoro di rielaborazione, aggiunta, cucitura e adattamento svolto fino a qui. Si apre tutto riprendendo il cliffhanger del secondo capitolo, che effettivamente trova una concretizzazione riuscitissima, per una prima, notevole, ventina di minuti, durante i quali viene dato spazio al confronto fra Bard e Smaug. Da lì in poi, Peter Jackson lavora per portare a compimento quanto fatto, dando spazio ai collegamenti con l’altra trilogia, chiudendo gli archi narrativi e mettendo poi in scena un’ora e mezza di strepitosa battaglia.

Sul fronte del riallacciarsi al passato/futuro, al di là dell’accenno un po’ impacciato a Viggo Mortensen che non c’aveva voglia nei minuti finali, ci sono alcune trovate molto belle. La liberazione di Gandalf, fra tutti i momenti di questa trilogia che tirano di gomito a quell’altra, è forse la più riuscita. O magari non lo è e semplicemente sono di parte io che sudo tutto di fronte a Cate Blanchett che fa la voce grossa, but still. E alla fin fine ho apprezzato molto anche quell’ultimissimo momento del film, che chiude così bene quasi quindici anni di Tolkien al cinema. Per il resto, ci sono un paio di questioni collaterali che lasciano il tempo che trovano, con particolare menzione al trionfo del superfluo pasticciato che è l’Alfrid di Ryan Gage, ma sostanzialmente, dal punto di vista narrativo, il film si concentra su un’ora e mezza di mazzate senza fine sui due archi narrativi che, presumibilmente, dovrebbero iniettare un po’ di coinvolgimento emotivo nella lunga battaglia finale.

Da un lato c’è il triangolo fra Bilbo, Thorin e la pietra luminosa delle patatine, dall’altro quello fra Tauriel, Legolas e Kili. Entrambe le faccende si sviluppano su binari abbastanza prevedibili, per quanto, via, il modo in cui tutto va a concludersi, seppur ovvio per chi conosce l’opera originale, non è esattamente scontato in un blockbuster casinista dei giorni nostri. Ma, per quanto semplici e anche smaccate nel ricorrere al melodramma, entrambe le storie funzionano, danno un senso alla battaglia che non sia solo quello dei virtuosismi registici ed effettistici e riescono nell’impresa di far battere un cuoricino palpitante nel petto del film. In questo aiuta probabilmente anche la definitiva svolta verso un tono cupo, con poco spazio ai siparietti umoristici e con le classiche caratterizzazioni da macchietta che Jackson riserva a nani e altri messe un po’ in disparte, seppur comunque presenti. Insomma, funziona, anche se siamo ben lontani dalla forza della conclusione di La compagnia dell’anello. Ma d’altra parte, se lo chiedete a me, tutti i film successivi a quello ne vanno ben lontani, quindi non è esattamente una novità.

In ogni caso, al di là di tutto, piaccia o meno il melodramma, si trovino eccessive o meno le concessioni all’umorismo, freghi o meno qualcosa di Tauriel che frigna, la saga tolkeniana di Peter Jackson si conclude con un’ora e mezza di battaglia fuori dalla grazia di Dio. Un’ora e mezza. Praticamente, La battaglia delle cinque armate è il Transformers 3 di Peter Jackson, anche se qua non ci sono palazzi che si accartocciano. E, a scanso di equivoci, a casa mia questo è un complimento. Novanta, pazzeschi minuti a quarantotto fotogrammi al secondo in cui Jackson coordina cinque eserciti buttandoli uno contro l’altro, per poi ovviamente stringere il campo sui confronti chiave, mettendo in scena una chiarezza, una gestione dei tempi e degli spazi e un senso dello spettacolo, del ritmo e del drammone con pochi eguali. Poi, certo, rispetto ai confronti con Gollum e Smaug è un gran finale meno originale e fuori dagli schemi, ma è comunque un macello raccontato da un regista con una sua visione e non l’ennesima New York che esplode tutta al termine di un film di supereroi. C’è una bella diffferenza.

In tutto questo, rimane il fatto che Evangeline Lilly conciata così non si può guardare.

La ragazza scompare anche in Italia

Oggi esce in Italia Gone Girl, forte del delizioso titolo vintage L’amore bugiardo. Al che uno potrebbe chiedersi come mai nel manifesto qua sopra ci sia la data del 2 ottobre, e di certo io non saprei dargli risposta. Sarà un poster finto? Ci sarà sotto una cospirazione? Coincidenza? Io non credo? Vai a sapere? Comunque, io l’ho visto per l’appunto a ottobre, quando è uscito nel resto del mondo, e ne ho scritto a questo indirizzo qua. Spoiler: mi è piaciuto. Credo.

C’ho un po’ da fare, fra pochi giorni parto per il canonico natale milanese. Buone feste. Per sicurezza.

St. Vincent

St. Vincent (USA, 2014)
di Theodore Melfi
con Bill Murray, Jaeden Lieberher, Melissa McCarthy, Naomi Watts

Film d’esordio del regista Theodore Melfi, St. Vincent è una commedia dei buoni sentimenti, che butta lì un po’ di scorrettezza un tanto al chilo, lascia spazio a qualche battuta fuori luogo, sconfina a tratti nel malinconico, ma fondamentalmente dirige spedita verso il classico lieto fine da manuale e si tiene in piedi soprattutto grazie alla bravura e al carisma degli attori. Chi viene colto da pellagra alla sola idea farebbe meglio a starne lontano, non c’è niente da vedere, circolare. D’altro canto, non c’è nulla di male in un film che segue bene una formula classica, mettendo tutte le cose giuste al punto giusto e appoggiandosi sull’efficacia degli interpreti. Voglio dire, non è che sia concettualmente molto diverso o particolarmente meno originale rispetto all’ennesimo film di supereroi con l’ennesima mezz’ora finale in cui esplode tutto. È solo meno cool.

L’aspetto più intrigante di St. Vincent, se vogliamo, sta nel fatto di mostrarci una manciata di attori in ruoli tutto sommato abbastanza diversi da quelli a cui ci hanno abituati. E se la prostituta dal macchiettistico accento russo di Naomi Watts lascia il tempo che trova, è confortante vedere Melissa McCarthy, una volta tanto, non trascorrere tutto il film urlando come un’indemoniata, gettandosi in giro e facendo la cretina dall’inizio alla fine. È un po’ come quando guardi quella manciata di film in cui Adam Sandler e Will Ferrell provano a fare le persone normali e scopri che non sono affatto male. È piacevole. Ed è altrettanto piacevole ritrovare un Bill Murray in là con gli anni che esce dal ruolo di Bill Murray vecchio da routine post Tenenbaum/Coppola e interpreta, beh, una versione ben più credibile di come ti aspetteresti di veder diventare sessantenne il Bill Murray degli anni Ottanta.

Alla fin fine, lo dice espressamente il titolo, St. Vincent è più che altro il suo film, una sorta di Gran Torino più rilassato e divertente, il tradizionale racconto di formazione che vede un ragazzino tanto dolce e insicuro alle prese con un modello di vita dagli atteggiamenti discutibili. È un film in cui si ride in maniera prevedibile, le svolte narrative vengono rese note per telefono con largo anticipo e le subdole manipolazioni emotive sono sbracate senza la minima vergogna. Eppure, sarà che gli attori funzionano, sarà che fa piacere riscoprire un Bill Murray ancora in grado di recitare senza sbavarsi sulla camicia, sarà che il piccolo Jaeden Lieberher è adorabile e il rapporto fra i due convince davvero, ma St. Vincent m’è risultato simpatico, mi ha divertito e mi ha perfino messo addosso un po’ di magone. Che vi devo dire, sono una persona semplice. 

Me lo sono visto in lingua originale su Netflix e tutto sommato credo che il borbottare di Bill Murray faccia abbastanza parte dei motivi per cui l’ho apprezzato. Detto questo, in Italia esce al cinema domani, giovedì 18 dicembre. Del resto è un film da Natale, no?

Fargo – Stagione 1

Fargo – Season 1 (USA, 2014)
creato da Noah Hawley
con Billy Bob Thornton, Martin Freeman, Allison Tolman, Colin Hanks

Che senso ha candidare True Detective agli Emmy nella categoria Drama Series quando Fargo e American Horror Story, strutturate sostanzialmente allo stesso modo, se ne stanno belle tranquille in zona Miniseries? Secondo me nessuno ma, ehi, le regole lo permettono, e in fondo non è tanto diverso dalla barzelletta di Daniel Brühl candidato agli Oscar come Supporting Actor per Rush. Per altro, in entrambi i casi, coda fra le gambe e bocca asciutta. Bonus: ai Golden Globe True Detective ci va come miniserie, perché lì le regole sono più limitanti. Nel mentre, Fargo s’è portato a casa gli Emmy per la miglior miniserie e la miglior regia, oltre in generale a un’esplosione d’amore figlia almeno in una certa misura del fatto che, onestamente, in pochi avrebbero scommesso qualcosa sulla riuscita del progetto. Si erano già viste in passato serie TV della madonna nate da film (che so, M.A.S.H. e Friday Night Lights) ma è un tipo di operazione dai risultati spesso indecorosi e nello specifico si partiva da un capolavoro pluripremiato e considerato fra le cose migliori partorite dai fratelli Coen. Insomma, era dura. E invece.

E invece Fargo, nonostante un episodio pilota che magari fatica un pochino a ingranare (ma quegli ultimi minuti!) è una fra le migliori nuove serie TV del 2014 e ha solo bisogno che le diate il minimo di fiducia necessario per una storia che si prende il tempo che le serve. Sta proprio lì in cima, assieme ad altre due o tre cose come The Knick, Transparent e sicuramente altro che mi dimentico, che non ho visto o che non ho già citato là sopra. Fra l’altro, a proposito di quello che ho citato là sopra, dopo averlo già fatto per The Knick, mi tocca l’ingrato compito di sostenere che, sì, anche Fargo è meglio di True Detective. È più forte Hulk o la Cosa? Non lo so, però so che anche Transparent è meglio di True Detective e lo scrivo qui perché ho finito di guardarlo l’altro ieri e, fra una cosa e l’altra, non so quando avrò modo di parlarne più approfonditamente. Ha senso mettersi a fare le classifiche? No, dai, però avevo voglia di buttare lì ‘sta cosa in maniera gratuita e un po’ polemica.

Fargo, dal film dei fratelli Coen, recupera l’ambientazione – un profondo Minnesota innevato e sopra le righe che fa incazzare chi in Minnesota ci vive – e la burla dello strillone iniziale “Basato su una storia vera” anche se di vero non c’è nulla. Ne va poi a pescare anche quel tono meravigliosamente incastrato fra la commedia dell’assurdo, il thriller tesissimo e il parabolone morale in cui chiunque, se messo nelle condizioni giuste, finisce per macchiarsi delle peggiori nefandezze e anche l’anima più pura, messa alle strette, può ritrovarsi costretta a immergere le mani nel fango. Sulle prime, pur raccontando una storia diversa negli sviluppi, sembra voler ricalcare il film dei Coen, la natura dei personaggi, i temi, in maniera forse anche poco ambiziosa, ma bastano un paio di puntate per capire che Noah Hawley, creatore della serie e sceneggiatore dell’intera stagione, vuole andare ben oltre. Il Fargo televisivo non è assolutamente succube delle sue origini, pur omaggiandole nel tono, recuperandone e ampliandone i temi e presentando un paio di personaggi difficili da non ricondurre a quelli dei Coen. È una creatura splendida che vive di vita propria e allarga oltre misura i confini dell’idea originale, ipnotizzandoti pian piano e conducendoti senza tregua verso una meravigliosa puntata conclusiva, in cui la tensione si taglia con la motosega.

Dieci puntate scritte e dirette (da cinque registi diversi, due a testa) in maniera pazzesca, che abbagliano per lo splendore visivo, la capacità di montare bordate di tensione improvvisa, il modo meraviglioso in cui viene risolto il conflitto Solverson/Malvo e la bravura degli attori. Il killer di Billy Bob Thornton e il mediocre ometto di Martin Freeman dominano la scena, il primo vagando fra le nevi con la sua figura dalla surreale imponenza, il secondo viaggiando su quel labile confine che riesce per brevi tratti a farti tifare per un uomo capace di assurde nefandezze, solo per poi prenderti a schiaffi con le meschinità di cui è capace. Ma attorno a loro ruota un cast semplicemente pazzesco, strapieno di attori che regalano performance fuori scala e con al centro i veri protagonisti della storia, i poliziotti interpretati da Colin Hanks e Allison Tolman, quest’ultima per altro bravissima a evitare di finire nel trappolone Frances McDormand. Insomma, Fargo è una meraviglia e non vedo l’ora di piazzarmi davanti alla già confermata seconda stagione, che vedrà nel cast Kirsten Dunst e Jesse Plemons, racconterà gli eventi di Sioux Falls del 1979 cui spesso fanno riferimento diversi personaggi e sarà ovviamente pure lei una storia vera.

Io me lo sono visto su Netflix e, insomma, non so se in Minnesota parlino davvero così, ma gli accenti sono uno meglio dell’altro e vanno gustati. Senza contare che Billy Bob Thornton e Martin Freeman danno spettacolo. Detto questo, stasera – con calma – iniziano a trasmettere la serie anche in Italia, su Sky Atlantic.