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In tuffo

A vederlo lì, nell’angolo di Nole, ingrassato da un cinquantennio di dieta bavarese, composta da weiss bier e wollwurst, viene spontaneo chiedersi: ma cosa avrà mai da dire Boris Becker a Novak Djokovic?
Probabilmente niente, perché Boris, in fondo, è sempre stato un gran cazzaro. Sin da giovanissimo, quando il padre architetto costruisce a Leimen un circolo di Tennis per assecondare la passione del figlio e questo, invece di imparare per benino la tecnica, si limita a seguire a rete delle martellate di servizio e di diritto steccando, spedendo la palla fuori di metri e cercando di mettere una toppa ai suoi attacchi suicida tuffandosi a più non posso.
Invece di correggere tali deficienze, il suo primo allenatore Gunther Bosch, decide che in definitiva spaccare le palline con il servizio è una qualità, e insegna al diciassettenne ariano un movimento a bilanciere, seguito da spinta sulle ginocchia e saltino a piè pari, utile a sospingerlo verso la finale di Wimbledon. Dall’altra parte c’è Kevin Curren, il classico erbivoro anni ’70 abituato a giocare di fioretto, intento solo a sopravvivere ai colpi di mortaio da 180 all’ora che gli sibilano nei pressi delle orecchie, e a guardare sconsolato la sedia con gli occhi del “evvabbè, ma così non vale, questo mi picchia, arbitro!”.
E quindi finisce che Boris vince Wimbledon all’età in cui di solito la gente vince i tornei di Kick Off contro il cugino. Intendiamoci però: se Boris avesse saputo solo tirare di servizio ce lo saremmo dimenticato subito, come i tanti Raonic intenti, prima e dopo di lui, a collezionare ace urlando “HODOR!”. Bum Bum non urlava Hodor. Bum Bum tirava un missile facendo la solita catapulta e poi, a dimostrazione del fatto che l’universo distribuisce il talento assolutamente a cazzo, scendeva a rete come un gatto e, volleando, dimostrava di avere una manina delicata come quella di un orafo. Boris spaccava 20 racchette Puma all’anno scentrando, ma quando gli arrivava la pallina nei piedi la tirava su con una grazia che levati, di conseguenza sotto rete si trasformava in un armadio capace di coprire 800 degli 829 cm del campo, mentre gli avversari non sapevano se aspettarsi uno schiaffazzo o una carezza.
La carriera del nostro amabile armadio cazzaro, tutto intento a far schioccare la mascella e a sbattere le ciglia rosse, è talmente ripiena di momenti memorabili che ricordarli tutti richiederebbe quindici post: ci si potrebbe concentrare sulle scoccate sottorete che trasformarono Wimbledon nel giardino privato di Bum Bum e Stefanello, intenti a sfidarsi per tre anni consecutivi in altrettante finali dalla durata complessiva di 15 minuti, perché oh, mica vorremo scambiare più di tre colpi, non scherziamo.
Si potrebbe ricordare come Andre intuisse sempre la direzione dei servizi di Bum Bum osservando il saettare della lingua teutonica: Boris faceva oscillare il bilanciere e spuntare la linguetta. Se rientrava sulla sinistra, Andre si preparava per il diritto, e viceversa. Anni dopo, a carriera finita, Steffi Graff rivelò il segreto davanti ad una birra, reputandolo un aneddoto divertente e ottenendo come risposta una bestemmia capace di increspare il Reno.
Per correttezza, si potrebbe anche sottolineare come, dopo una infinita serie di sconfitte ottenute su tutte le superfici, Boris, nell’ultimo match con Andreino, sotto di due set e di due giochi sulla sua sacra erba, si mise l’asciugamano in testa e, esclamando ad alta voce “nicht mehr, hier nicht” sollevò la Puma da terra come se fosse il Mjolnir, vincendo tutti i punti successivi. Tutti, mentre nell’aria vibrava la cavalcata delle Valchirie.
Ci si potrebbe soffermare sui due match point sprecati contro uno sfiancato Thomas Muster che, durante una finale di Montecarlo ormai persa, andò a fare pipì per poi tornare in campo arzillo come un grillo, negando a Boris la soddisfazione di vincere per una volta sulla terra e convincendo i capoccia dell’ATP che, in fondo, la pratica dell’antidoping poteva avere un suo perché.
Si potrebbe fare tutto ciò, senza dimenticare che stiamo parlando di un cazzaro. Un ventenne idolatrato in patria che molla la biondissima fidanzata perché insomma, c’è una nazione di bionde scopabilissime, poi se ne pente, va in depre e si affaccia alla finestra, decidendo per una volta di non buttarsi, ma giusto all’ultimo. Di un marito tanto pronto a vantarsi della sua splendida moglie quanto a spupazzarsi una modella nel bagno del Nobu. Con quest’ultima che poi si ripresenta, qualche anno dopo, dicendo “hey! ti ricordi quella volta che abbiamo fatto Bum Bum? Ecco, si chiama Anna”. Si potrebbe parlare della tasse evase, delle Ferrari guidate a duecento all’ora sulle strade cittadine, di tutte le cazzate fatte da un cazzaro che prima corre verso rete e poi, per parare i lungolinea, si butta e capitombola, sfangandola.
Ma noi ci concentreremo su un singolo punto: il match point del Masters del 1988, giocato contro Ivan Lendl. Un match point durato 3 anni, perché tra i due, che si detestano, c’è un duello perdurante: Boris vince tutte le sfide sull’erba londinese, infrangendo i sogni del cecoslovacco. Quest’ultimo vince tutte le altre. Perché non esiste che un bifolco privo di rovescio e prono a sbatterla in rete dopo due colpi possa battere la metodica, precisa, iperallenata macchina dell’est. Sul cemento, la terra, il tartan, il fango, la neve e il muschio a Ivan basta insistere sul rovescio di Bum Bum e gestire le sue martellate di diritto per portare a casa le partite con fredda percentuale statistica.
Tuffati, rosso bifolco. Tuffati sul mio magnifico diritto lungolinea in corsa. Fai ululare il pubblico con un punto, poi torna al tuo posto, cerca di contenermi e sbaglia, perché io di sicuro non lo farò.
Ivan queste cose le dice ai giornalisti, le suggerisce con lo sguardo durante le strette di mano. Arriva ad una finale di Wimbledon sudando sul campo per mesi e si vede scippata la coppa. Se la lega al dito. Umilia il lentigginoso nella finale del Masters. Tutta la tiritera si ripete l’anno successivo.
Boris si incazza. Licenzia Gunther e decide di impartire una lezione allo stronzo cecoslovacco. Passa mesi a giocare da fondo, perdendo nei quarti con gente come Wally Masur. Allena il rovescio coperto e tagliato, dimenticandosi di andare a rete, prendendo gli schiaffi dal numero 70 del mondo. Nel novembre del 1988 si qualifica al Masters di New York per il rotto della cuffia. Bombarda chiunque gli si trovi davanti. In finale trova Ivan.
Match Point.
Il rovescio coperto? Eccolo qui, lo so fare anche io. Tagliato? Anche quello, bello quanto il tuo. Diritto incrociato? Dai ceco di ‘sto cazzo, è tutto qui quello che sai fare?
E se anche voi, anche per una sola volta, siete stati dei cazzari, se siete corsi a rete buttandovi senza paracadute, se avete lasciato la sicurezza della riga di fondo per cercare qualcosa, chissà se bello come quello di prima, trovando qualcosa di inatteso una volta giunti colà, bè, guardateli bene questi 37 colpi. Guardate come finiscono.
Sono il vostro inno.
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9 Luglio 2001

Cosa stavate facendo il 9 Luglio 2001?

Probabilmente non ve lo ricordate. Io si. Siamo in tre a ricordarlo: Io, Goran Ivanisevic e suo padre, che riconoscete con la barba e i baffetti grigi nel video di pochi minuti che vi agevolo. È un video che andrebbe gustato con calma, sorseggiando magari un cognac, quindi vi proporrei di posticiparne la fruizione a stasera, quando sarete davanti al dispositivo post-pc di casa, e non tra le mura invisibili dell’ufficio open space. Che poi la gente vi vede chiagnere e non è bello.

Goran, 29 anni e dieci mesi nel luglio del 2001, occupava la posizione 125 nel ranking mondiale ATP. Non aveva insomma la classifica adatta a partecipare al torneo di Wimbledon, ma ne fu protagonista per una di quelle irriducibili tradizioni che gli Inglesi impongono al resto del mondo con la spocchia di chi sa di avere inventato regole e gioco: la Wild Card. Era insomma stato “invitato” a partecipare, a discapito di qualcuno meglio piazzato di lui, probabilmente impegnato, in quelle due settimane, a smadonnare contro la regina remando sulla terra del sempre interessantissimo e contemporaneo torneo di San Marino.

Goran venne invitato perché era brutto fare il torneo senza di lui. Negli undici anni precedenti, questo spilungone, noto per tirare dei bolidi da 190 all’ora sia sulla prima che sulla seconda, era stato una presenza fissa nelle finali e nelle semifinali del torneo. Nelle finali e nelle semifinali di un botto di tornei, invero, perché Goran arrivava sempre lì, ad un passo, per poi prendere gli schiaffi da Boris, da Stefan e soprattutto, soprattutto, da Pete. Alcuni romantici potrebbero sottolineare come il buon Goran, un croato tanto superstizioso quanto sveglio e imprevedibile durante le interviste post partita, spesso si battesse da solo: bombardava per due set il malcapitato avversario, gli strappava un paio di servizi con delle risposte sparacchiate verso le righe e poi si incartava su la più banale delle cazzate. Bastava uno starnuto dell’arbitro a fargli perdere la testa. Iniziava a smoccolare contro i piccioni, le cavallette australiane, lo strabismo dei guardialinee e buttava via in dieci minuti di follia tutto il vantaggio accumulato precedentemente, consegnandosi agli avversari. Questa innegabile attitudine gli fece perdere molti match già vinti con avversari a lui inferiori, ma la verità è che il gioco di Goran non era all’altezza di quello dei suoi mitici rivali. Pete dei 30 ace a partita tipicamente sparati dal croato negli angoli se ne sbatteva, gestiva i suoi turni di servizio passeggiando e aspettando il passo falso dello spilungone, afflitto dalla più terribile delle debolezze attribuibili ad un tennista: il braccino.

Insomma, quando si arrivava alla stretta finale, Goran si cacava sotto. Visto che il suo colpo più sicuro era il servizio, questo cacarsi sotto si rifletteva, il più delle volte, nel tirare un bolide anche sulla seconda, consumando per anni le palle break avversarie a botte di ace o doppi falli. Il problema è che i doppi falli arrivavano spesso anche sui match point a suo favore, perché Goran, come sanno bene tutti i tennisti ansiosi messi alle strette, smetteva di respirare, di muoversi, di inviare al cuore gli impulsi involontari indispensabili al sostenimento della vita, mentre dall’altra parte Pete continuava a sentire nella testa solo il tema principale dell’anello del Nibelungo, perché insomma, sei Achille, figlio di Teti, probabile cugino di Marte e Apollo, cazzo te ne frega di queste problematiche mortali.

E quindi Goran arriva a Wimbledon con l’intenzione di accattare due sghei in quelli che lui considera gli ultimi mesi della sua poco memorabile carriera. Anni prima, da giovane, aveva avuto le sue chance, ma non le aveva raccolte. Aveva vinto qualche torneo di quelli importanti, quelli più utili per il conto corrente che per la gloria, ma si era rassegnato all’idea che gli Slam non fossero roba per lui, e la stessa cosa pensavano i suoi fanz.

A normal day at the office.

Entrò in campo, su uno dei campi laterali, senza essersi allenato. Per sua stessa ammissione, le sue Head erano parcheggiate nel borsone da un bel po’, quindi il match contro tale Jonsson fu affrontato con uno spirito a lui non inedito: lo scazzo. Poi al secondo turno, visto che sei il numero 125 del mondo, presente solo perché amico degli organizzatori, ti capita già il tostissimo Carlos Moya, che però sta all’erba quanto il maiale di Clooney sta alla fisica quantistica, e quindi bon. Al terzo turno, ciao, c’è Roddick. Il tuo già affermatissimo erede bombardiere. Ha dieci anni meno di te, serve come e meglio di te, ha un diritto che passa sopra il tuo e fa il giro due volte, quindi preparati al saluto di commiato verso il pubblico.

Ma ecco cosa succede: Goran entra in campo senza aspettative, senza speranze, senza nulla da perdere. Lo scazzo scorre potente in lui. Scorre come scorrono i giochi, mentre Roddick aspetta l’inevitabile arrivo della mattana per mettere fine alla questione. Finisce un set e niente, Goran tranquillo. Viene archiviato anche il secondo set. Al terzo finalmente si intravede la mancanza di allenamento, la partita sembra cambiare aspetto ma niente, lo scazzo continua. Lo scazzo mantiene la catapulta di servizio croata fluida, letale, asfissiante. Andy guarda il suo allenatore sugli spalti tacitamente chiedendo lumi riguardo a questa inattesa novità. Poi va negli spogliatoi con l’aria di chi non ha capito cosa sia successo. Il turno successivo la stessa perplessità investe Rusedski, erbivoro doc.

Probabilmente in un quintiliardo di dimensioni parallele la storia finisce qui, con Achille che incontra Scazzo sulla sua strada e *splat*, lo riduce a una macchia di sangue sul prato. Ma noi siamo i fortunelli della dimensione giusta e assistiamo ad un imprevedibile quanto assurdo evento: nei quarti non c’è Pete, perché Pete è stato sconfitto due turni prima. Da uno svizzero mai sentito nominare.

Non vale nemmeno la pena di tirare in ballo quel match. Ha come coprotagonista un elvetico che fa la partita della vita e ribatte colpo su colpo, ignorando il suo ruolo nel cosmo, alle ineffabili maestrie di Achille. Un po’ come se Ettore quel giorno si fosse svegliato sentendosi Superman. Ovviamente, poi, il match dopo si sveglia di nuovo Ettore e bon, perde con quella mezza sega di Henman, quindi sto Doganiere possiamo pure dimenticarcelo, tanto non ne sentiremo mai più parlare.

Henman ha tutto il tifo dell’impero alle sue spalle. Sa che è la sua occasione, cerca di buttarla sul’epico andante vincendo secondo e terzo addirittura con un 6–0 e poi *sbram*, lo scazzo gli passa sopra come un caterpillar.

Poi uno dice.

E siamo al 9 Luglio 2001. Volete che vi descriva l’avversario di Goran come un fenomenale campione del male, imbattuto e imbattibile? Se volete lo faccio, ma Patrick Rafter è solo un tostissimo volleatore. Uno perfetto per i campi veloci, quindi a suo agio sull’erba  ma più forte sul cemento, dove ha già vinto uno US Open. L’australiano, fisico, faccia e pacioso carattere usciti direttamente da Un mercoledi da leoni, ha sconfitto in semi Agassi, perché insomma, ‘sto film della Disney ce lo siamo proprio studiato bene, ma non rappresenta il problema principale per Goran.
Il problema per Goran è che, una volta arrivato in finale, lo scazzo è scomparso. Goran sa di essere la più delirante Wild Card della storia. Goran entra in un centrale tramutato, da una opera di bagarinaggio civile, in una Zagabria ripiena di croati esaltati come neanche nei giorni dell’invasione mongola del 1242. Goran vede anche suo padre vicino al Royal Box, lo stesso baffetto grigio che negli anni ‘80 lo scarrozzava in macchina per l’Europa, chiedendogli di dormire sui sedili per risparmiare tra un torneo giovanile e l’altro. 
Goran il cacasotto vive il suo peggior incubo: può perdere di nuovo davanti a tutta la Croazia, a papà, a me, che guardo ‘sta partita dalla TV di un hotel esotico e ho più strizza di lui. 
È così in paranoia che non si taglia la barba dall’inizio del torneo, usa sempre gli stessi calzini, lavati dalla stessa cameriera dell’hotel. Gli stessi pantaloncini, la stesa limo e lo stesso autista per arrivare. Chiede agli organizzatori che sia sempre lo stresso steward ad accompagnarlo. Mangia a colazione, pranzo e cena le stesse cose per due settimane e quando entra in campo si fa più segni della croce lui che tutta la chiesa ortodossa nell’ultimo secolo.
Io vi mostro l’ultimo gioco di quel match di cinque set e voi dovete guardarlo con attenzione. Dovete vedere come Goran sparacchi fuori la volèe del primo punto, una roba che io, voi, chiunque, non avremmo sbagliato nemmeno con la sinistra. 
Dovete guardare il pallonetto di Patrick che esce di pochi millimetri, mentre il croato guarda la palla terrorizzato. Dovete osservare come gli cedano le ginocchia sul doppio fallo successivo, i muscoli ridotti in gelatina dalla consapevolezza di essere giunti a quel momento li, quello che ti definisce come persona. Dopo oggi non potrai essere che due cose: il ricco perdente che non vinse mai uno slam, oppure “Papà, ho vinto Wimbledon”.
Dovete guardare i doppi falli successivi, gli Ace accolti da una esplosione assordante. Dovete guardare il coraggio di Patrick che risponde con un lob perfetto alla tua altrettanto perfetta volèe. Le palle nei pressi delle righe sui match point, il pubblico che ad un certo punto urla su qualsiasi cosa, Goran che implora i raccattapalle per riavere la stessa pallina, perché basta ancora un punto, solo uno dai dai dai, ti prego. 
Poi dovete dirmi grazie.

Davide “Quedex” Giulivi ogni tanto si ricorda di avere uno spazio riservato sul mio umile blog e mi omaggia di questi post meravigliosi. Se volete leggere tutto quel che c’è qua dentro firmato da lui, basta cliccare sul tag Quedex qua sotto. O anche qui, tipo.

The race for a new game machine


The race for a new game machine (USA, 2009)
di David Shippy e Mickie Phipps.

Nel 2001, Ken Kutaragi sognava in grande. Voleva che la terza PlayStation offrisse la potenza tipica di un supercomputer, ovvero uno di quei bestioni che le università conservano a bassa temperatura in giganteschi stanzoni dedicati ai più ingarbugliati calcoli scientifici. Per soddisfare le sue richieste Sony, Toshiba e IBM formarono una alleanza, affidando a David Shippy il compito di coordinare 400 milioni di dollari e oltre 1000 ingegneri nello sviluppo di una CPU capace di macinare numeri come niente altro al mondo. Attirato dalla prospettiva di poter lavorare su una architettura completamente nuova Shippy accettò, non immaginando che i tre anni successivi sarebbero stati i più estenuanti ed esilaranti della sua carriera. Dopo un anno di intenso lavoro IBM acquisì infatti un secondo cliente: la Microsoft, che desiderava una CPU altrettanto potente per la sua Xbox 360. Di conseguenza Shippy si ritrovò a gestire un clamoroso segreto aziendale in cui i fedeli samurai giapponesi lavoravano inconsapevolmente per e a fianco dei loro più acerrimi rivali. The race for a new game machine è un susseguirsi di proiettori strappati di corsa dalle loro sedi per nascondere slide compromettenti, pigiama party segreti, top manager di IBM che non capiscono un cazzo ma debbono per forza imporre la loro idea e file system modificati durante il SuperBowl, con un Kutaragi che manda a monte mesi di lavoro perchè “8 unità sembrano meglio di sei, anche se nessuno le userà mai” e uno Shippy che si morde la lingua ogni volta che incappa in un problema tecnico insormontabile già risolto dall’altra squadra.
Non manca nemmeno un capitolo dedicato alla filosofia “Victory or Death” di Microsoft, pronta ad uscire con 6 mesi di anticipo sulla rivale anche a costo di digerire qualche rosso e circolare problema tecnico.
L’estrazione tecnica e manageriale dell’autore si riflette in una prosa un pò ingessata, in cui si insinuano troppi suggerimenti motivazionali che sembrano presi dai più beceri libri di formazione dei leader, ma il libro rimane una lettura spassosa, soprattutto oggi, un miliardo di dollari dopo aver scoperto che il Cell è tanto apprezzato da chi deve calcolare la direzione della marea nera nel golfo quanto detestato dai programmatori di giochi, che preferirebbero buttarcisi, nella marea, pur di non aver a che fare con il magico ma astruso sogno di Ken.
Una storia di concreta follia industriale insomma, scritta dall’uomo a cui si deve il cervello di 360, PS3 e Wii, ovvero il sordido e ultimo responsabile di mille ore perse nella nostra recente vita.

Court 18


La brutta gente di it.fan.studio-vit discute del match-monstre che ha recentemente scioccato il mondo. Il post vede l’appassionato rispondere allo scettico tifoso di calcio e riguarda la seconda giornata di gioco, quella che ha portato alla notorietà internazionale due anonimi muratori del circuito ATP, quindi non è aggiornato al risultato finale.
Ma anche chissenefrega, 118 game offrono già abbastanza motivazioni e materiale.

Il 24/06/2010 0.28, AlexBi ha scritto:

> Escludiamo tassativamente la possibilità che abbiano deciso di entrare
> nella storia (unico modo possibile per questi due) con un accordo magari
> tacito?

Alexbi, io capisco che tu sei abituato alle biscottate, alle moviole di
Varriale e agli arbitri chiusi nello spogliatoio.

però perdio.

questi due sono entrati in campo alle 14 per concludere SOLO il quinto
set. Campo 18, certo del fatto che tu non ci sei mai stato te lo
descrivo: tre o quattro file di panche laterali e un pò più di spalti
sull’out, ma insomma, 200 persone in tutto.

Mi piacerebbe descrivere gli spalti come spogli, ma mentirei. Erano
pieni come lo sono sempre, pieni di economici biglietti da 20 sterline,
con il bicchierino in carta di starbuck ripieno di caffè, nel caso il
match si rivelasse monotono.

Nessuno ha sentito il bisogno di caffeina già sul 15 pari, accolto da
un timido mormorio del pubblico. guerra di Ace, niente di
trascendentale, però sticazzi.

Sul 25 pari nei corridoi alberati, tutti verdi e puntellati di violette
ha iniziato a circolare questa voce riguardo ad un match tiratissimo sul
18, un match tra lungagnoni che non si brekkavano mai. Clerici sul 203
ha riportato la cosa, dicendo a Tommasi “io mi sposto di là”

Mi sono spostato anche io, con il tastino (indovina) verde, e ho visto
le guardie che contravvenevano alla regola dello star seduti, facendo
accalcare la gente sugli scalini. Sul 32 pari il brivido: due match
point annullati. sul 40 pari la maglietta di Isner era fradicia come lo
sono solo le magliette delle tettone nelle feste sulla spiaggia.

Sul 47 pari il tabellone ha smesso di funzionare e Mahut si è sbafato un
sandwich e una banana mentre il pubblico faceva la fottuta hola.

Isner ha iniziato a trascinare i piedi come se fosse in preda ad un
crollo verticale della pressione, pallido, fradicio. Poi
sistematicamente arrivava il “Quiet please” imposto dall’arbitro e bum! vai
con quattro sabongie di servizio.

Verso il 50 pari c’è stato uno scambio lungo qualcosa come 20 colpi, il
più lungo del… quinto set e sugli spalti si è passati dall’apnea alla
standing ovation corredata di “Center court! Center court!”

Sul 51 pari la TV nel gentlemen’s quarter era affollata di gente che
avrebbe dovuto preoccuparsi del proprio match, invece faceva il tifo.

Sul 54 pari un cliente americano mi ha affiancato davanti al plasma del
Bar guardando il punteggio. Ha preso il telefono e chiamato una voce
femminile dicendole che a Wimbledon due tizi “are playing an
unbelievable tiebreak, they’re tied at 54!”

“it’s not the tiebreak, sir”

“what?”

“there’s no tiebreak in the fifth, you know, it’s Wimbledon”

La sua memorabile espressione mi ha accompagnato fino al 55 pari, e li
mi sono messo a pensare a Mahut, che serviva per secondo da 6 ore e passa.

AlexBi, hai presente come ci si sente a servire nell’ultimo gioco del
set, quando sai che se ti brekkano è finita?

Do per scontato che non lo sai, e te lo spiego: ti senti teso, il
braccio è più rigido, le gambe pure. Pensi al fatto che non ci vuole un
cazzo a fare doppio fallo, e tiri più piano la seconda, più alto il
diritto, più lento il rovescio. pensi che tutta la fatica può non essere
servita ad un cazzo se giochi male 4 punti del cazzo.

E se lo tieni, il servizio, magari dopo aver combattuto qualche 15, ti
gasi un pò. tiri su un pò il pugnetto, ti godi la soddisfazione di un
lavoro fatto bene, ti metti di buzzo buono sulla risposta successiva.

E ho pensato a cosa doveva passare nella testa di questi due nel vedere
gli spalti riempirsi come mai in vita loro. nel leggere un numero che
nessuno aveva mai letto, nel far girare tutti i decoder del mondo sul
campo 18, opzione nascostissima, quattro panche, molte violette.

59 pari, doppio fallo di uno dei due, poco importa sapere chi, Match
point. Il sole basso che che ammanta di arancio i due cowboy dal
grilletto facile, è tempo di abbassare il sipario dell’unico match della
storia del campo 18 ad essere finito sul megaschermo della Aorangi
Terrace, anni fa chiamata Henman Hill, oggi soprannominata Murrayfield.

Ace.

“I want to play, but i can’t see”. Quando il giudice dalla giacchetta
bordata di bianco ha concordato che era davvero troppo buio e la
diatriba andava risolta il giorno successivo queste due corde di violino
stremate da sette ore di Tennis certamente non bello ma in qualche modo
magnifico non si sono strategicamente ignorati, o nascosti dietro ad un
rigido silenzio.

Hanno imboccato, claudicanti e sommersi da un boato, il corridoio con la
scritta di Kipling e, buffetto sulla spalla, “bella li, cazzo, come la
stai giocando”

Domani alle 16.30. Campo 18, ovviamente.

Jimmy Gibbs


Le regole sono semplici:

– piantala di fare il cazzone cazzuto e resta vicino al gruppo
– mentre io sparo tu ricarichi. il piombo inquina e noi ci teniamo.
– esiste solo expert

semplici, appunto. non serve mica un cervellone, bastano quattro elementi un filo sopra Forrest Gump e uno straccio di disciplina

stasera abbiamo entrambe le cose.

la strada verso il centro commerciale è stata mite, controllata, priva di inutili strepiti. ne abbiamo ammazzati un fottio senza affanni, senza panico. l’equivalente pirico di un soffocamento a base di cuscini.

la gestione è stata tale che durante la salita verso il terzo piano – casalinghi e giardino- Svezia si è concesso uno sfizio raccogliendo il lanciagranate.

il lanciagranate è la cartina tornasole dei coglioni. in mano all’elemento sbagliato fa poco danno sui virulenti e molto su chi invece può ancora vantare un sistema immunitario degno di questo nome.

ma Svezia non è un coglione. è diligente, spara raramente e con parabole alte. sfoltisce la prima ondata lasciando a Repubblica ceca e a Russia il compito di far fuori il grosso sulla media distanza, sfruttando la sacra accoppiata Charlie & Yuri, aka M16 & AK47.

a me spetterebbe il compito di eliminare lo sporco più tenace e vicino, a colpi di pallettoni. ma la mossa di Svezia mi ha colto alla sprovvista e ora sono qui con il telescopico. due armi a lunga gittata e nessuna per i ravvicinati.

ma sta andando tutto così bene, perchè preoccuparsi.

la conta delle taniche dice che ne mancano solo due, poi la Dodge Charger a piano terra, versione moderna del generale lee, scaricherà a terra la giusta quantità di coppia, evacuandoci da questa valle di lacrime.

break pubblicitario
http://www.youtube.com/watch?v=2RyPamyWotM

rieccoci, ed ecco anche le due ultime taniche.

Russia raccoglie la prima e la getta giù dalla balaustra. Repubblica ceca tenta di imitarlo avvicinandosi alla seconda, ma ecco partire gli ottoni a bassa frequenza.

il tank compare direttamente in fondo al corridoio, ovvero a tre metri da Svezia, sfanculando immediatamente l’utilità del lanciagranate. mentre Repubblica ceca arretra tirando una raffica di 24 colpi senza pausa alcuna Russia fa quello che bisogna sempre fare in questi casi: tira fuori la molotov.

regola 4 – la molotov la tieni per il tank. il bastardo deve bruciare mentre il gruppo canta burn baby burn a cappella.

il tank experto non muore mai, se non è a fuoco, e Russia lo sa. ne abbiamo segati prima, segheremo anche questo, senza panico, senza affanno. cuscino.

la molotov vola sopra la testa del tank. si schianta su una pianta di plastica alle sue spalle senza nemmeno procuragli un eritema, mentre il colosso si scaglia su Svezia e lo uccide in un secondo netto.

assisto alla scena un filo inebetito, poi svuoto l’intero caricatore del fucile da cecchino senza iron sight, da tanto la bestia è vicina. la montagna di muscoli e stamina arriva addosso a Russia e lo fa volare giù, tre piani di ristoranti chimici, erboristerie e punti di ascolto cliente attraversati in un secondo.

sia io che Repubblica ceca abbiamo il tempo di ricaricare e svuotare nuovamente i rispettivi magazzini, poi passiamo all’unisono sulle pistole. lui sulla magnum di Callaghan io su… una katana.

perchè cazzo ho una fottuta katana? io detesto tutte queste merde di armi bianche, le evito come la peste. come si spiega che il mio campo visivo è occupato da hulk e da una lama giapponese economicamente forgiata in corea?

mentre pondero la possibilità che prima, al piano terra, la fretta mi abbia probabilmente spinto ad un acquisto fallace provo perfino ad abbozzare un patetico fendente verso le due tonnellate di fibre rosse e raggi gamma in pieno momentum verso di me. un secondo dopo sono a terra. due secondi dopo sono morto.

Repubblica ceca è illeso e sta sparando alle spalle della bestia. questa si volta, alza le mani come per richiedere ancora un pò di forza al dio dei troll, poi si accascia a terra.

ora, Repubblica ceca ha l’esperienza necessaria per capire che da solo, in un magazzino infestato da zombie expert e con un serbatoio non ancora pieno di benzina, la cosa più saggia da fare è riavviare mestamente il livello o farsi sbranare senza reagire.

eppure lo vedo raccogliere la tanica da terra, gettarla giù per le scale, avvicinarsi al mio cadavere e tirare fuori il defibrillatore.

zzot! ritorno dal regno dei morti salutato da una singola frase, pronunciata con quell’inconfondibile mix di accento slavo e stridio microfonico

“cover me!”

enunciate queste parole Repubblica ceca si spara una dose di adrenalina in corpo e corre verso le scale

claudicante raccolgo il fucile da cecchino e do una occhiata allo straccio di salute che mi ritrovo. fra pochi secondi qualcosa mi aggredirà alle spalle uccidendomi e lasciando Repubblica ceca da solo in balia di un’orda inarrestabile. abbandono anche l’ultimo briciolo di speranza quando un boomer appare dietro l’angolo, riempiendo il mio compagno di vomito verde ancor prima che possa raggiungere le scale.

una porta alle mie spalle si apre, ne esce un gruppo di impiegati in corsa. puntano su di me mentre ricarico. due metri, un metro, zero.

mi superano, ignorandomi.

stanno seguendo a rotta di collo Repubblica ceca, ricoperto di bile attraente. ma Repubblica ceca è veloce, più adrelinicamente veloce degli zombie alle sue spalle. corre come il figlio del vento.

realizzo di dovermi preoccupare solo di chi gli sta davanti.

imbraccio il fucile, guardo nel mirino. zoommo sugli assatanati risalenti le scale.

bam! fuori uno.

bam! fuori due. bam! diridindin, il campanellino premio del salvataggio in extremis.

in cuffia due voci provenienti dall’oltretomba iniziano a rumoreggiare, c’è il tifo.

bam! quattro. bam! bam! il razer scivola lentamente sul pad, non sto nemmeno respirando. sono posseduto dallo spirito di un cacciatore siberiano ingaggiato da Stalin.

BAM dirdindin! BAM! quanto è passato? quindici secondi? Repubblica è sull’ultima rampa. i pochi infettati che passano la mia Stalingrado vanno giù a colpi di kalashnikov cechi.

in cuffia siamo alle urla. Repubblica ceca raccoglie la tanica più lontana e raggiunge la macchina, inizia a versare

bam! dirindindin bam! bam! dirindindin!

Repubblica corre a prendere la seconda tanica, quella più vicina. la raccoglie mentre vedo guizzare qualcosa verso di lui. è la lingua dello smoker. Repubblica tenta di voltarsi e sparare. ma non vede il suo assalitore, come non lo vedo io.

è in un angolo a me nascosto, sotto le colonne del primo piano. vedo solo la sua lingua attorcigliata intorno al mio amico che si dimena contro la macchina che dovrebbe dargli la libertà, con la tanica risolutrice a due metri da lui, irraggiungibile.

trattengo il respiro, miro alla sottilissima lingua.

bam! mancata. bam! man…katana.

cosa cazzo?! ho la stessa identica faccia stranita di prima, la faccia dell’idiota della katana, che ha finito le munizioni del fucile. mentre lascio che la più assurda delusione mai prodotta da un videogioco mi assalga mi prendo un attimo per ascoltare cosa stanno urlando Russia e Svezia in cuffia

“GRE…” greatest sniper of the world? greatest effort ever made? lo so amicici, ma non è bastat…

“GRENADE LAUNCHER, IDIOT!”

a tre metri da me, per terra, da secondi che sembrano ore, c’è il lanciagranate di Svezia.

lo raggiungo, tramite quello che sembra essere lo zoppichio più insopportabile nella storia della zoppia. punto approssimativamente sulla zona della lingua. basta il primo colpo.

Repubblica ceca è libero. non è più Carl Lewis ma un vecchio come me, lento e goffo, sebbene ancora capace di versare della benzina come si deve. lo fa, poi si ferma.

perchè non parte? perchè non gira la chiave della Charger e si tuffa nelle braccia di una dolcissima rossa? in una vita di pic nic, balconi fioriti, libri di inaudita bellezza e bambini lanciati nell’aria di un parco domenicale?

perchè lascia che l’orda gli si stringa intorno in pochi istanti, sempre più vicina, più rapace, alitante odio?

lo capisco quando ormai la fine è a pochi metri, quando il caricatore del mio fratello di recente elezione è pericolosamente vuoto. non può partire perchè io sono qui, a tre piani e mille anni luce di distanza. ancora vivo.

faccio un passo avanti.

la nota bassa che dovrebbe accompagnare la mia morte da impatto viene soffocata da un rombo assordante, centinaia di cavalli americani imbizzarriti che urlano, sfondano vetrate, piegano l’acciaio, mordono il lucido marmo. pistoni, scintille, nitriti.

last man stand.

Aumenta l’organico!

Colpo di scena: da circa ieri sera, c’è una seconda persona autorizzata a scrivere in questo blog. Trattasi di Davide “Quedex” Giulivi, che i miei fedelissimi hanno già letto sotto forma di suoi post presi e barbaramente trascinati qua dentro. Per la precisione, mi riferisco al toccante Si sposa, alla splendida trilogia del curriculum (primo, secondo e terzo episodio), alle “intercettazioni” calcistiche e a questa cosa fantastica su Agassi. Ecco, appunto, Agassi: ho dato a Quedex i privilegi d’autore e gli ho intimato di mettere anche qui tutto ciò che scrive su it.fan.studio-it riguardante il tennis. Se poi ci mette anche altro, ben venga. Non ci si aspetti frequenza, perché già scrive queste cose di rado, adesso poi farà anche quello che se la tira. Ma ogni volta ne varrà la pena.

Mamma, che sviolinata. Per compensazione stavo per mettere in apertura una sua foto molto compromettente, ma ho preferito sorvolare e utilizzare quest’altra. Ah, Quedex è quello di destra. Quello a sinistra non so chi sia.

Quedex, uno che bisogna leggere


lo vedete quello pelato con l’orecchino?

è un pirata della tortuga, è venuto a bordo di un galeone battente bandiera teschiata. Ha una spada curva e consunta, un coltello nei denti e un vento fotissimo ed in evitabile alle spalle, il vento di chi vuole la coppa perchè sa che è sua.

dall’altra parte c’è Davidenko. Potrebbe sembrarvi leggermente diverso, potrebbe incuriosirvi il fatto che si chiami Medvedev, ma è Davidenko, nella sua versione 1999, come prima di lui fu Cerkasov e dopo di lui fu Nalbandian

ora, signori e signore, guardate il pirata. tira fortissimo ed angolato sin dai primi colpi, lo so, è difficile guardare altro, ma dovete fare uno sforzo, dovete andare oltre le risposte vincenti su servizi che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe essere già difficile mandare anche solo di là

andate oltre, andate verso il basso

i suoi piedi.

li vedete? vi sembra che si muovano come quelli degli altri esseri umani?

guardate meglio. ancora. ancora. ecco, avete visto?

sono sulla riga. sempre. non vanno indietro mai, M-A-I.

questa cosa non si può fare, chiedete al vostro maestro di Tennis, chiedete a Clerici: se la palla è vicino alla riga ti sposti all’indietro in modo da aprire e colpirla nel punto più consono alla sua parabola, un pò sotto la spalla

se siete fortissimi come Dogana la colpirete mentre sta ancora salendo, in modo che non abbia perso la sua forza cinetica, in modo da togliere tempo all’avversario.

ma è una cosa difficile che non si può fare su tutti i colpi. su tanti, se siete Dogana o Scozia. ma non su tutti.

guardate i piedi del corsaro: una linea retta a desta e a sinistra, eppure le sue aperture di diritto e rovescio sono immense, degli splendidi sbuffi ampi perfettamente curvilinei, come quelli che ti vengono usando qualche suite Adobe. apre le ali come una un’aquila e poco importa se la palla è appena rimbalzata a terra, se è in controbalzo pieno, di quelli che i Maldini bravissimi utilizzano spesso per tirare delle mine in porta su un rimpallo fortuito

due passi, parabola, spuff!

palla colpita piena, western di diritto e rovescio, top spin

questo ancor giovane pirata, signori, avrebbe colpito così anche le palle Maiorchine, quelle alte e pesanti che mandano in merda il mondo intero. Avrebbe sfruttato la loro potenza per mandarle di là velocemente, pesanti e angolate. In modo che dall’altra parte il suo avversario, a due metri dal fondo, avrebbe dovuto correre come un ossesso, sarebbe stato costretto a fare tutto in fretta.

e ne sarebbe stato felice. Avrebbe sentito un brivido inatteso nella schiena, un brivido magnifico e terribile: quello prodotto dallo scoprire che c’è tutto un mondo cattivo, là fuori.

impossibile dire come sarebbe finita. forse Maiorca avrebbe iniziato a tirare ancora più forte, più veloce. Forse i suoi capelli sarebbero diventati biondi e all’insù, e il suo cuore avrebbe iniziato a pompare elettroni e protoni invece di plasma e cellule.

in ogni caso sarebbe stata una partita da vedere con le lacrime agli occhi, le stesse che mi sono venute sulla palla break annullata dal pirata con risposta profonda e volèe angolata nel sette, seguita da smorzata successiva.

andò a finire nel libro di Gilbert, quella volèe, la Graf disse che saltò sugli spalti senza sapere ancora perchè, vedendola.

Andrè che va a rete su una palla break importantissima, spinto da un vento pirata. lui che ci andava poco e spesso male senti il vento, tirò su le ancore e si lasciò spingere.

io saltai in piedi urlando “SIIIII” a pugni stretti e con il battito cardiaco a livelli di guardia, nel 1999.

l’ho fatto ancora adesso, forse anche più forte.

Usenet Amarcord #12

Riprendo in mano una rubrica morta e sepolta da oltre un anno per chiudere una trilogia rimasta mestamente, ingiustamente, ingiustificabilmente aperta. La trilogia del curriculum, che nel mondo al di fuori di questo blog si era chiusa a giugno 2007 e che oggi trova compimento anche qui, per il piacere di chi l’aveva seguita su queste pagine e non nella sua sede originale. Per chi non sappia di cosa sto parlando, qui trovate la prima parte e qui la seconda. Senza averle lette, ve lo dico, non si capisce un cazzo di quanto segue. Leggerle, ve lo dico, è molto divertente.

Ah, ovviamente tutto questo non viene pubblicato oggi per caso: auguri, vecchio.

Quedex, 14 giugno 2007

teenage wasteland

Cane, io capisco che tu avevi una attività avviata.

un cospicuo numero di dipendenti, un datore di lavoro demente che adorava i tuoi servizi fotografici, una certa discrezionalità nel ricattaggio nei confronti delle giovani pulzelle

una inebriante sensazione di poter incutere sacro timore nei meschini scansafatiche che tu avresti certamente estirpato, guadagnandoti il giusto compenso.

perfino una macchina nuova

capisco che sia stato sgradevole il crollo con cui tutto è venuto giù, come neanche la torre di Sauron, tirandosi dietro dipendenti, fotoreportage, contratti pluriennali

il tutto per un rivolo di Glenlivet versato nel fiume fato

ma insomma, addirittura schiattare, mi pare una reazione eccessiva.

ora, se tu fossi morto un mercoledi mattina, di infarto, di overdose, di una delle tante cazzate disfunzionali che mettono fine alle peripezie della razza tutta, avrei accolto la notizia con distaccato disinteresse.

anzi, forse mi sarebbe dispiaciuto non essermi goduto i momenti della tua dipartita (contrattuale), che avrei certamente condito con un bel tot di prese per il culo

ma tu amico, sei morto la domenica pomeriggio, e ti ha trovato solo Grissom tre giorni dopo sfondando la porta, richiamato dal puzzo.

tu amico, sei morto durante la finale del Roland Garros.

è solo quando ho collegato il momento alla notizia, ho aggiunto il sale alle tequila, che sono scoppiato in un incontrollabile ROTFL, di fronte agli occhi un pò sdegnati dei colleghi.

ahahaha, amico, il Roland Garros.

ci ho pensato un pò prima di scrivere questo post. ci sono comprensibili motivi per cui non è granchè prendere per il culo lo schiattamento, anche quello di un solitario pezzo di merda come te.

poi però ho deciso di scriverlo. ho messo su Baba O’riley in loop e l’ho buttato giù perchè mi andava di farlo. mi andava di farlo prima di morire un qualsiasi mercoledi mattina.

comunque, se ti può essere di conforto, visti gli sviluppi vorrei poter cambiare qualcosa. tornare indietro quel tanto da poter modificare lievemente lo scorrere degli eventi.

la finale, insomma, la rigiocherei.

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Usenet Amarcord #011


È dallo scorso aprile che non mi diletto nel recupero di materiale usenettaro da riciclare qua dentro. Salvo la rubrica da morte naturale con una roba che, oltretutto, proprio proprio “amarcord” non è, dato che risale a una settimana fa. Ma vale davvero la pena di condividerla con chi non segue it.fan.studio-vit. Prima di leggerla, però, fate un salto qui. È davvero necessario, e comunque si tratta di una breve, divertentissima e indispensabile premessa, prima di lasciare la parola a…

Quedex, 26 gennaio 2007

preparazione curriculum – Episodio II

si amico, lo so, nulla poteva andare storto.

non c’era proprio alcuna chance che tutto andasse a puttane. c’erano cose solide su cui tu, cazzo massimo, amico dei senatori, amministratore diddio, potevi contare.

perchè siamo qui a parlare allora? ma per celebrare quello che ne io, ne te, ne nessun altro poteva prevedere. per celebrare l’insondabile, l’inatteso, l’imprevedibile.

perchè certo io non arrivavo a immaginarlo. tu si, dici?

ahah, amico, almeno adesso, alla fine, evita di propormi questa sbobba del cazzo duro che controlla tutto. il manico del coltello, il legno del kalashnikov, ahahah, suvvia.

alla fine tutto è iniziato da una cazzata. una telefonata andata storta, uno scioperino di pezzenti che alzano la testa. il budget certo non se ne era accorto. non se ne era accorto nessuno, dai.

tu però l’hai presa male, malissimo. nei tuoi panni pure io. dico, sono cazzo massimo e questo barista dimmerda…

no, ma barista è formale, ci vorrebbe qualcosa di più alla mano. ecco, come al solito tu avevi trovato il nome giusto: ladro e scansafatiche.

certo ammettiamolo, che questa cosa fosse infestata da un pò di sfiga, dovevi capirlo un bel tot fa.

prima lo staff di avvocati che tira fuori questo cavillo di merda sui sindacalisti non trasferibili in culonia. poi la storia del cane.

ahah, si il cane serbo. buono quello. si appostava in mezzo alle siepi, dietro le colonne, armato di macchina fotografica, intento a sgamare l&s nel momento in cui ladrava e scansafaticava. solo questione di tempo, non c’era fretta.

cane d’altronde efficiente lo era. sgamava i receptionist che dimenticavano di registrare le zoccole, a tutto favore della pace interiore delle mogliettine. fotografava i lavapiatti che si facevano la partitina a carte nei tempi morti.

certo appena gli hai dato un pò di guinzaglio, cane si è allargato. i suggerimenti alle cameriere ventenni di essere carine con lui poteva evitarli. ma a te giustamente, cazzo te ne fotteva?

a ladro & scansafatiche il culo non poteva durare. lui e il suo amico cultura mongola (si dai, quello con “o bella ciao” come suoneria) avrebbero ripreso ad offrire la vodka alle hostess carine. avrebbero ingollato tequila e limone alzando a manetta il volume delle bang & olufsen, portando una vedova agli amici in occasione della finale.lo avrebbero fatto, e cane sarebbe stato li. anzi, hai comprato un’intera slitta a cane, che le ricostruzioni tridimensionali richiedono più macchine, più fotografi, più cani.

e certo non potevano preoccuparti gli scioperini. con cane che te ne segava due al mese, chi osava alzare la testa? nessuno ovviamente.

ed è qui, proprio mentre in cuffia parte l’attacco di knopfler, che è il momento di parlare di quello

di quello, quello da cui siamo partiti. l’imprevisto.

a trarti in inganno è stata la stanza dei bottoni. bella e efficiente, sembrava in cima al monte, ma in realtà controllava un pescetto scodazzante in una vasca più grande.

mettiamola così. la tua stanza controllava il pescetto alberghi. uno spunto nella vasca piena di pescioni tipo i giornali, le assicurazioni, le pubblicità. pescioni seri, insomma.

nel complesso, pescetto, era l’8% del vascone.

ora, modi di attirare l’attenzione dei pescioni non ce ne sono. ai pescioni da che mondo è mondo, non gli ne fotte un cazzo dei pescetti. hanno cose ben più importanti a cui pensare.

a meno che non bevano glenlivet.

eh si, mr 92%, chiamamolo così, beve glenlivet.

ahah, ma parliamone. quante erano le possibilità che mr 92% si sedesse davanti a ladro & scansafatiche? e che per caso rendesse nota la sua identità? minchia, neanche il superenalotto.

no aspetta, ahahah, aggiungiamo il fatto mr 92% si siede al banco nella settimana del macef, la più imbordellata dell’anno senza tema e che, inspiegabilmente, la hall sia vuota.

ora, l&s e il suo collega avrebbero potuto prendere la cosa dal lato sbagliato. mr 92% avrebbe ascoltato per un pò le acrobazie della slitta, e poi avrebbe inziato a dimenticarsi tutto. che da che mondo è mondo non c’è sguattero che non si lamenti del suo capo.

ma l&s e il collega la prendevano dal lato giusto. perchè insomma, il fatto che tu abbia segato le squadre degli ultimi due mesi perchè “non abbastanza chic” non è stata una furbata. e i prezzi delle camere decisi alla cazzo da te, che ci hanno resi vuoti durante la fiera più importante dell’anno, vogliamo dimenticarli?

ahah, le risate che ci siamo fatti parlando del rivestimento della fontana, fatto rifare da te tre volte perchè il colore, una volta messa l’acqua, non andava bene.

ora che ci penso, a ridere ero soprattutto io. mr 92% sembrava, come dire, crucciato.

ora, magari ai pescioni l’idea era già venuta da un pò, ma a me fa piacere pensare che l’ultima settimana, passata ad aspettarti sulla riva del fiume, sia anche un pò frutto del glenlivet.

e il fatto che tu non sia passato da solo, ma accompagnato dagli scatoloni ripieni delle ceramiche della fontana, del tek con cui avevi ricoperto la suite in cui vivevi da 15 anni, bè, ammetterai, rende il tutto più spassoso.

vogliamo parlare del fatto che in acqua non ci sei finito con classe? che alla sorgente del fiume ti hanno visto sbraitare tanto che hanno dovuto chiamare la sicurezza (si amico, quella da te assoldata per segarmi) per accompagnarti fuori?

(peraltro, cazzo massimo, la camera 420, la tua. quella con il plasma da 60″ e il quadro fatto da te, adesso la affittano come una camera qualsiasi. mi sa che a giorni la occupo io a prezzo pieno, giusto per lo sfizio di pisciarci, sul tuo quadro)

ahaha, amico, lo so. morto te ne arriverà un altro. il mondo è pieno di stronzi, e magari quello nuovo è pure peggio. chiuderà, venderà, mi sparerà, chissenefotte.

ammetto di avere già abbondantemente brindato al momento. tirando dentro un paio di hostess.

e si, la vodka era la tua.

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Usenet Amarcord #007


Appuntamento anomalo con la rubrica Usenet Amarcord.
Questa volta non propongo post o discussioni particolari, ma stralci da anni di post di un certo barista. Notizie e spettegules dal fantastico mondo del calcio parcheggiato in albergo.
Così, a caso, senza un filo logico e sicuramente con una cronologia del tutto sballata. Da prendere come vengono, nella speranza di non essermi dimenticato cose fondamentali.
(Ah, le parti in corsivo sono pezzi di messaggi a cui il nostro eroe rispondeva)

dato che la Juve ha perso il campionato il campionato è regolare
se invece l’avesse vinto sarebbe stato irregolare e lo scudetto rubato
ciò è la palese dimostrazione che un campionato è regolare solo quando la juve non lo vince

davvero?
ok, ecco perchè i giocatori della lazio, insieme a quelli della samp e della fiorentina, si fanno SISTEMATICAMENTE delle belle trasfusioni di sangue il giorno prima della partita
il loro stesso sangue, per inciso
è una forma di doping vietata, se non erro

come mi pare sia vietato corrompere gli arbitri, ma da noi si regalano lettori dvd portatili e l’inter fc invia delle belle troie russe nella notte del sabato (voto alle troie 9)

un pò di anni fa Zenga venne omaggiato di una porsche gialla da parte della squadra avversaria

ah, per non parlare di qulla volta che Moggi si mise ad urlare al telefono ad un cronista della gazzetta che dare voti bassi a tal giocatore della juve, in fase di vendita, voleva dire autolimitarsi a scrivere per il corriere dell’oratorio di biella

oddio, perfino il fantacalcio è sballato…sigh

Moggi: “La juve non ha mai preso contatto con l’inter per Vieri”
due sere prima stava urlando al telefono perchè la trattativa era lunga ed il prezzo troppo alto

Su Moggi:
“cioè, io ti trovo un posto alla gazzetta e tu mi dai 4 ad un giocatore che ho appena messo sul mercato? vedi di far diventare quel 4 un 6 prima di andare in stampa o tu non scriverai più nemmeno per il giornale della parrocchia”

“sig. Collina come sta? è sempre un piacere avere lei come arbitro. per lei e i suoi collaboratori ho lasciato un piccolo omaggio alla reception, e buon lavoro!”
(il piccolo omaggio erano tre videocamere digitali della sharp)

ma non dite che lo fa solo lui, vogliamo parlare dell’hi fi verticale b&o lasciato dalla roma?

tutto di fronte a tutti?

senza preoccuparsi eccessivamente, diciamo

lascia i pacchetti ai portieri da consegnare, spesso dettando cosa scrivere sul biglietto
più frequentemente parla direttamente con i vari personaggi, al bar, comodo e rilassato.

in realtà gira talmente tanta roba (intendo regali, donne) intorno a giocatori, organizzatori, arbitri, procuratori che è difficile capire cosa è un regalo lecito e cosa non lo è

tra sponsor, squadre che cercano contratti e fan arriva un pò di tutto. vieri ad esempio riceveva abitudinalmente dei pacchi immensi dalla virgin con dentro qualche centinanio di cd. Vieri cazzo aveva a che fare con la Virgin? magari c’era andato due volte, e questi per una foto da esporre lo sommergevano di musica, talmente tanta che dopo un pò la lasciava a noi, finchè quelli della virgin hanno capito che si era rotto

e poi i procuratori si siedono davanti ad un tavolo, snocciolano milioni al telefonino, fanno dei “regaloni” (roba hi tec, ma anche auto!) per ingraziarsi il giocatore di turno. nessuno chiede “ma tu hai regalato della roba ad un arbitro” perchè tutti quelli coinvolti nel giro lo fanno, gli arbitri dovrebbero rifiutare un regalo dallo sponsor della juve? non credo, dato che tanto l’inter farà lo stesso.

cmq è gente molto bella. arbitri e giocatori sono quelli che producono, intorno a loro c’è un mondo di parassiti che vive di percentuale o di briciole

questi si scannano, esattamente come i malavitosi intorno al bottino

detto questo non credo che il campionato sia “deciso” a tavolino. ma solo perchè questa gente sa che è meglio non rompere il giocattolino.

Oggi ho servito cappuccino o caffé a:

Pelè
Altobelli
J. M. Pfaff (Heineken alle 10.20 AM)
Platini
Tardelli
Oriali
Beckembauer
Matthaus con una bruna le cui forme sono prova palese dell’esistenza di Dio
Il terzino tedesco che ha fatto gol in finale con l’argentina

di minore levatura:
Bierhoff
Maldini jr
Simone
Vieri + velina
Ronaldo
Albertini
Portiere francese di colore che non so il nome
Frey

fauna varia di assoluta levatura morale:
M. Mosca
Moggi, che ha gentilmente fatto trovare il conto strappato sul tavolo e se ne è andato senza pagare come sempre
Callendo
Skleranikova
Biscardi
Cantante dei Simply Red
Quarantenne ricciolo che fa le interviste su italia 1, simpatico come il virus dell’hiv

Curiosità: alle ore 14.50 uno dei tedeschi ha puntato verso il bar trascinandosi 200-250 tifosi assetati
alle 15.50 erano state finite
8 casse Heineken
6 casse Becks
6 casse Bud
6 casse Peroni
si continuava vendendo nastro azzurro in lattine calde, che i tedeschi bevevano con nonchalance

Curiosità2: nella camera 616 american express e ford hanno impilato nr. 50 PS2 e 50 copie FIFA 2001 PSOne da consegnare come gentile omaggio ai dirigenti invitati a vedere la partita

per gli altri una maglietta con su scritto “welcome to the final”

Curiosità3: Matthaus è indubbiamente il più simpatico ed educato dei VIP insieme ad un ragazzo che oggi allo stadio si veste da orsetto facendo “wheee wheee”

Curiosità4: verso le 11 AM una signora bionda lamentava la scomparsa della figlioletta, quindi non posso escludere la presenza di Gizmo in incognito

è tutto, grazie per l’ascolto

ieri ho avuto il piacere di vedere la partita della juve a fianco di Cosmi e combriccola varia

vedere le partite di calcio vicino a chi lo gioca ad altissimo livello è istruttivo, si possono raccogliere le perle di saggezza di chi ha l’occhio tecnico e conosce le dinamiche dell’azione in ogni particolare

thuram (si scrive così?) si ritrova una palla appena decente davanti alla porta, la stoppa alla grande ma fa una roba sbilenca a metà tra un cross e un tiro in tribuna

Serse “ma tu guarda che puttanata che ha fatto sto coglione, questo sotto rete è veramente un africano”

(nella combriccola ci sono dei tizi moretti, ma a occhio sembrano brasiliani)

ad un certo punto arriva una palla alta vicino all’area piccola che del piero appoggia in maniera poco decisa verso un compagno, anticipato tranquillamente dal portiere, mi pare

io dico al mio collega “ma era un tiro o un passaggio?”

mi risponde direttamente Serse: “ci fosse stato un qualsiasi altro giocatore la metteva in porta, ma che cazzo vuoi che faccia quel frocetto di testa, salta due centimetri e un cazzo”

non che la settimana prima quell’altro, malesani, fosse meglio eh. lui faceva i commenti tipo bar sport “‘sti juventini fanno i falli e poi protestano, solo capaci di rubare”

tornate a casa e vi trovate ronaldo in salotto.
cosa fate e perché.

gli chiedo cosa ne pensa la sua giovane mogliettina di tutte le troie russe e bionde che si porta in hotel

mi ricordo del caso Ronaldo che andò con una da 100 milioni a colpo.

ma per favore, se stiamo parlando della tipa brasiliana che Ronaldo “non conosceva perchè era un bravo marito” era sì oscenamente figa, ma veniva intorno ai due milioni a botta, non di più
peraltro la tipa se ne fotteva e girava per la camera spesso totalmente ignuda. bei tempi.

l’allenatore del messina guardando la partita della juve con i giocatori ha detto che ibrahimovic con il destro fa le acrobazie, ma con il sinistro non è proprio capace, e non ci prova nemmeno

“quindi se vi fate saltare siete doppiamente stronzi. avete solo un piede da curare”

zio, che dici, sono cazzate?

ieri ho portato la colazione alla ragazza (moglie?) di morfeo

scopabile assai

assomiglia alla salerno, ma magra e giovane

giusto oggi parlavo con un collega di quanto sia diversissima la gestione dei giocatori tra le varie squadre.

palermo, ascoli, messina, lazio, lecce: i giocatori fanno un pò quello che cazzo gli pare. sono in piedi tardi il giorno prima del match, bevono i crodini e gli amari, magnano patatine e robaccia

udinese e chievo: i giocatori stanno abbastanza schisci, magari una nocciolina o un tostino di nascosto, ma se li sgama cosmi partono gli urlacci

juve: nessuno si azzarda a fiatare, se sulle direttive c’è scritto di non fiatare. e tutti in camera alle 10.30

Tizio sconosciuto con completino cravatta-giacca-lazio: “mi raccomando, anche se ve lo chiedono non servite nulla ai giocatori”

Quedex: “certamente”

ore 8.30

Mancini: “mi raccomando, ai giocatori potete dare solo il caffe dopo pranzo”

Quedex: “certamente”

ore 12.30

Mihajlovic: “vorrei un bottiglia di champagne”

Quedex: “ma…”

Mihajlovic: “voglio una bottiglia di champagne”

Quedex “certamente”

non la vuole servita nella sua camera, la 328, ma alla 623. spingo il carrello con il sois glas e vedo, dalle porte aperte delle 621-622 che sono le camere dei massaggi.

entro e Sinisa solleva lo schienale della panca in modo da stare seduto.
apro lo champagne e gli passo un flute, lui sorseggia lentamente. il massaggiatore continua alacre.

“aaahhh. metti sul conto della squadra”

quest’uomo titolare a fantacalcio per sempre 🙂

immagine del giorno: Altobelli in completo di chic che usa un palmare tocchettando con il pennino.

La tormenta di neve.

è ancora fresca dai, anche se ti circonda la macchina riuscirai ad uscire

o meglio ci riuscirai se hai una macchina decente. la mia 106 è uscita subito, la matis del mio collega facchino anche

se hai il ferrari no. il ferrari si impantana con 10 cm di neve. se sei un’extracomunitario brasiliano con il ferrari sei veramente nella merda, anzi nella neve.

meno male che ci sono i civili baristi italiani a darti una mano a spingere. certo, visto che tu non fai altro che far slittare le ruote (larghe un fottio, aggiungerei) ad un certo punto ti ritroverai anche tu a spingere la macchina lasciando in folle.

peraltro, non vorrei dirlo, ma tra me e l’extracomunitario cristone quello che spingeva di più ero CERTAMENTE io.

ah, rotfl, i giocatori dell’ascoli che dalle finestre ti prendono per il culo “dai che dormi in macchina stanotte!”