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Vero come la finzione


Stranger Than Fiction (USA, 2006)
di Marc Forster
con Will Ferrell, Maggie Gyllenhaal, Dustin Hoffman, Emma Thompson, Queen Latifah

Harold Crick è un uomo triste e solitario, che vive una mediocre esistenza da agente delle tasse, fissato coi numeri, adagiato sulle sue monotone abitudini. Una mattina, mentre si lava i denti, sente una voce di donna nella sua testa. Una voce che non parla con lui, ma parla di lui. La sua voce narrante, che racconta della sua vita, dei suoi incontri, dei suoi sentimenti. E della sua imminente morte. La voce è quella di Kay Eiffel, una famosa scrittrice che sta cercando di ultimare il suo nuovo romanzo e che non sa di stare decidendo, con la sua macchina da scrivere, della vita di un uomo.

Da queste intriganti premesse, Marc Forster trae una deliziosa commedia agrodolce, romantica e sognante, graziata da attori meravigliosi e da un Will Ferrell che – udite udite – tiene la scena anche meglio di quando fa lo scemo urlando tutto il tempo. La sceneggiatura, firmata da un pressoché esordiente di nome Zach Helm, parte da un’idea divertente e affascinante che, oltre a raccontare una bella storia, propone temi di peso. Forse non vi affonda i denti più di tanto, ma offre comunque l’occasione di riflettere sul libero arbitrio e sul senso di responsabilità.

Ma soprattutto Stranger than Fiction (traduzione letterale, proprio) è un bel film. Curato nei dettagli, nelle piccole cose, nelle belle scenografie e nelle invenzioni visive, originali ed efficaci, mai ostentate o invadenti. È un film fatto di dialoghi e caratteri, di bravi interpreti e di belle atmosfere. Pacato e adorabile, dolce, magico e commovente. Ce ne fossero!

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Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

Harry Potter and the Prisoner of Azkaban (USA/GB, 2004)
di Alfonso Cuarón

con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson, Gary Oldman, David Thewlis, Alan Rickman, Robbie Coltrane, Michael Gambon, Emma Thompson

Dopo i due orrendi, piatti e noiosissimi film di Chris Columbus, finalmente Harry Potter viene preso in mano da un regista con le palle e trova una sua identità, forse non destinata a durare, dato il successivo nuovo cambio dietro alla macchina da presa, ma certo convincente. E meno male, visto che i primi due episodi mi erano piaciuti tanto da farmi passare la voglia di andare al cinema per i due successivi.

Cuarón regala ai personaggi delle psicologie, mostra di avere un’idea di cinema, abbandona i toni eccessivamente addolciti dei primi due episodi e confeziona un film elegante, curato, solido nella sceneggiatura e debole solo nella parte finale, che non riesce a offrire la giusta emotività, forse per un’eccessiva fretta nel tirare le fila.

Certo, aiutano i primi effetti speciali davvero convincenti della serie e più in generale la crescita dei personaggi, che meglio si prestano a tematiche non dico adulte, ma quantomeno interessanti. Ma i meriti dell’uomo dietro alla macchina da presa sono evidenti, anche nella bravura con cui dirige un cast davvero azzeccato e in parte. Cast che fra l’altro mi sono gustato per la prima volta in originale, apprezzando finalmente gli effetti dell’imposizione della Rowling sull’utilizzo di soli attori britannici.

Insomma, il terzo Harry Potter è un bel passo avanti. Non che ci volesse molto.