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Jack Reacher: Punto di non ritorno

Quattro anni fa, il primo Jack Reacher non lasciò esattamente tutti estasiati o preda dell’amore e sicuramente aveva i suoi limiti, ma sembrò comunque poter porre le basi per un’altra bella serie di film in cui Tom Cruise avrebbe avuto modo di lanciarsi in stunt improbabili per gli anni che si porta, nella malcelata speranza di non arrivare vivo alla pensione. Se lo chiedete a me, non funzionava fino in fondo, anche per colpa di un Cruise forse non adattissimo al ruolo, pur al di là delle differenze fisiche rispetto al personaggio originale, ma era un film per molti versi delizioso, con tre o quattro scene stupende e soprattutto una personalità fortissima, quel tono da thriller di una volta come non ne fanno più. E il seguito, invece, come lo inquadriamo?

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Below (USA, 2002)
di
David Twohy
con
Matthew Davis, Bruce Greenwood, Olivia Williams, Holt McCallany

Sei anni dopo l’esordio cinematografico con l’intrigante The Arrival, due anni dopo la conferma giunta con l’ottimo Pitch Black, David Twohy continua a portare avanti la sua idea di cinema con questo bel thriller di profondità. Un cinema di intrattenimento senza mezzi termini, il suo, realizzato con arte e passione, partendo sempre da soggetti interessanti, curando minuziosamente le sceneggiature e divertendosi a giocare coi generi.

Questa volta Twohy miscela il classico film di sommergibili e le suggestioni di un’altrettanto classica ghost story. Non mancano tutti i momenti tipici dei due generi, ma in più punti si nota la voglia di rielaborare con un taglio originale e innovativo gli stereotipi cui siamo abituati. Significativa, in questo, la splendida e agghiacciante sequenza della bomba che rotola lungo lo scafo del sommergibile.

La storia oscilla continuamente in bilico fra realtà e sovrannaturale, insinuando dubbi nello spettatore e non svelandosi del tutto fino quasi alla fine. Il meccanismo funziona alla perfezione e la suspence è assicurata per tutto il film. In particolare, è impressionante la padronanza registica ostentata da Twohy, che invade gli angusti corridoi del sommergibile con angoscianti piani sequenza, piazza sempre la macchina da presa dove meglio non potrebbe stare e dimostra una comprensione dei meccanismi della suspence quasi imbarazzante.

Convince forse un po’ meno, una volta tanto, la sceneggiatura, che, soprattutto negli ultimi minuti, sembra fare un po’ fatica a tirare le fila del discorso. Un difetto comunque veniale, in un film, il terzo consecutivo, decisamente riuscito.