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X-Files – Stagione 9

La nona stagione di X-Files è meglio dell’ottava stagione di X-Files. O, insomma, è meglio di quel che mi ricordo dell’ottava stagione di X-Files, che dopo otto anni di processo di rimozione inconscio per autodifesa, beh, non è molto. Anzi, se devo essere sincero, non mi ricordo nulla, mentre ricordo tutto sommato abbastanza le precedenti annate. Sarà un caso? Comunque, sono andato a rileggermi quel che avevo scritto dell’ottava stagione di X-Files e, beh, sì, mi sento di affermarlo con forza: meglio la nona. Non che sia un grosso risultato e, intendiamoci, non che per questo ne venga fuori una stagione della madonna, ma la sostanza è che mi sono messo a guardarla solo perché a breve arriva la nuova miniserie e io c’ho le mie manie ossessivo compulsive di completezza, m’aspettavo di soffrire come un cane per diciannove episodi e invece sono tutto sommato andati via in maniera innocua, fra qualche porcheria, qualche puntata inutile e qualche bella sorpresa. Poteva andare peggio.

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X-Files – Stagione 8

The X-Files – Season 8 (USA, 2000/2001)
creato da Chris Carter
con Robert Patrick, Gillian Anderson, David Duchovny

Il bello dell’ottava stagione di X-Files è che non c’è. Il bello, dico. Non c’è. Ci sono elementi d’interesse, qua e là, ci sono anche un paio di belle idee, ma tutto viene frustrato da una realizzazione mediocre, dozzinale, da una scrittura impresentabile, da personaggi che si perdono nel vuoto cosmico di caratterizzazioni andate a puttane, dall’evidenza palese di una brodaglia stracotta e ormai insapore. Fa vomitare, l’ottava stagione di X-Files? No, non fa vomitare. E forse è questa la cosa peggiore: non puoi neanche darle la dignità trash di un prodotto completamente schifoso. No, è semplicemente insulsa.

Per quanto frutto delle paturnie esistenziali di Duchovny, levarsi dalle palle Fox Mulder poteva essere una bella idea. Perlomeno nell’ottica di cambiare un po’ le carte in tavola e rilanciare una serie sotto certi versi ormai agonizzante. In fondo Doggett è un personaggio con del potenziale, invigorito dall’interpretazione passionale di Robert Patrick. E poi la svolta isterica di Scully, che cerca in tutti i modi di non far rimpiangere l’assenza del suo svanito compagno, è drammaturgicamente intrigante. Ma pure il tentativo di ritorno alle origini, col rilancio insistente del freak della settimana, ha il suo perché.

Peccato che tutto vada a puttane per colpa di sceneggiature da circo degli orrori. Peccato che la saga iniziale, dedicata al rapimento di Mulder e alla posticcia rinascita della cospirazione aliena, faccia acqua da tutte le parti. Peccato che Scully sia letteralmente insopportabile, sempre sull’orlo del pianto, sempre pronta a tirar fuori il pancione per uscire dalle peggiori situazioni, devastante nei suoi terrificanti e insostenibili monologhi. Peccato che Doggett sia mostruosamente sottosfruttato. Peccato, infine, che un personaggio forte, intrigante, cazzuto come Skinner sia ridotto a una debole macchietta, che non fa altro che parlare di alieni, strepitare e dare a Scully una spalla su cui piangere.

Insomma, l’ottava stagione di X-Files è a dir poco trascurabile, ha la sua buona dose di episodi brutti e una manciata di episodi guardabili, quasi divertenti, ma che ti lasciano addosso quel senso di mediocre incompiuto, quella fastidiosa sensazione che la serie abbia ampiamente varcato il labile confine che la separava dal ridicolo. E anche nella seconda parte di stagione, quando Mulder torna a dare un po’ di pepe aizzando tafferugli con Doggett, la situazione non migliora poi molto.

Aumenta il tasso d’azione, si prova a far venire al pettine qualche nodo, si ammazza almeno un personaggio di primo piano, ma suona tutto vuoto e spento, scivolato nel mediocre e nell’adolescenziale. Proprio poca cosa, talmente poca che potrebbe essere in grado di sconfiggere la mia mania di completismo: io non lo so, se ho voglia di guardarmela, la nona stagione di X-Files.

Quando l’amore brucia l’anima

Walk the Line (USA, 2005)
di James Mangold
con Joaquin Phoenix, Reese Witherspoon, Ginnifer Goodwin, Robert Patrick

Quando l’amore brucia l’anima, a me si bruciano i coglioni, perché davvero un titolo così non si può vedere. Ma d’altra parte bisogna ammettere che la dozzinale banalità di un adattamento che mortifica l’originale Walk the line in una roba da fiction televisiva è tutto sommato adatta al caso, visto che il film di Mangold è – se non dozzinale – quantomeno banale, prevedibile, già visto mille volte.

Tutte le regole non scritte, tutti gli stilemi del polpettone biografico sono sciorinati e rispettati, anche al punto di stravolgere in pieno elementi importanti del testo ispiratore. O così pare, se è vero come leggo in giro che il rapporto padre/figlio raccontato da Cash è ben diverso da quello che si vede nel film. Ma d’altra parte, che fai, in un film che racconta la tormentata vita di un vero eroe americano non potrai mica negarti un bel conflitto di quelli tosti, con sensi di colpa reciproci e accuse feroci, no?

No che non te lo neghi, piuttosto sorvoli sulla profonda religiosità del Johnny Cash, ridotta al rango di nota a margine per concentrarsi invece sulla romantica serie di “ti prendo, ti respingo, ti piglio, ti lascio, ti mollo, ti cancello” fra lui e lei. E sul tour itinerante con Elvis e Jerry Lee, pure, che fa colore e fa leggenda. Tanto a tenere in piedi il film ci pensano Reese, che è bella, brava e canta pure meglio di June Carter, e Joaquin, che fa veramente spavento (e a vederlo che si strugge per la morte del fratello un brividino ti ci sale per forza, lungo la schiena).

Ma che poi, intendiamoci, il problema vero è l’averne già visti tanti, forse troppi, di drammoni di formazione, di complicati e contorti rapporti fra padre e figlio (che poi funzionano sempre bene e il respiro intenso te lo fan venire), di romantiche passioni fra uomini in disgrazia e angeli salvatori. E pure un po’ il fatto che Cash, sì, ok, lo so chi è, e i suoi American Recordings sono meravigliosi, ma non sono nato in Kentucky e per me lui non è Capitan America, è solo un cantante un po’ famoso, che mi dicono essere una leggenda.

E alla fine, in un film del genere, così programmaticamente, sistematicamente, inevitabilmente uguale a tutti gli altri, a fare la differenza sono loro, gli interpreti, intensi, vivi, veri. E lei, la musica, vibrante, proprio da loro due cantata in maniera strepitosa e toccante. Ecco, alla fine Walk the Line è soprattutto chi. Chi viene raccontato, certo, ma più che altro chi ce lo racconta. E son dei “chi” per cui tutto sommato può valer la pena di sciropparsela, quest’ennesima storia di vita in cui tutto quel che accade è telefonato mezzora prima.