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Justice League

Le cose inaspettate. Justice League è riuscito, per brevi attimi, a titillarmi quello spirito da bimbo nerd che si gasa davanti ai supereroi che fanno cose sul grande schermo. È una sensazione che ho menzionato varie volte nelle mie chiacchierate per iscritto, durante questi anni di gente che si mena in pigiama al cinema, ma che negli ultimi tempi di overdose, assuefazione e placida abitudine, si era persa come lacrime nella pioggia. E invece, chissà come mai, su quell’ingresso in scena di Wonder Woman che sgomina i terroristi, con Gal Gadot che si muove potente, divina, velocissima, parando proiettili coi polsini come neanche Lynda Carter poteva sognarsi di fare, m’ha colto il brividino. Mi sono proprio gasato. Certo, è stato l’unico momento capace di colpirmi in questa maniera, nonostante – vado a spanne – un’oretta delle due che compongono il film sia dedicata alle scazzottate superpotenti, ma insomma, meglio che niente. E, in questo senso, quello del gasamento “basso”, sensoriale, stupido e incontrollabile, tocca dedicare una menzione d’onore a Danny Elfman, che non butta completamente nel cesso il lavoro fatto da Hans Zimmer e Rupert Gregson-Williams nei film precedenti ma firma coi guanti da forno (campane in ogni dove!) e infila il suo vecchio tema di Batman ogni volta che può (e omaggia anche il Superman di John Williams, seppur in maniera molto timida). Che cicci.

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Batman v Superman: Dawn of Justice

Batman v Superman: Dawn of Justice prova a raccontare quattro film in uno e fa una fatica boia a riuscirci, impappinandosi già a partire da un titolo che sembra uscito dai listini di un negozio di videogiochi. Quello principale è il seguito diretto di L’uomo d’acciaio, un secondo film su Superman nel quale si racconta talmente tanta roba che potevano tranquillamente venirne fuori due. Ma poi c’è anche il film sul nuovo Batman (un Ben Affleck dalle fattezze cubiche che, se lo chiedete a me, è il miglior cavaliere oscuro mai visto al cinema, sia quando fa Bruce Wayne, sia quando il suo stuntman si mette il costume, nonostante il suo personaggio sia vuoto e sprecatissimo). E poi, ovviamente, c’è il primo episodio del telefilm cinematografico dedicato ai supereroi DC, quello messo assieme in fretta e furia per affiancarsi all’impero Marvel. E nessuno di questi quattro film ne viene fuori particolarmente bene, anche se, forse, nessuno di loro è davvero disastroso.

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La settimana a fumetti di giopep – 20/10/2007

Novità
Crisi Infinita ***
Crisi Infinita, letta tutta d’un botto, sinceramente non mi è parsa male come la si dipinge. Certo è una storia tutt’altro che eccezionale, niente più che l’ennesima maxisaga piena di gente che fa a botte, poco più che un Guerre Segrete disegnato meglio. Soprattutto, anche nel confronto con Civil War, paga quella che è poi la differenza più “luogocomunista” fra DC e Marvel, con una storia troppo incentrata sul conflitto di scala cosmica, sulle mazzate universali, sulle divinità assolute, e troppo poco attenta ai personaggi. Un gran caos di eventi e azione, che diverte dall’inizio alla fine, ma tocca davvero pochino il cuore e lo stomaco. Al limite, ci si potrebbe un po’ commuovere per le vicende dei personaggi storici, ma si tratta comunque di gente che non calca le scene dagli anni Ottanta (e la cui “vera” vita editoriale risale a ben prima), e francamente mi chiedo perché dovrei essere toccato dai drammi di personaggi per i quali non provo affetto. In compenso, rispetto a Civil War, Crisi Infinita dà più l’idea di una storia fatta e finita. Vero che l’assunto di partenza è basato su altre cinquantamila saghe precedenti e può risultare confuso a chi non le ha lette, vero che vengono appositamente lasciati discorsi in sospeso, ma perlomeno non c’è quell’impressione di coito interrotto lasciata addosso dalla saga Marvel. Che però, tocca ribadirlo, mi è parsa molto più sentita e coinvolgente.

Superman – Crisi Infinita **
Una mezza robetta, una scusa per giocare un po’ con la nostalgia sfruttando il caos di universi generato da Crisi Infinita. Inutile.

Batman – Un anno dopo ****
Un nuovo gran bel punto di partenza per il pipistrellone, non a caso scritto da uno sceneggiatore di razza come James Robinson. Personaggi, prima che mazzate, approfondimenti, studio dei rapporti fra i protagonisti e un bel crescendo che porta al ritorno in scena di un vecchio amico e allo stabilirsi di un nuovo status quo. Certo non un capolavoro, ma di sicuro un bel modo per ricominciare dopo Crisi Infinita.

Antiquariato
Superman Family – Ottobre 2005/Marzo 2006 (L.O.) ***
Un cumuletto di storie fra l’inutile e il riempitivo, il cui unico scopo è palesemente quello di aspettare ardentemente l’arrivo della Crisi.

Wonder Woman #220/226 (L.O.) ***
Qui va già meglio, con perlomeno una riuscita analisi delle conseguenze di Sacrifice e del gesto compiuto da Wonder Woman. Ma insomma, si respira la stessa aria di sbaracco che ho visto in tutte le fasi conclusive pre-crisi.

La settimana a fumetti di giopep – 15/10/2007

Novità
Abara #2 ***
Oh, non c’è niente da fare, io Tsutomu Nihei proprio non lo capisco. Non è che non mi piaccia, non posso dire che non mi piaccia, perché i disegni sono spettacolari e nelle sue tavole c’è sempre un’atmosfera incredibile, però proprio non capisco di che cazzo parli. Non riesco a seguire le sue storie, mi distraggo, mi perdo nelle vignette, non so che succeda e mi limito a sfogliare guardando le figure. Sarà un limite mio, immagino.

Dampyr #88/90 ***
L’ennesima, solida, divertente, prevedibile, storia di Dampyr, che sfrutta abbastanza bene lo “spargimento” su tre numeri e si mantiene sui livelli a cui la serie di Mauro Boselli ci ha abituato. Per l’ennesima volta, però, ho l’impressione di leggere una storia che con la vecchia impostazione bonelliana sarebbe stata lunga due albi e mezzo e ci avrebbe risparmiato qualche lungaggine di troppo.

Lone Wolf & Cub #25 ****
Ormai ho finito gli aggettivi per descrivere la potenza evocativa e la solidità narrativa con cui ogni mese questa saga riesce a stupirmi. Una lettura imprescindibile per qualsiasi appassionato di fumetti, a maggior ragione se interessato al fascinoso Estremo Oriente che fu.

Antiquariato
Superman Family – Novembre 2003/Agosto 2005 (L.O.) ***/****
Ancora alti e bassi, finalmente più i primi che i secondi, in quasi due anni di storie del frolloccone in pigiama blu e mantello rosso. Nel mucchio, tre saghe per certi versi molto importanti. Godfall racconta un nuovo viaggio nella “pseudo Krypton” e lascia il segno quasi solo per la nascita di un villain che diventerà poi fondamentale. For Tomorrow è il tentativo di replicare il successo ottenuto su Batman con Hush (Jeph Loeb/Jim Lee), mettendo al lavoro Brian Azzarello e Jim Lee. I risultati non sono disprezzabili per temi e idee, ma faticano a “tenere” l’esorbitante lunghezza (tanto quanto Hush, comunque). Decisamente meglio That Healing Touch, che si inserisce nel filone “identità segrete, dubbi esistenziali, dilemmi morali” che fa tendenza nella DC degli ultimi anni con un’intreccio intrigante ed efficace. Decisamente buona, come quasi tutte le storie che mettono in crisi l’azzurrone non per mano di semidei incazzati, ma di nemici che lo colpiscono dove fa più male, negli affetti.

Day of Vengeance (L.O.) ****
Rann-Thanagar War (L.O.) ***
Sacrifice (L.O.) ***
The Omac Project (L.O.) ***
The Return of Donna Troy (L.O.) **
Villains United (L.O.) **
Un bel cumulo di “prologhi” per Infinite Crisis. Day of Vengeance mi è parso il più riuscito, con personaggi ben caratterizzati e un intreccio appassionante. Del resto, è scritto da Bill Willingham, mica l’ultimo dei fessi. Se c’è un volume da consigliare fra questi, è sicuramente lui, anche se a conti fatti solo The Return of Donna Troy e Villains United sfiorano davvero l’illeggibilità.

La settimana a fumetti di giopep – 25/09/2007

Novità
L’Uomo Ragno #469 ***
Gli incredibili X-Men #207 ***
Devil & Hulk #131 ***
Thor & I Nuovi Vendicatori #102 ***/****
Iron Man/Capitan America: Vittime di guerra ***/****
Civil War #7 ***
E finalmente siamo arrivati alla fine. Mi manca ancora da leggere qualche tie-in, ma insomma, ci siamo. E, in tutta franchezza, sebbene il giudizio complessivo sull’operazione Civil War sia buono, i dubbi rimangono. Sicuramente sono state molto ben costruite le premesse, si è lavorato bene nel far percepire le ramificazioni della saga un po’ dappertutto e in generale la storia è stata affascinante, potente nelle premesse e ben orchestrata nello sviluppo. Però, dopo un avvio davvero scoppiettante, arrivati al giro di boa ha un po’ cominciato ad affloscarsi tutto e, prevedibilmente, non si è arrivati a una vera conclusione. Marvel e DC, ormai, sono in modalità crossover perenne e se la cosa da un lato è piacevole, perché il senso di continuità e di appartenenza dell’universo narrativo ne guadagnano, dall’altra si finisce per far perdere di incisività alle singole saghe. Civil War, tanto quanto House of M e prima ancora Avengers Disassembled, è l’ennesimo prologo di qualcosa a venire, l’ennesimo coito interrotto che inizia alla grande e poi si affloscia nell’inconcludente nulla. Per quanto ancora potrà durare? Boh? Comunque, nel marasma, ci sono state singole storie molto belle. Nella manciata di albi elencata lì sopra, segnalo in particolare la storia dedicata a Bucky in Iron Man/Capitan America: Vittime di guerra.

Guyver #36 **
Ormai con Guyver si va avanti per sola forza d’inerzia, perché ne escono uno o due all’anno, la spesa è accettabile e mi spiace mollarlo lì. Certo è che siamo veramente al nulla narrativo. Voglio dire, il singolo numero è “pregno” più o meno come un albetto della prima edizione di Dragonball Star Comics. Solo che almeno quello usciva ogni quindici giorni…

La casa delle vacanze *****
Tratta da un romanzo di Clive Barker, La casa delle vacanze è una splendida favola horror, che si rivolge ai più giovani ma riesce ad essere digeribilissima anche da un pubblico adulto, grazie ai toni maturi, allo splendore grafico e alla solidità del racconto. Le si può al massimo imputare una certa prevedibilità nell’intreccio, ma la sua forza sta anche nella semplicità propria dei classici. E a questo punto voglio leggermi il romanzo.

Magico Vento #111: “Lo zoo di Kelly” ***
Un solido, banale, prevedibile, ma convincente e riuscito numero di Magico Vento. Si legge con piacere dall’inizio alla fine, non dice nulla di sconvolgente, ma fa il suo dovere. D’altra parte, purtroppo, ormai da questa serie sto imparando ad aspettarmi nulla più che una valida routine.

Shadowplay ****
Un doppio delirio horror, con due approcci diversi al mondo dei vampiri. Da una parte un tuffo morboso nelle perversioni sessuali dei succhiasangue, dall’altra l’innocente visione di un bambino che scappa di casa e si ritrova preda di un vecchio vampiro (e, a esser maligni, pure qui ci si potrebbero leggere allussioni). Bellissimi i disegni di Ashley Wood e Ben Templesmith, forse un po’ troppo contorto lo stile narrativo.

The Punisher: Barracuda ****
Un’altra bella saga del Punitore di Garth Ennis, fatta di crudo realismo, comicità sopra le righe e iperviolenza. Solida, divertente, in costante e riuscito equilibrio fra serioso e dissacrante e graziata dalle sempre ottime matite di Goran Parlov. Cosa chiedere di più?

Ultimates #30: “Potere supremo #1” ****
Inizia l’incrocio fra l’universo Ultimate e il nuovo Squadrone Supremo reinventato da Straczynski e inizia col botto. Ritmo, colpi di scena, azione e le evocative matite di Greg Land sono gli ingredienti. Il risultato, per il momento, non delude.

Ultimate X-Men #41: “Cable #2” ****
Si conclude la saga dedicata al Cable (e all’Alfiere) dell’universo Ultimate e non posso fare a meno di pensare che, nonostante il clamoroso avvenimento raccontato, continui a mancare reale pathos. Non so, a me sembra proprio che Kirkman non ce la faccia.

Antiquariato
Superman Family – Ottobre 2002/Ottobre 2003 (L.O.) ***/****
Superman: Ending Battle (L.O.) ****
Oh, finalmente stiamo crescendo, una bella annata di storie, certamente con alti e bassi, ma con davvero tanti passaggi convincenti. Su tutti, senza dubbio, Ending Battle, la classica saga tutta basata sul significato stesso dell’esistenza di Superman in quanto eroe. Il confronto fra Kal-El e Manchester Black è ben pensato e raccontato, davvero travolgente nel crescendo e spiazzante nel finale.

La settimana a fumetti di giopep – 15/09/2007

Novità
L’Uomo Ragno #467 ***
L’Uomo Ragno #468 ***
Wolverine #212 ***
Civil War Special #2 ***
Punisher War Journal ***
Vale quanto detto settimana scorsa: un mese di transizione e di passaggio per praticamente tutto l’universo Marvel, che si prepara al (presumibile) botto del finale di Civil War. Degne di menzione, comunque, le generalmente molto ben scritte storie “tangenti”, dei personaggi minori, secondari, che mostrano uno sguardo per certi versi esterno sulle vicende. Quello dei giornalisti, delle persone comuni, degli eroi di basso rango e di quel lucido psicopatico del Punitore. Tutto molto ben orchestrato, davvero. Però adesso voglio vedere come va a finire.

Annihilation #4 ***
In questi quattro volumi Annihilation si è presentata come una saga affascinante e di ampio respiro, del resto creata da un autore storicamente fissato con questo genere di storie come Keith Giffen. Eppure ho fatto un po’ fatica a farmi acchiappare, a farmi prendere fino in fondo dal racconto, forse perché l’ho trovato troppo dispersivo e sfilacciato. Qui, comunque, si tirano le fila e c’è davvero un gran bel crescendo, anche se poi si chiude col solito finalino inconcludente.

Capitan Atom: Armageddon Vol.2 ***
Termina col botto una storia obiettivamente un po’ forzata e la cui unica ragion d’essere sembra davvero il voler porre le basi per il “reboot” dell’universo Wildstorm. Comunque una lettura piacevole, grazie ai sempre frizzanti dialoghi di Will Pfeifer e alle matite dell’ottimo Giuseppe Camuncoli.

Fables Vol.9: Sons of Empire (L.O.) ****
Ma che è, il mese degli episodi di transizione? Pure con Fables, un bel volume che non porta avanti quasi per nulla il racconto della guerra fredda fra fiabe e avversario, ma sistema un sacco di pedine in giro e si dedica all’approfondimento e alla presentazione di vari personaggi (da Hansel a Raperonzolo, passando perfino per Babbo Natale). Oddio, avercene di episodi di transizione così belli, ben scritti e disegnati: fossero così in tutte le serie a fumetti, ci metterei la firma.

Giant Monster ****
Steve Niles è veramente un grande, per come riesce a trottolare in perfetto equilibrio fra la presa per il culo e il racconto serio, fra il ridicolo voluto e quello involontario. La butta sulla farsa e sulla satira, ma non perde praticamente mai il controllo della situazione. Qui racconta di un astronauta che torna sulla terra invaso da un organismo alieno e si trasforma in un bestione alto più di un palazzo e incazzato nero con la sua ex moglie. Il nulla narrativo, raccontato in maniera divertente e divertita.

Gli incredibili X-Men #206 ***
X-Men Deluxe #149 ***
Toh, due albi che con Civil War c’entrano poco o nulla. Peccato che continui a trovare poco interessante l’ennesima saga spaziale dei mutanti Marvel. Già meglio le varie serie infiliate su X-Men Deluxe, con una bella storiellina autoconclusiva sui drammi di Colosso e le sempre piacevoli (ma mai entusiasmanti) New X-Men ed Exiles. Purtroppo c’è anche un “What if?” basato sulla poco interessante saga spaziale di cui sopra, ma non si può avere tutto dalla vita.

Kin ***
La premessa dei Neanderthal che hanno vissuto per i cazzi loro e ancora esistono sul pianeta terra (e, ovviamente, sono tecnologicamente più avanzati di noi) è interessante, anche se puzza di Martin Mystère lontano un miglio. Lo sviluppo lascia un po’ a desiderare: Gary Frank si conferma ottimo disegnatore, ma come molti suoi colleghi non sembra in grado di scrivere nulla più che una storiella d’azione sì divertente, ma anche un po’ inconcludente e pervasa da un forte senso di vuoto.

L’immortale #20 ***
Si chiude finalmente il lunghissimo, apparentemente interminabile, francamente un po’ palloso arco narrativo che ha visto Manji rinchiuso nelle segrete e macellato a colpi di bisturi. Non escludo che sia la classica situazione di manga che guadagna assai da una lettura “tutta d’un fiato”, ma a cadenza mensile è stato quasi ammorbante. Dal prossimo numero, leggo in ultima pagina, parte la saga finale. Speriamo bene.

The Authority: Rivoluzione ***
Bella saga autoconclusiva, che indaga sulle motivazioni, i dubbi, le incertezze, i difetti, i successi e i fallimenti del supergruppo autoritario, fascistoide, ambientalista e perfino comunista più sboccato dell’universo. Torna un nemico storico di Hawksmoor e compagni e Jenny (Quantum) prende finalmente in mano la situazione. Ne esce fuori una saga lunga e appassionante, anche se forse c’è ormai un po’ di maniera nella caratterizzazione dei personaggi e, in generale, l’intreccio appare un po’ prevedibile.

Vagabond #37 ***
Anche qua (oh, ma basta) sembra stare avvicinandosi la zona cesarini, con la preparazione dell’atteso duello fra Musashi Miyamoto e Kojiro Sasaki. Anche qua le cose cominciano ad andare un po’ troppo per le lunghe, ma al momento la narrazione funziona ancora bene e il crescendo non è mica male.

Antiquariato
Superman Family – Return to Krypton II (L.O.) ***
Piccolo segnale di ripresa nelle mie letture supermaniane, con una saga un po’ sconclusionata ma che perlomeno butta nella mischia qualche elemento vagamente interessante e non ha troppo quella puzza di riempitivo che si respira normalmente. Si continua comunque a respirare mediocrità generale, per quanto stemperata dalla qualità dei disegni spesso molto alta. Bah…

La settimana a fumetti di giopep – 08/09/2007

Novità
L’invincibile Iron Man: Eseguire programma [2 di 2] ***
Civil War #6 ****
Thor & I Nuovi Vendicatori #101 ****
Fantastici Quattro #275 ***
Sesto mese abbastanza di transizione per Civil War, in cui ci si occupa di piazzare le pedine e preparare tutto per il botto finale. Sparsi in giro, comunque, soprattutto nelle storie più “periferiche”, svariati approfondimenti interessanti. In ogni caso, è sicuramente il momento di arrivarci, alla fine, perché l’insieme comincia a stancare un po’.

Devil & Hulk #130 ***
Dopo qualche mese di sostanziale indifferenza, sto cominciando a gradire Planet Hulk, anche se obiettivamente ha degli sviluppi di un prevedibile pazzesco. Trovo invece un po’ incolore, fino adesso, questo ciclo di Brubaker su Daredevil, anche se sicuramente c’è la curiosità di vedere dove andrà a parare, soprattutto per quanto riguarda Foggy. Nel complesso, però, ultimamente Devil & Hulk ha un po’ smesso di essere la mia lettura Marvel preferita.

Death Note #6 ****
Di mese in mese Death Note prosegue a stupirmi coi suoi sviluppi schizoidi e coi suoi continui colpi di scena. La caratterizzazione psicologica forzatissima di alcuni personaggi mi sta un po’ stancando, ma nel complesso l’intreccio è molto ben costruito, la voglia di capire come proseguirà è tantissima e in questo numero c’è davvero un bel crescendo.

Real #6 ****
Prosegue con la sua periodicità “a cazzo” Real, splendido viaggio nel mondo dello sport per diversamente abili (dai, facciamo i corretti). C’è poco sport vero e proprio e c’è molto approfondimento psicologico, molto lavoro sui personaggi e sui rapporti fra di loro. Il problema è che una storia del genere non può essere letta in questo modo, perché si perde davvero troppo in termini di coinvolgimento. Mi sa che lo mollo lì e aspetto il termine per leggermelo tutto in fila.

Ultimate Fantastic Four #19: “Le luci di un altro mondo” ***
Divertente storia autoconclusiva col ritorno dell’Uomo Talpa impegnato nell’ennesimo tentativo di rivalsa contro il mondo di superficie. Ben raccontato e disegnato, ma obiettivamente poco più che un riempitivo.

Ultimate Spider-Man #52: “La saga del clone #1” ***
Arriva anche nell’universo Ultimate la saga del clone e lo fa con un primo numero che getta tonnellate di carne sul fuoco quasi a caso, per accumulo, senza preoccuparsi troppo di raccontare una storia. Curiosità.

Antiquariato
Gogo Heaven ***
Il solito delirante, affascinante, divertente, straviolento e completamente folle fumetto di Sin-Ichi Hiromoto. C’è un po’ di maniera, e non ci sono idee particolarmente interessanti, ma la lettura è sempre piacevole (ed è divertente vedere un’interpretazione diversa di argomenti vicini a quelli trattati in Death Note).

Superman Family – Maggio/Agosto 2002 (L.O.) ***
Nel recupero di annate DC Comics realizzato (e quasi concluso) in questi mesi ho trovato storie splendide e orrende, appassionanti e noiose, felici e tristi. Ma è impressionante il muro di mediocrità su cui sto sbattendo la testa con Superman. Sorvolando sull’illeggibile Man of Steel, che per fortuna è finita in fretta, le varie storie non sono quasi mai davvero brutte, ma lasciano addosso una sensazione di inutilità, di pochezza, di “nulla” quasi insostenibile. Ed è fra l’altro un peccato, perché nel mucchio c’è anche qualche signor disegnatore come Carlos Meglia. Vabbé, vediamo come si prosegue…

La settimana a fumetti di giopep – 01/09/2007


Antiquariato
Aquaman #32/39 (L.O.) ***/****
E anche per Aquaman sono arrivato a leggere le storie in zona Infinite Crisis, provando per l’ormai ennesima volta una fastidiosa sensazione di “fretta e furia”, con trame concluse un po’ troppo velocemente ed eventi forse risolti più in fretta di quanto sarebbe stato lecito. John Arcudi, comunque, rende il coinvolgimento di Aquaman nel supercrossover importante e incisivo, ponendo buone basi per ciò che verrà “un anno dopo”. Peccato per l’alternanza alle matite, davvero fastidiosa.

Catwoman: When in Rome (L.O.) **
Jeph Loeb, in coppia con Tim Sale, dà sempre il meglio di sé, al punto da far pensare che il secondo influisca non poco sulla scrittura delle sceneggiature del primo. Ciononostante, questo When in Rome è ben lontano dai livelli di un Long Halloween. Poco più di un divertissement, una storiellina ironica e ricca d’azione, che non annoia mai ma, insomma, lascia abbastanza il tempo che trova. A margine, è sempre bello notare con quale superficialità molti autori americani infarciscano le loro opere di dialoghi in italiano scritti completamente a caso. Certo, un conto son due battute buttate lì da un italoamericano a New York, un conto ben diverso sono svariati personaggi italiani, che in una storia ambientata a Roma parlano peggio dell’ultimo degli immigrati clandestini. Bah…

Gen di Hiroshima ****
Gen di Hiroshima racconta l’esperienza di un bambino e della sua famiglia prima, durante e dopo l’esplosione della bomba su Hiroshima. Scritto e disegnato da un autore che quei tragici eventi li ha vissuti in prima persona, ricorda per realismo, cruda violenza ed estremi toni drammatici il film Una tomba per le lucciole. La rappresentazione, anche grafica, degli avvenimenti è molto forte, drammatica, ed efficacissima nel mettere addosso uno sconforto devastante. Allo stesso tempo, però, non manca una luce di speranza, la voglia di credere che in fondo, oltre a tutto lo squallore messo in mostra in quelle pagine, gli esseri umani siano in grado di fare e dare anche altro.

Superman Family – Febbraio/Aprile 2002 (L.O.) ***
Ovviamente il recupero delle storie DC in cui mi sono impegnato di recente doveva prima o poi portarmi anche dalle parti di Superman: si comincia con una manciata di storie poco più che riempitive. Fra le varie, però, c’è anche Adventures of Superman 600, disegnata da Mike Wieringo. Poi dici le coincidenze…

Superman – Secret Identity


Superman: Secret Identity (USA, 2004)
di Kurt Busiek e Stuart Immonen
Edizione italiana a cura di Play Press

Kurt Busiek si è rivelato al mondo con Marvels, un’opera che ha segnato, nel bene e nel male, la storia del fumetto di supereroi nella seconda metà degli anni Novanta. Oltre a un’idea fulminante – raccontare alcuni episodi fondamentali dell’universo Marvel attraverso lo sguardo di un uomo comune – Marvels aveva dalla sua un’incredibile capacità di toccare e commuovere il lettore grazie al puro e incontaminato senso di meraviglia. Merito certo delle incredibili tavole di Alex Ross, anch’esso lanciato da quella miniserie, ma anche, forse soprattutto, del talento di Busiek.

Se lo sceneggiatore bostoniano ha una singola dote, infatti, è proprio quella di saper toccare le corde più sopite di chi legge, di dare alle sue storie un tono evocativo e genuinamente emozionante, allo stesso tempo onirico e credibile, ancorato alla realtà ma fantasioso ed estroso. Busiek rende realistico l’impossibile e straordinario il quotidiano. Per quanto banale e stereotipato possa essere dirlo, fa letteralmente volare sulle ali della fantasia.

Superman: Secret Identity, è esattamente questo, una storia credibile, emozionante e ricca d’inventiva, che cala il supereroe per eccellenza in un contesto realistico e lo racconta per mezzo di bei personaggi, veri e affascinanti. Racconta di un mondo senza supereroi, del nostro mondo, per la precisione, dove la gente che vola in calzamaglia si vede solo nei fumetti e al cinema. In questo mondo vivono David e Laura Kent, una simpatica coppia dotata di senso dell’umorismo, che decide di chiamare il proprio figlio Clark.

Clarkettino paga tutte le conseguenze della cosa sotto forma di infiniti scherzi e continue prese in giro da parte dei compagni di scuola e non solo, dando vita a situazioni e atmosfere che richiamano per forza alla memoria l’Uomo Ragno dei bei tempi. Un giorno, però, Clark scopre di avere dei poteri, non proprio uguali, ma decisamente simili a quelli del personaggio a fumetti suo omonimo. Come reagisce una persona normale, in un mondo normale, a una situazione di questo tipo? Quali conseguenze porta un avvenimento del genere nella vita sua e di chi gli sta attorno?

Busiek si interroga e ci dà le sue risposte, con un racconto solido, coerente, appassionante e dalle emozioni forti, che narra le vicende del suo protagonista fino alla vecchiaia. Gioca con i paralleli fra vita e fumetto, ma non si limita a divertirsi. Racconta di persone e sentimenti, dell’amore per una donna, del senso di responsabilità, del rapporto con la propria famiglia, del crescere i propri figli. E le splendide tavole di uno Stuart Immonen incredibilmente maturato sono un perfetto complemento, che stupisce per potenza evocativa e realismo, senza rinunciare alla fluidità della narrazione.

Secret Identity è un fumetto adulto e consapevole, che sfrutta il tema dei supereroi per raccontare le difficoltà, le gioie e i dolori della vita. Se Bryan Singer, invece di mettere assieme un colossale soffocone per Richard Donner, avesse girato una storia del genere, magari proprio questa storia, ci saremmo ritrovati fra le mani un film decisamente migliore. Certo, non sarebbe stato proprio proprio Superman…

Superman – La trilogia


Superman (USA, 1978)
di Richard Donner
con Christopher Reeve, Gene Hackman, Margot Kidder, Marlon Brando, Ned Beatty, Valerie Perrine, Jackie Cooper

Se il Superman del 1978 ha un singolo pregio, è quello di essere a modo suo ancora credibile, convincente e appassionante dopo quasi trent’anni. Nonostante quegli effetti speciali oggi quasi infantili. Nonostante quel costume così “calzamaglia”, quelle pettinature tanto lontane, quel look allucinato. Nonostante quell’atmosfera così ingenua e vecchio stile. O, forse, anche e soprattutto grazie a tutte queste cose.

Di sicuro alla pellicola di Richard Donner non manca la capacità di far volare lo spettatore sulle ali della fantasia. Quella splendida apertura sul pianeta Krypton mantiene ancora tutta la sua dirompente forza, aiutata da una colonna sonora fra le più azzeccate ed evocative di sempre. Ma è tutto il film a colpire per il grande senso di meraviglia che riesce a regalare. Il ritrovamento del bimbo piovuto dal cielo, la crescita e la scoperta dei poteri, il passaggio all’età adulta e l’abbandono delle proprie radici, tutto viene dipento con toni epici, ma allo stesso tempo intimi, toccanti e famigliari.

Ma Superman funziona così bene anche e soprattutto perché non esagera nel prendersi sul serio e, anzi, riesce ad ironizzare benissimo su se stesso, sugli stereotipi che mette in scena e sui suoi personaggi. Dalla gag della cabina telefonica alla sgangherata banda di criminali capitanata da Lex Luthor, fino al meravigliosamente impacciato Clark Kent, sono davvero tanti i momenti caratterizzati da una forte voglia di sdrammatizzare.

La ciliegina sulla torta è poi rappresentata da un cast incredibilmente azzeccato. Su tutti l’allora sconosciuto Christopher Reeve, perfetto tanto come goffo e balbettante reporter, quanto come baldo, sicuro e vigoroso eroe alieno. Talmente bravo nell’interpretare entrambi i ruoli, nel caratterizzare i due personaggi con le piccole cose, i gesti, la postura, il modo di parlare, da rendere quasi credibile un’identità segreta nascosta da un ciuffo e un paio d’occhiali.

E con lui un Gene Hackman adorabilmente gigione nella parte del genio del crimine Lex Luthor e una serie di attori molto ben calati in ruoli così famosi e noti praticamente a chiunque da renderli per nulla semplici da dipingere in maniera credibile. Tutto contribuisce a dare vita a un film non perfetto, su cui forse pesa qualche lungaggine di troppo, ma che regge allo scorrere del tempo molto meglio, per esempio, del primo Batman di Tim Burton, che pure è venuto oltre dieci anni dopo.


Superman II (USA, 1980)
di Richard Lester
con Christopher Reeve, Gene Hackman, Margot Kidder, Terence Stamp, Valerie Perrine

Richard Lester con il secondo episodio mantiene grande coerenza stilistica e narrativa, riallacciandosi al primo sia negli avvenimenti (i cattivi della situazione si erano intravisti in apertura del film di Donner), sia nelle atmosfere epiche e nell’utilizzo di musiche ed effetti speciali. Sono passati due anni e si vede un film estremamente simile sotto tanti punti di vista, vero e proprio seguito.

Differenze però ce ne sono, e non da poco. Lester approfondisce il lato più “umano” del personaggio, il suo amore per Lois Lane, la sua anima divisa in due fra la nostalgia per un mondo d’origine e dei genitori mai conosciuti e il suo impossibile desiderio di integrarsi nell’umanità che l’ha adottato e sentirsi uno dei tanti. A questo il regista di Philadelphia unisce una carica umoristica ancora più forte, riempiendo di gag qualsiasi momento del film e caratterizzando di toni abbastanza ridicoli un membro e mezzo almeno del gruppo di antagonisti.

Dove non arrivano le intenzioni, purtroppo, si fanno un po’ strada gli anni che passano, con un look che rende il generale Zod e i suoi sgherri un po’ stupidotti, ben lontani dall’immagine di “cattivissimi spaventosi” che mi portavo dietro da bambino. Tanti anni son passati dall’ultima volta che ho visto Superman II e, purtroppo, si vedono tutti. Una volta fatto l’occhio, però, si trova un film appassionante, divertente, lungo, ma non tirato per le lunghe e graziato da un Gene Hackman e un Christopher Reeve ancora più bravi ed efficaci che nel primo episodio.


Superman Returns (USA, 2006)
di Bryan Singer
con Brandon Routh, Kevin Spacey, Kate Bosworth, James Marsden, Parker Posey, Frank Langella, Sam Huntington, Marlon Brando

Con Superman Returns Bryan Singer disconosce il terzo e il quarto episodio degli anni Ottanta e chiude un’ideale trilogia legata ai primi due. Tantissimi sono i punti di contatto sul piano narrativo, in un film che si riallaccia pesantemente agli avvenimenti dell’episodio diretto da Richard Lester, riprendendolo in più punti e, in sostanza, dandogli un vero e proprio seguito, che continua ad approfondire i “desideri di umanità” del personaggio e pone basi potenzialmente interessanti per l’ovviamente già previsto seguito.

Ma anche da un punto di vista stilistico Singer non inventa molto e anzi quasi si limita a mettere in scena una pellicola che sembra soprattutto un enorme omaggio a due film che adora. La colonna sonora, riarrangiata sulla base dei temi scritti da John Williams, rimane sostanzialmente quella, utilizzata allo stesso modo. L’apertura dei film, ancora una volta, si sofferma su Krypton ed esplode con quegli stessi titoli di testa. La storia ricalca sotto molti aspetti (il piano di Luthor, il volo di Superman e Lois Lane, Parker Posey a sostituire Valerie Perrine… ) quella del primo film e il gran finale è sempre lo stesso, con Superman in volo attorno al pianeta e con quella musica.

Gli stessi attori cercano palesemente di far sentire il meno possibile la differenza con chi li ha preceduti. Brandon Routh, pur convincendo meno, offre una discreta ed efficace imitazione di Cristopher Reeve e altrettanto fa un gigione e simpatico Kevin Spacey, che pure prova a dare un taglio più diabolico e moderno al suo Lex Luthor. Aiuta il fatto che entrambi gli attori abbiano tratti somatici molto simili a quelli dei loro predecessori, mentre convince meno Kate Bosworth, ottima donzella in pericolo, priva però della vitalità che caratterizzava il personaggio di Margot Kidder.

Ma al di là dei paragoni e del senso di compiaciuto deja-vu che il film per forza di cose genera in chi ha visto i precedenti, Superman Returns funziona abbastanza, offrendo momenti emozionanti e di sano divertimento. Singer appone comunque la sua firma di esteta e regala inquadrature molto evocative, omaggiando apertamente la cover del primo numero di Action Comics e regalando qualche brivido quando uno stanco Superman si erge al di sopra delle nuvole per farsi investire dai raggi solari e ricaricare la batteria.

E gli effetti speciali, finalmente all’altezza di ciò che devono rappresentare, funzionano a meraviglia e fanno ben sperare nel caso il prossimo film decida di seguire il percorso segnato dai primi due e mettere in scena antagonisti in grado di restituire i ceffoni a Kal-El. Certo, sarebbe interessante pure se ci raccontassero qualcosa di nuovo, cosa che tutto sommato penso sia possibile fare, nonostante i settant’anni di carriera del personaggio.

P.S.
Ho poi rivisto Superman Returns e ne ho riscritto a questo indirizzo qua.