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Justice League

Le cose inaspettate. Justice League è riuscito, per brevi attimi, a titillarmi quello spirito da bimbo nerd che si gasa davanti ai supereroi che fanno cose sul grande schermo. È una sensazione che ho menzionato varie volte nelle mie chiacchierate per iscritto, durante questi anni di gente che si mena in pigiama al cinema, ma che negli ultimi tempi di overdose, assuefazione e placida abitudine, si era persa come lacrime nella pioggia. E invece, chissà come mai, su quell’ingresso in scena di Wonder Woman che sgomina i terroristi, con Gal Gadot che si muove potente, divina, velocissima, parando proiettili coi polsini come neanche Lynda Carter poteva sognarsi di fare, m’ha colto il brividino. Mi sono proprio gasato. Certo, è stato l’unico momento capace di colpirmi in questa maniera, nonostante – vado a spanne – un’oretta delle due che compongono il film sia dedicata alle scazzottate superpotenti, ma insomma, meglio che niente. E, in questo senso, quello del gasamento “basso”, sensoriale, stupido e incontrollabile, tocca dedicare una menzione d’onore a Danny Elfman, che non butta completamente nel cesso il lavoro fatto da Hans Zimmer e Rupert Gregson-Williams nei film precedenti ma firma coi guanti da forno (campane in ogni dove!) e infila il suo vecchio tema di Batman ogni volta che può (e omaggia anche il Superman di John Williams, seppur in maniera molto timida). Che cicci.

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Batman v Superman: Dawn of Justice

Batman v Superman: Dawn of Justice prova a raccontare quattro film in uno e fa una fatica boia a riuscirci, impappinandosi già a partire da un titolo che sembra uscito dai listini di un negozio di videogiochi. Quello principale è il seguito diretto di L’uomo d’acciaio, un secondo film su Superman nel quale si racconta talmente tanta roba che potevano tranquillamente venirne fuori due. Ma poi c’è anche il film sul nuovo Batman (un Ben Affleck dalle fattezze cubiche che, se lo chiedete a me, è il miglior cavaliere oscuro mai visto al cinema, sia quando fa Bruce Wayne, sia quando il suo stuntman si mette il costume, nonostante il suo personaggio sia vuoto e sprecatissimo). E poi, ovviamente, c’è il primo episodio del telefilm cinematografico dedicato ai supereroi DC, quello messo assieme in fretta e furia per affiancarsi all’impero Marvel. E nessuno di questi quattro film ne viene fuori particolarmente bene, anche se, forse, nessuno di loro è davvero disastroso.

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La settimana a fumetti di giopep – 01/09/2007


Antiquariato
Aquaman #32/39 (L.O.) ***/****
E anche per Aquaman sono arrivato a leggere le storie in zona Infinite Crisis, provando per l’ormai ennesima volta una fastidiosa sensazione di “fretta e furia”, con trame concluse un po’ troppo velocemente ed eventi forse risolti più in fretta di quanto sarebbe stato lecito. John Arcudi, comunque, rende il coinvolgimento di Aquaman nel supercrossover importante e incisivo, ponendo buone basi per ciò che verrà “un anno dopo”. Peccato per l’alternanza alle matite, davvero fastidiosa.

Catwoman: When in Rome (L.O.) **
Jeph Loeb, in coppia con Tim Sale, dà sempre il meglio di sé, al punto da far pensare che il secondo influisca non poco sulla scrittura delle sceneggiature del primo. Ciononostante, questo When in Rome è ben lontano dai livelli di un Long Halloween. Poco più di un divertissement, una storiellina ironica e ricca d’azione, che non annoia mai ma, insomma, lascia abbastanza il tempo che trova. A margine, è sempre bello notare con quale superficialità molti autori americani infarciscano le loro opere di dialoghi in italiano scritti completamente a caso. Certo, un conto son due battute buttate lì da un italoamericano a New York, un conto ben diverso sono svariati personaggi italiani, che in una storia ambientata a Roma parlano peggio dell’ultimo degli immigrati clandestini. Bah…

Gen di Hiroshima ****
Gen di Hiroshima racconta l’esperienza di un bambino e della sua famiglia prima, durante e dopo l’esplosione della bomba su Hiroshima. Scritto e disegnato da un autore che quei tragici eventi li ha vissuti in prima persona, ricorda per realismo, cruda violenza ed estremi toni drammatici il film Una tomba per le lucciole. La rappresentazione, anche grafica, degli avvenimenti è molto forte, drammatica, ed efficacissima nel mettere addosso uno sconforto devastante. Allo stesso tempo, però, non manca una luce di speranza, la voglia di credere che in fondo, oltre a tutto lo squallore messo in mostra in quelle pagine, gli esseri umani siano in grado di fare e dare anche altro.

Superman Family – Febbraio/Aprile 2002 (L.O.) ***
Ovviamente il recupero delle storie DC in cui mi sono impegnato di recente doveva prima o poi portarmi anche dalle parti di Superman: si comincia con una manciata di storie poco più che riempitive. Fra le varie, però, c’è anche Adventures of Superman 600, disegnata da Mike Wieringo. Poi dici le coincidenze…

Superman – Secret Identity


Superman: Secret Identity (USA, 2004)
di Kurt Busiek e Stuart Immonen
Edizione italiana a cura di Play Press

Kurt Busiek si è rivelato al mondo con Marvels, un’opera che ha segnato, nel bene e nel male, la storia del fumetto di supereroi nella seconda metà degli anni Novanta. Oltre a un’idea fulminante – raccontare alcuni episodi fondamentali dell’universo Marvel attraverso lo sguardo di un uomo comune – Marvels aveva dalla sua un’incredibile capacità di toccare e commuovere il lettore grazie al puro e incontaminato senso di meraviglia. Merito certo delle incredibili tavole di Alex Ross, anch’esso lanciato da quella miniserie, ma anche, forse soprattutto, del talento di Busiek.

Se lo sceneggiatore bostoniano ha una singola dote, infatti, è proprio quella di saper toccare le corde più sopite di chi legge, di dare alle sue storie un tono evocativo e genuinamente emozionante, allo stesso tempo onirico e credibile, ancorato alla realtà ma fantasioso ed estroso. Busiek rende realistico l’impossibile e straordinario il quotidiano. Per quanto banale e stereotipato possa essere dirlo, fa letteralmente volare sulle ali della fantasia.

Superman: Secret Identity, è esattamente questo, una storia credibile, emozionante e ricca d’inventiva, che cala il supereroe per eccellenza in un contesto realistico e lo racconta per mezzo di bei personaggi, veri e affascinanti. Racconta di un mondo senza supereroi, del nostro mondo, per la precisione, dove la gente che vola in calzamaglia si vede solo nei fumetti e al cinema. In questo mondo vivono David e Laura Kent, una simpatica coppia dotata di senso dell’umorismo, che decide di chiamare il proprio figlio Clark.

Clarkettino paga tutte le conseguenze della cosa sotto forma di infiniti scherzi e continue prese in giro da parte dei compagni di scuola e non solo, dando vita a situazioni e atmosfere che richiamano per forza alla memoria l’Uomo Ragno dei bei tempi. Un giorno, però, Clark scopre di avere dei poteri, non proprio uguali, ma decisamente simili a quelli del personaggio a fumetti suo omonimo. Come reagisce una persona normale, in un mondo normale, a una situazione di questo tipo? Quali conseguenze porta un avvenimento del genere nella vita sua e di chi gli sta attorno?

Busiek si interroga e ci dà le sue risposte, con un racconto solido, coerente, appassionante e dalle emozioni forti, che narra le vicende del suo protagonista fino alla vecchiaia. Gioca con i paralleli fra vita e fumetto, ma non si limita a divertirsi. Racconta di persone e sentimenti, dell’amore per una donna, del senso di responsabilità, del rapporto con la propria famiglia, del crescere i propri figli. E le splendide tavole di uno Stuart Immonen incredibilmente maturato sono un perfetto complemento, che stupisce per potenza evocativa e realismo, senza rinunciare alla fluidità della narrazione.

Secret Identity è un fumetto adulto e consapevole, che sfrutta il tema dei supereroi per raccontare le difficoltà, le gioie e i dolori della vita. Se Bryan Singer, invece di mettere assieme un colossale soffocone per Richard Donner, avesse girato una storia del genere, magari proprio questa storia, ci saremmo ritrovati fra le mani un film decisamente migliore. Certo, non sarebbe stato proprio proprio Superman…

Superman – La trilogia


Superman (USA, 1978)
di Richard Donner
con Christopher Reeve, Gene Hackman, Margot Kidder, Marlon Brando, Ned Beatty, Valerie Perrine, Jackie Cooper

Se il Superman del 1978 ha un singolo pregio, è quello di essere a modo suo ancora credibile, convincente e appassionante dopo quasi trent’anni. Nonostante quegli effetti speciali oggi quasi infantili. Nonostante quel costume così “calzamaglia”, quelle pettinature tanto lontane, quel look allucinato. Nonostante quell’atmosfera così ingenua e vecchio stile. O, forse, anche e soprattutto grazie a tutte queste cose.

Di sicuro alla pellicola di Richard Donner non manca la capacità di far volare lo spettatore sulle ali della fantasia. Quella splendida apertura sul pianeta Krypton mantiene ancora tutta la sua dirompente forza, aiutata da una colonna sonora fra le più azzeccate ed evocative di sempre. Ma è tutto il film a colpire per il grande senso di meraviglia che riesce a regalare. Il ritrovamento del bimbo piovuto dal cielo, la crescita e la scoperta dei poteri, il passaggio all’età adulta e l’abbandono delle proprie radici, tutto viene dipento con toni epici, ma allo stesso tempo intimi, toccanti e famigliari.

Ma Superman funziona così bene anche e soprattutto perché non esagera nel prendersi sul serio e, anzi, riesce ad ironizzare benissimo su se stesso, sugli stereotipi che mette in scena e sui suoi personaggi. Dalla gag della cabina telefonica alla sgangherata banda di criminali capitanata da Lex Luthor, fino al meravigliosamente impacciato Clark Kent, sono davvero tanti i momenti caratterizzati da una forte voglia di sdrammatizzare.

La ciliegina sulla torta è poi rappresentata da un cast incredibilmente azzeccato. Su tutti l’allora sconosciuto Christopher Reeve, perfetto tanto come goffo e balbettante reporter, quanto come baldo, sicuro e vigoroso eroe alieno. Talmente bravo nell’interpretare entrambi i ruoli, nel caratterizzare i due personaggi con le piccole cose, i gesti, la postura, il modo di parlare, da rendere quasi credibile un’identità segreta nascosta da un ciuffo e un paio d’occhiali.

E con lui un Gene Hackman adorabilmente gigione nella parte del genio del crimine Lex Luthor e una serie di attori molto ben calati in ruoli così famosi e noti praticamente a chiunque da renderli per nulla semplici da dipingere in maniera credibile. Tutto contribuisce a dare vita a un film non perfetto, su cui forse pesa qualche lungaggine di troppo, ma che regge allo scorrere del tempo molto meglio, per esempio, del primo Batman di Tim Burton, che pure è venuto oltre dieci anni dopo.


Superman II (USA, 1980)
di Richard Lester
con Christopher Reeve, Gene Hackman, Margot Kidder, Terence Stamp, Valerie Perrine

Richard Lester con il secondo episodio mantiene grande coerenza stilistica e narrativa, riallacciandosi al primo sia negli avvenimenti (i cattivi della situazione si erano intravisti in apertura del film di Donner), sia nelle atmosfere epiche e nell’utilizzo di musiche ed effetti speciali. Sono passati due anni e si vede un film estremamente simile sotto tanti punti di vista, vero e proprio seguito.

Differenze però ce ne sono, e non da poco. Lester approfondisce il lato più “umano” del personaggio, il suo amore per Lois Lane, la sua anima divisa in due fra la nostalgia per un mondo d’origine e dei genitori mai conosciuti e il suo impossibile desiderio di integrarsi nell’umanità che l’ha adottato e sentirsi uno dei tanti. A questo il regista di Philadelphia unisce una carica umoristica ancora più forte, riempiendo di gag qualsiasi momento del film e caratterizzando di toni abbastanza ridicoli un membro e mezzo almeno del gruppo di antagonisti.

Dove non arrivano le intenzioni, purtroppo, si fanno un po’ strada gli anni che passano, con un look che rende il generale Zod e i suoi sgherri un po’ stupidotti, ben lontani dall’immagine di “cattivissimi spaventosi” che mi portavo dietro da bambino. Tanti anni son passati dall’ultima volta che ho visto Superman II e, purtroppo, si vedono tutti. Una volta fatto l’occhio, però, si trova un film appassionante, divertente, lungo, ma non tirato per le lunghe e graziato da un Gene Hackman e un Christopher Reeve ancora più bravi ed efficaci che nel primo episodio.


Superman Returns (USA, 2006)
di Bryan Singer
con Brandon Routh, Kevin Spacey, Kate Bosworth, James Marsden, Parker Posey, Frank Langella, Sam Huntington, Marlon Brando

Con Superman Returns Bryan Singer disconosce il terzo e il quarto episodio degli anni Ottanta e chiude un’ideale trilogia legata ai primi due. Tantissimi sono i punti di contatto sul piano narrativo, in un film che si riallaccia pesantemente agli avvenimenti dell’episodio diretto da Richard Lester, riprendendolo in più punti e, in sostanza, dandogli un vero e proprio seguito, che continua ad approfondire i “desideri di umanità” del personaggio e pone basi potenzialmente interessanti per l’ovviamente già previsto seguito.

Ma anche da un punto di vista stilistico Singer non inventa molto e anzi quasi si limita a mettere in scena una pellicola che sembra soprattutto un enorme omaggio a due film che adora. La colonna sonora, riarrangiata sulla base dei temi scritti da John Williams, rimane sostanzialmente quella, utilizzata allo stesso modo. L’apertura dei film, ancora una volta, si sofferma su Krypton ed esplode con quegli stessi titoli di testa. La storia ricalca sotto molti aspetti (il piano di Luthor, il volo di Superman e Lois Lane, Parker Posey a sostituire Valerie Perrine… ) quella del primo film e il gran finale è sempre lo stesso, con Superman in volo attorno al pianeta e con quella musica.

Gli stessi attori cercano palesemente di far sentire il meno possibile la differenza con chi li ha preceduti. Brandon Routh, pur convincendo meno, offre una discreta ed efficace imitazione di Cristopher Reeve e altrettanto fa un gigione e simpatico Kevin Spacey, che pure prova a dare un taglio più diabolico e moderno al suo Lex Luthor. Aiuta il fatto che entrambi gli attori abbiano tratti somatici molto simili a quelli dei loro predecessori, mentre convince meno Kate Bosworth, ottima donzella in pericolo, priva però della vitalità che caratterizzava il personaggio di Margot Kidder.

Ma al di là dei paragoni e del senso di compiaciuto deja-vu che il film per forza di cose genera in chi ha visto i precedenti, Superman Returns funziona abbastanza, offrendo momenti emozionanti e di sano divertimento. Singer appone comunque la sua firma di esteta e regala inquadrature molto evocative, omaggiando apertamente la cover del primo numero di Action Comics e regalando qualche brivido quando uno stanco Superman si erge al di sopra delle nuvole per farsi investire dai raggi solari e ricaricare la batteria.

E gli effetti speciali, finalmente all’altezza di ciò che devono rappresentare, funzionano a meraviglia e fanno ben sperare nel caso il prossimo film decida di seguire il percorso segnato dai primi due e mettere in scena antagonisti in grado di restituire i ceffoni a Kal-El. Certo, sarebbe interessante pure se ci raccontassero qualcosa di nuovo, cosa che tutto sommato penso sia possibile fare, nonostante i settant’anni di carriera del personaggio.

P.S.
Ho poi rivisto Superman Returns e ne ho riscritto a questo indirizzo qua.