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The Great Wall

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The Great Wall segna probabilmente un nuovo passo nella sempre più forte storia d’amore fra Hollywood e la Cina, una storia d’amore che fino a oggi ci ha regalato grosse coproduzioni con star cinesi e sottoproduzioni con attori americani di secondo, terzo, quarto e dodicesimo piano impegnati a recitare all’ombra della muraglia. Qui, però, se non mi sfugge niente, forse per la prima volta si mira così alto a livello di nomi coinvolti per strizzare brutalmente l’occhio anche al pubblico occidentale. Sui cartelloni, infatti, c’è Matt Damon, che il suo bello star power continua ad avercelo in tutto il mondo. A circondarlo, un cast di nomi orientali dal peso non indifferente (Andy Lau forse il più riconoscibile da queste parti), con Willem Dafoe nel classico ruolo minore per pagarsi la rata del mutuo e un paio di altri caratteristi per far numero. Alla regia Zhang Yimou, per la prima volta alle prese con un film recitato in lingua inglese e talmente interessato alla faccenda che il pilota automatico sembra averlo inserito sei mesi prima di iniziare le riprese.  E il sapore è quello del film studiato interamente a tavolino, messo assieme seguendo il manuale per fare il compitino pulito e preciso.

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La città proibita

Curse of the Golden Flower – Man cheng jin dai huang jin jia (Cina, 2006)
di Zhang Yimou
con Gong Li, Chow Yun-Fat, Chou Jay, Liu Ye, Ni Dahong, Qin Junjie, Li Man, Chen Jin

Con La città proibita Zhang Yimou abbandona in parte la grandiosa ed esagerata spettacolarità dei precedenti Hero e La foresta dei pugnali volanti per raccontare di un angoscioso e asfissiante dramma familiare in quel del palazzo imperiale cinese. Padri che rinnegano madri, che abbandonano figli, che tradiscono fratelli, in un turbinio di melodramma esagerato e strabordante, interpretato però da bravissime marionette senz’anima. Tanto è splendida, abbagliante, stordente, la ricostruzione di usi e costumi, del rispetto di regole e usanze forse troppo lontane per poterle comprendere appieno, quanto è fredda e vuota l’indagine sui sentimenti e le passioni dei protagonisti. E se da una parte è chiaro come ci sia del voluto, in questa asettica claustrofobia, volta forse a restituire l’allucinantemente vuoto dei rapporti familiari all’interno della città proibita, dall’altra a perderne è la potenza del racconto, che fatica a travolgere nonostante un eccesso di passioni, drammi e tragedie e una prova notevole di quasi tutti gli attori.

Rimane il gusto per una deliziosa ricerca cromatica, una messa in scena che è davvero gioia per gli occhi, e per battaglie ancora una volta impressionantemente belle, sia quando mostrano il felpato incedere dei guerrieri ombra al soldo dell’imperatore, sia nel dispiegare eserciti in guerra. E l’efficacissima rappresentazione di un vivere che difficilmente può essere considerato tale, racchiuso fra mura, pareti di carta e tende che opprimono le passioni e i sentimenti.