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Slevin – Patto Criminale


Lucky Number Slevin (USA, 2006)
di Paul McGuigan
con Josh Hartnett, Lucy Liu, Morgan Freeman, Ben Kingsley, Bruce Willis, Stanley Tucci

Slevin è un film che gioca con lo spettatore, si diverte a farlo e certo non se ne vergogna. Prende amichevolmente in giro l’abitudine del “twist” narrativo che ribalta la prospettiva e lo fa in maniera del tutto aperta. Troppo fuori dall’ordinario le premesse, troppo allucinate e simboliche le splendide scenografie, troppo favoleggianti e ironici i toni con cui sono presentati i personaggi, per non capire fin dall’inizio che “c’è qualcosa sotto”.

Se preso per il verso giusto, però, l’ultimo film di Paul McGuigan funziona, grazie a dei divertenti dialoghi tarantiniani e alle solite notevoli performance di tutto il cast. Ma bisogna essere disposti a giocare col regista, accettare le bottarelle di gomito e le strizzate d’occhio, sorvolare su certe forzature e su un’aria da esercizio di stile fine a se stesso che permea buona parte del film.

Quando poi arriva il momento del citato twist, però, a sorprendere non è tanto il prevedibile sviluppo dell’intreccio, quanto piuttosto la piega tremendamente noir che prende il tutto. Un tipo di narrazione già intrapreso nei minuti iniziali, ma poi abbandonato in favore di un’atmosfera sognante e sarcastica, talmente sopra le righe da risultare quasi fiabesca. E invece negli ultimi minuti si torna alla realtà, alla disperazione e al cinismo, seppur tagliato da uno sferzante raggio di luce.

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Domino


Domino (USA, 2005)
di
Tony Scott
con
Keira Knightley, Mickey Rourke, Edgar Ramirez, Riz Abbasi, Delroy Lindo, Mo’Nique, Ian Ziering, Brian Austin Green, Lucy Liu, Jacqueline Bisset, Christopher Walken, Mena Suvari

Bollare la regia di Tony Scott come modaiola e videoclippara sarebbe molto facile, forse anche aderente alla realtà, ma senza dubbio riduttivo. Sì, riduttivo, perché si rischia di accomunarlo a ignoranti della macchina da presa come il James Wan di Saw, quelli sì capaci solo di mettere in fila una serie di effetti ed effettacci senza senso con l’unico scopo di fare la figata.

E invece Tony Scott è uno che sa quello che fa, che magari, come nel caso di Domino, si fa un po’ prendere la mano, ma che trova sempre un senso narrativo per le sue sperimentazioni sull’immagine. Come e meglio che nel già ottimo Man on Fire, Scott porta avanti un discorso fatto di colori iper saturi, di didascalie a schermo, di montaggio sincopato e inserti onirici che raccontano il pensiero dei suoi personaggi.

E il tutto in Domino trova una sua precisa dimensione, nel raccontare i sogni e i ricordi di una bimba viziata e presuntuosa, che si atteggia da anti-hollywoodiana ma ci mette un attimo a cedere al fascino dello stardom, che vuole fare la dura e si scioglie in lacrime alla prima difficoltà. E poco importa se una Keira Knightley perfetta per il ruolo che interpreta assomiglia in realtà a Domino Harvey anche meno di quanto gli eventi raccontati aderiscano a quelli reali, perché alla fine si parla di cinema, non di uno speciale dell’History Channel.

Il voler parlare sostanzialmente d’altro è esplicito, non solo nella dichiarazione d’intenti iniziale “Tratto da una storia vera… più o meno”, ma anche nel mostrare in chiusura la vera Domino, esplicitando con una semplice immagine quanto lontane siano ritratto filmico e realtà. I difetti di Domino sono altri, e stanno in un eccesso d’immagine, un minestrone travolgente che affascina ma alla lunga toglie importanza al racconto, mettendolo da parte e dimenticandoselo un po’.

Avrebbe forse giovato una sforbiciatina, la voglia di far giungere un po’ prima quell’inquadratura in cui campeggia la scritta “It’s Showtime!”, ma è pur vero che fatico a immaginarmi cosa, di preciso, si sarebbe potuto eliminare. La patetica deriva buonista sulla malattia della bimba, forse, che però ha il pregio di mostrare la vacuità dei sentimenti di alcuni personaggi.

Sarebbe bastato rinunciare al macchinone e a qualche altra stronzata, per pagare le cure della figlia di Delroy Lindo, ma non sia mai, piuttosto si rischia il culo in una rapina. E poi, in un film del genere, non può mancare la scelta morale catartica, la rinuncia alla propria vita per compiere un estremo atto di bontà. E allora Domino rischia tutto e perde tutto per dare una mano a qualcun altro, tanto poi, alla fin fine, si torna a casa da mammà, per un tuffo in piscina e un po’ di relax.