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Shopgirl

Shopgirl (USA, 2005)
di Anand Tucker
con Claire Danes, Steve Martin, Jason Schwartzman, Bridgette Wilson

Tratta da un romanzo di Steve Martin, che ne ha fra l’altro curato l’adattamento per il grande schermo, Shopgirl è una deliziosa commedia agrodolce, che racconta di un improbabile triangolo amoroso fra la commessa di un grande magazzino alla moda, un ricco uomo d’affari in là con gli anni e uno spiantato ragazzo ai limiti dell’incapacità d’intendere e di volere. Mirabelle, la protagonista, inizialmente cede alla corte del giovane, innamorato e rincretinito Jeremy, ma si fa poi irretire dall’affascinante Ray Porter, che le promette però una relazione di poco oltre il puro sfogo sessuale. Le cose, ovviamente, si complicano abbastanza in fretta.

Il miglior pregio di Shopgirl sta nella scrittura dei protagonisti, in dialoghi talmente azzeccati e credibili da far accettare perfino l’assurdità di un personaggio sopra le righe come quello interpretato da Jason Schwartzman. E nei dettagli, nelle piccole cose, nello sguardo gettato lì, nella decisione presa d’impulso, in quell’assurda e così realistica voglia di autoconvicersi che le cose siano ben diverse da come stanno. A questo si aggiungono tre attori molto efficaci e in parte, guidati da una Claire Danes davvero brava e un po’ meno “sciura” del solito.

Peccato per una colonna sonora troppo invadente e fuori posto, cui sarebbe stato forse preferibile qualcosa di più minimalista, e per una voce fuori campo davvero poco azzeccata. Probabile retaggio della natura letteraria del film, e dell’incapacità da parte di Steve Martin di staccarsene del tutto, interviene in apertura e chiusura, sottolineando maldestramente situazioni e sentimenti già ben descritti dalle immagini in un film che, al contrario, proprio quando si limita a raccontare per immagini dà il suo meglio.

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I ♥ Huckabees


I ♥ Huckabees (USA, 2004)
di David O.Russell
con Jason Schwartzman, Jude Law, Mark Wahlberg, Dustin Hoffman, Lily Tomlin, Naomi Watts, Isabelle Huppert

Albert Markovski è un personaggio un po’ strano, tanto interessante, molto poetico, un po’ tenero e un po’ patetico. Attivista in difesa della natura, vive un rapporto conflittuale con Brad Stand, ambizioso, arrivista, affascinante uomo d’affari con il quale ha commesso l’errore di mettersi a lavorare. Entrambi finiscono nelle mani di Bernard e Vivian Jaffe, una coppia di detective esistenziali, che si comportano in maniera tanto buffa e divertente, ma sotto sotto anche profonda e intelligente. E poi succedono un po’ di cose a caso, che coinvolgono un altro po’ di personaggi a caso.

Difficile raccontare l’intreccio di I ♥ Huckabees, forse impossibile, di sicuro inutile. Inutile, perché inutile è tale intreccio nell’economia di un film che è più che altro esercizio di stile vuoto e fine a se stesso. Attori che si parlano addosso sciorinando teoremi deliranti e filosofeggiando sul senso della vita. Insopportabili giochetti di regia e fotografia, buffe visioni sperimentali e trovate senza senso, poesia spicciola e colonna sonora di tendenza. Momenti comici a tratti anche molto riusciti e una performance, almeno una, di gran livello, quella di Mark Wahlberg, che dovunque lo metti è sempre spettacolare e puoi star certo che ti nobiliterà il film. Ma praticamente nient’altro, in due ore scarse sotto vuoto spinto, mosce, prive di emozioni e di guizzi. Il nulla, ogni tanto divertente, ma a tratti pure un po’ fastidioso.

Marie Antoinette


Marie Antoinette (Giappone/Francia/USA, 2006)
di Sofia Coppola
con Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Steve Coogan, Danny Huston, Marianne Faithfull, Jamie Dornan

Il più grande pregio di Marie Antoinette rappresenta forse anche il suo principale difetto. Il terzo film di una Sofia Coppola sempre più padrona dei propri mezzi e sempre meno aggrappata all’insopportabile didascalismo che caratterizzava la sua opera d’esordio racconta di una quattordicenne come tante, condannata a non essere come tante. Strappata dal suo ambiente naturale, infilata a forza in un contesto cui non sente di appartenere, vive un’adolescenza fatta di fastidiosi obblighi, superflui vizi e stupidini divertimenti. E alla lunga osservare la sua vita annoia, esattamente come annoierebbe osservare una ragazzina barcamenarsi fra monotoni pomeriggi davanti a MTV, frivoli party notturni e stucchevoli attese dell’alba in riva al mare.

Che il racconto riguardi un personaggio storico appare quasi incidentale, perché Sofia Coppola, pur contestualizzandolo più di quanto non sembri a uno sguardo superficiale, lo universalizza il più possibile. In maniera anche un po’ grossolana e fin troppo evidente, se vogliamo, con questa colonna sonora attuale, questi dettagli moderni infilati qua e là e questa sottolineata “consapevolezza”, fatta anche di un fugace sguardo verso la macchina da presa. Ma l’idea di fondo rimane quella già espressa anche ne Il giardino delle vergini suicide e Lost in Translation, quella spocchiosetta voglia di raccontare la bellissima e malinconica solitudine, intima compagna dell’essere donna, creatura meravigliosa, incomprensibile e inattaccabile da tutto ciò che la circonda (e che tende fatalmente a rivelarsi sempre inadeguato).

Se in Lost in Translation c’erano però anche la storia di una bella amicizia, l’irresistibile gigioneria di Bill Murray e il fascino di un’ambientazione talmente lontana e stuzzicante da tenere la scena per i fatti suoi, qui il racconto tende un po’ troppo a svanire nella nebbia. Una nebbia fatta di splendide immagini, dipinti curati nel minimo dettaglio e messi in scena con un’attenzione e un senso estetico impressionanti, che alla lunga lasciano però addosso un senso di vuoto. Vuoto che rispecchia forse l’esistenza di questa ragazzina strappata con violenza al suo vivere e impegnata a dare un significato alla sua adolescenza. Ma vuoto, anche, che colpisce lo spettatore con l’ammorbante assenza di un qualsiasi racconto, un qualsiasi personaggio, una qualsiasi “cosa” narrativamente interessante.