La tigre e il dragone 2

Considerando la regolarità con cui appaiono film di arti marziali sul catalogo statunitense di Netflix e l’attenzione che negli ultimi anni stanno dedicando al mercato cinese da Hollywood e dintorni, non c’è da stupirsi se nel primo gruppone di film targati Netflix c’è il seguito de La tigre e il dragone, primo vero grande successo mainstream occidentale più o meno inscrivibile nel filone wuxia. Del resto, fra i Netflix Originals dello scorso anno abbiamo visto la serie Marco Polo, ideata dallo stesso John Fusco – esperto di arti marziali e amichetto del cuore di Jet Li – che ha scritto per l’appunto anche La tigre e il dragone 2 (basandosi sull’ultimo romanzo della saga). E qui potremmo metterci un “purtroppo”, se non fosse che, onestamente, Fusco o non Fusco, non è che ci si potesse aspettare un capolavoro da un seguito arrivato sedici anni dopo l’originale e carico di quell’antico sapore da reunion tirata via nella speranza di far cassa.

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Lo spam della domenica mattina: Non ce la posso fare

Credo che “Non ce la posso fare” sia il titolo che più uso qua dentro quando non so cosa mettere, ma soprattutto quando non ce la posso fare. Comunque, questa settimana, su IGN, abbiamo la recensione di SUPERHOT e l’anteprima di EA Sports UFC 2. Su Outcast, invece, abbiamo il nuovo Chiacchiere Borderline, il nuovo Outcast Popcorn e l’Old! sul febbraio del 2006.

E sta iniziando il macello pre-GDC. Con la signora che ha finito la maternità. E l’erede che ha fame. Non ce la posso fare.

Good Kill

Good Kill è il nuovo film di Andrew Niccol, uno sceneggiatore e regista che magari non centra sempre il bersaglio ma di sicuro riesce ad essere interessante anche nei suoi film meno riusciti. E quando le cose girano, tira fuori roba del calibro di GattacaLord of War. All’interno della sua filmografia, però, Good Kill, è una creatura quasi unica, perché totalmente priva di toni fantastici o sopra le righe. Ma d’altra parte racconta una realtà dei giorni nostri talmente assurda che, a voler ben vedere, sembra uscita da un film di fantascienza. E Niccol la affronta in maniera asciutta, cruda e pesante, senza fuggire dai conflitti etici al centro della questione, anche se magari non riuscendo ad esplorarli fino in fondo o in con la scioltezza di scrittura che servirebbe.

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Z Nation – Stagione 2

Nella prima manciata di ore della seconda stagione di Z Nation abbiamo visto: Murphy pappone con le zombi spogliarelliste, una sparatoria da quaranta minuti diretta dal nostro amico John Hyams col solito manico, una morte importante gestita alla perfezione, un omaggio adorabile (anche se magari non riuscitissimo) a Mad Max, la marijuana zombi, il formaggio gigante rotolante pialla zombi e il figlio del messia zombi coi re magi zombi. Ed eravamo solo all’inizio, perché nel resto di questi quindici, deliziosi, divertentissimi e adorabilmente trash episodi si passa da Roswell al Grand Canyon, si affronta un nuovo zunami, si incontra il cartello della droga postatomico guidato da una Gina Gershon scatenata e si vedono chissà quante altre cose meravigliose che avrei voluto citare ma di cui ho perso il conto. Insomma, anche nel secondo anno, Z Nation è stata uno spacco. Come prima, più di prima.

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Anomalisa

Prima di mettermi a scrivere questo post, sono andato a riguardarmi la filmografia di Charlie Kaufman, perché non mi fidavo della mia effettivamente poco affidabile memoria. E ci sono quasi rimasto male. Considerando quanto le sue sceneggiature sono intrise di personalità, riconoscibili, sostanzialmente “firmate”, istintivamente mi aspettavo di ritrovarla ben più cicciona, e invece Anomalisa è solo il secondo film che ha diretto in quasi due decenni di attività, sette anni dopo quel Synecdoche, New York definito da Roger Ebert “il film del decennio”. A Kaufman dobbiamo infatti anche gli script di Essere John Malkovich, Human Nature, Il ladro di orchidee, Confessioni di una mente pericolosaSe mi lasci ti cancello.  E hai detto niente. Eppure, nonostante questa raffica di filmoni, per realizzare il suo esperimento nel cinema d’animazione, Kaufman è dovuto passare da una campagna di raccolta fondi su Kickstarter, con la quale ha per altro realizzato uno fra i più bei film dell’anno (del decennio?), che difficilmente batterà Inside Out agli Oscar nei prossimi giorni ma, caspita, quasi quasi se lo meriterebbe.

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Broad City

 Broad City nasce come serie per il web pubblicata su YouTube fra il 2009 e il 2011, riscuote un discreto successo, viene notata dalla gente che conta (tipo Amy Poehler, che fa pure una comparsata nell’ultimo episodio) e, a gennaio 2014, diventa una serie TV vera e propria, prodotta fra gli altri proprio dalla Poehler e trasmessa sul network Comedy Central. I due personaggi principali, Ilana e Abbi, vengono interpretati da Ilana Glazer e Abbi Jacobson, autrici e creatrici della serie, e sono due ventenni sciamannate ebree newyorkesi intente a cazzeggiare il più possibile e a non fare troppi disastri in ambito lavorativo. Broad City racconta le loro storie demenziali, sconnesse e allucinate, regalando uno sguardo completamente assurdo sulla vita dei giovani abitanti della grande mela.

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Love – Stagione 1

Dunque, breve cronaca del mio rapporto con Love. Ero incuriosito perché avevo sentito Judd Apatow chiacchierarne in un podcast, parlando del modo in cui avevano scelto di utilizzare i ritmi del mezzo non solo televisivo, ma proprio da visione/indigestione su Netflix, per raccontare l’evoluzione di un rapporto con calma, nel tempo, senza affrettare le cose, dando il giusto peso agli archi dei personaggi. Ed ero incuriosito perché alla fin fine un po’ tutte le cose su cui mette le mani Apatow, soprattutto quelle su cui mette le mani ma che non cura direttamente lui, sono interessanti. Poi Love è arrivato, ho iniziato a guardarlo e nella prima puntata ho trovato diversi aspetti che mi facevano innervosire, quella comicità apatowiana un po’ forzata che esagera nel macchiettismo, pur lavorando bene sul prendere in giro tratti e difetti molto umani. Ma ci ho visto anche diversi lampi di gran bel potenziale. E sono andato avanti.

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Lo spam della domenica pomeriggio: Babbi

Questa settimana su IGN ho buttato fuori il Rewind Theater sul trailer della seconda stagione di Daredevil , il nuovo Indiegram, in cui parlo di svariati giuochi giuocati, e un Dite la vostra in cui si chiacchiera di seguiti. Su Outcast abbiamo il nuovo Outcast Popcorn, un podcast speciale sui videogiocatori babbi (a cui in realtà non ho partecipato) e l’Old! sul febbraio del 1996.

Ma abbiamo registrato il nuovo Chiacchiere Borderline.

The Knick – Stagione 2

La seconda stagione di The Knick porta avanti il racconto, il taglio, l’atmosfera e le idee del primo anno, ma allo stesso tempo prova ad esplorare strade diverse, ad allargare i suoi orizzonti, e non sempre lo fa al meglio. Però è e rimane un pezzo di televisione che levati, una roba imperdibile, che Steven Soderbergh ha curato in maniera totalitaria, rendendola davvero sua in modi forse unici nell’ambito televisivo. Due anni con un inizio, uno svolgimento e una fine estremamente coerenti, in attesa di capire quali storie verranno raccontate, ma soprattutto chi le racconterà, se e quando andrà in porto il progetto per le prossime due stagioni.

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Il caso Spotlight

Spotlight è il nome del team interno al Boston Globe che si occupa di inchieste investigative d’ampia portata, Le quali possono richiedere anche anni di lavoro su un singolo argomento. Si tratta della redazione giornalistica investigativa più antica degli Stati Uniti d’America, perlomeno fra quelle ancora attive, e nel 2003 ha vinto il premio Pulitzer per la serie di articoli nati dall’inchiesta raccontata in questo film. Ora, come da questo si possa essere arrivati ad intitolare il film in Italia Il caso Spotlight, io, onestamente, con tutta la buona volontà, pur sapendo che Il caso [inserire a piacere] è un classico d’impatto, non riesco davvero a capirlo. Ma insomma, facciamocene una ragione e tiriamo avanti, anche perché Spotlight è un gran bel film, ottimamente scritto, diretto e interpretato.

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