Archivi tag: M. Night Shyamalan

The Visit

The Visit (USA, 2015)
di M. Night Shyamalan
con Olivia DeJonge, Ed Oxenbould, Deanna Dunagan, Peter McRobbie, Kathryn Hahn

The Visit è un film piccolo, semplice e riuscitissimo, che sa palleggiarsi alla grande accumulo di tensione e autoironia e nel quale M. Night Shyamalan dà l’impressione di divertirsi come non capitava ormai da un sacco di anni. Tecnicamente non è un found footage, ma un mockumentary, che riproduce il montaggio finale di un documentario girato dalla giovane Becca. Lei e il suo fratellino vengono spediti per una settimana a casa dei nonni, in vacanza ma soprattutto per conoscerli, dato che non li hanno mai visti prima a causa di un brutale litigio fra loro e la madre. Becca, che studia cinema e si crede già grande regista, decide di girare un documentario, col fine non troppo nascosto di usarlo come strumento tramite cui sanare la ferita famigliare, mostrando a tutti l’amore che ancora scorre e regna supremo. Seguiranno complicazioni a causa di una sindrome psicologica (sundowning) che ha colpito la nonna e la trasforma, di notte, in una sorta di pazza furiosa.

Continua a leggere The Visit

Annunci

Lady in the Water

Lady in the Water (USA, 2006)
di M. Night Shyamalan
con Paul Giamatti, Bryce Dallas Howard, M. Night Shyamalan

M. Night Shyamalan è un signor regista. Su questo continuo a non avere dubbi, nonostante già The Village mi avesse lasciato con l’amaro in bocca e questo Lady in the Water, lo dico subito, mi sia piaciuto ancora meno. È uno che sa cosa fare con la macchina da presa, che la utilizza come pochi altri, dando ad ogni film una forte e riconoscibile impronta d’autore e rendendo ogni immagine un vero piacere per gli occhi. Non solo, le sue pellicole hanno il pregio di presentare diversi livelli di lettura, di soddisfare sia sul piano più immediato, quello della narrazione pura, sia chi cerca opere profonde, personali, cariche di simboli e significati.

Il problema, perlomeno il mio problema, è che tutto questo ha con me funzionato alla grande solo coi suoi “primi” tre film. Il sesto senso, Unbreakable e Signs erano tre splendidi esempi di affascinanti specchietti per le allodole, schiaffati sotto il naso dello spettatore per raccontare in realtà altro. Fantasmi, supereroi, alieni, presupposti flebili e deliranti, raccontati in maniera splendida, credibile e appassionante, ma allo stesso tempo pretesti tramite i quali raccontare la visione del mondo che il loro autore ha.

Ma, se già con The Village si era rotto qualcosa, nel fino a quel momento splendido rapporto fra me e l’indiano, con Lady in the Water la nostra relazione è proprio andata a puttane. Perché nel suo ultimo film, personale, ricco, curato e “caricato” come e forse più di tutti i precedenti, per ampi tratti davvero splendido da guardare e studiare in ogni dettaglio, è mancato per me del tutto il coinvolgimento emotivo.

C’è chi dice che sia perché sono fuori target, perché Lady in the Water, perlomeno nelle sue vesti di semplice racconto, è una favola, e in quanto tale non a me si rivolge. Può essere, però allora mi chiedo come sia possibile che, solo una settimana dopo la visione del film di Shyamalan, Il gigante di ferro, che più favoletta non si può, sia riuscito a farmi venire le lacrime agli occhi per l’emozione, mentre delle vicende di questa anoressica sirena rossiccia non me ne fregava sostanzialmente una beata fava.

Il problema, poi, è che in Lady in the Water ho visto cose che non mi sono piaciute al di là del semplice mancato trasporto per una storia che, per carità, nelle intenzioni è e rimane indubbiamente una leggera e sognante fiaba. Per esempio il personaggio del critico, forse un po’ grossolano, posticcio, degno più di un Wes Craven, che di un autore generalmente un filo più sottile, nelle sue allusioni. E gli effetti speciali, grezzi, piatti, capaci di rovinare idee folgoranti come gli occhi nell’erba con creature che, francamente, lasciano rattristati per la loro gommosa sciattezza.

E poi il twist, l’immancabile sorpresa, che qui, invece di rappresentare, come in tutti i film precedenti, un improvviso e – per quanto ampiamente annunciato – stravolgente cambio di prospettiva, si diluisce in tanti piccoli “ribaltoni”, che mutano continuamente le convinzioni dei protagonisti. Ed è se vogliamo anche questo, a togliere potenza al racconto, perché dopo un po’ il trucco diventa abbastanza prevedibile.

Ora, io non so se tutto questo mancato innamoramento per il film sia un problema mio, o se invece l’abbandono dell’intensità emotiva e narrativa che caratterizzava i suoi precedenti film fosse nelle intenzioni di Shyamalan (anche se quella lunga e didascalica sequenza introduttiva, così perfetta nel togliere qualsiasi parvenza di magia e mistero al racconto, col senno di poi pare quasi una dichiarazione d’intenti). Ma comunque la si voglia leggere, si tratta di una colpa che mi rende Lady in the Water estremamente antipatico. Interessante, bello da vedere, ma troppo freddo, “teorizzato”, asettico. Perlomeno ai miei occhi.