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Baby Driver – Il genio della fuga

E dopo Valerian ieri, anche oggi sono qui a scrivere di un progetto a lungo sognato, immaginato tanti anni fa e portato finalmente sul grande schermo da un Edgar Wright alla sua prima esperienza completamente “solitaria” da sceneggiatore e regista. Baby Driver è un film d’azione e inseguimenti (per lo più in auto, uno a piedi), che reinterpreta questo filone sotto forma di musical, sposando azione e ritmo in maniera fortissima e costruendo quasi ogni singola sequenza come se fosse un balletto. Il protagonista, Baby, ha trascorso buona parte della sua vita con gli auricolari sparati nelle orecchie per ammortizzare un problema all’udito (ma, occhio, legge le labbra), se ne va in giro con l’iPod vecchio un po’ stile Peter Quill perché glie l’ha regalato la mamma ed esprime forte disagio nelle interazioni sociali. Ha però questa cosa di essere una cintura nera del volante che si ritrova a fare l’autista da rapina e quindi la sua è una storia a base di colpi, azione, inevitabile bella cameriera del diner e un po’ tutto quel che ci si aspetta da un film che omaggia e riverisce i classici cercando di aggiornarli ai tempi nostri.

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Miami Vice


Miami Vice (USA, 2006)
di Michael Mann
con Colin Farrell, Jamie Foxx, Gong Li

Un lampo squarcia la notte di Miami, mentre su un tetto quattro uomini discutono del futuro imminente, del loro lavoro, delle loro vite. In sala, una ventina di minuti dopo l’inizio del film, mi rendo conto che ancora una volta Michael Mann mi ha fregato, ha stordito la più facile delle vittime e l’ha trascinata nel seducente mondo del suo cinema. Poi, figuriamoci, pure il giorno del mio compleanno, quale miglior regalo che un nuovo film del mio regista preferito?

È il Mann di Heat, quello che racconta di disperati amori impossibili, di leali amicizie virili, di senso dell’onore e del dovere. Quello che illumina il noir in cui arrancano i suoi eroi con raggi di luce divina. Quello che con un dettaglio, uno sguardo, un movimento della mano comunica più che con mille parole. Quello che riesce a rendere credibile la travolgente passione fra la splendida donna Gong Li e il lurido patatone Colin Farrell. Quello.

Una donna che ha tutto e controlla tutto, ma si sposta sul sedile di fronte per osservare di sfuggita l’uomo dei sogni. Un uomo che sta discutendo di vita, morte e lavoro, ma non riesce a evitare di far cadere lo sguardo fuori dalla finestra, verso quella macchina lontana che racchiude l’oggetto del suo desiderio. I colori della Miami notturna, l’afa che si respira quando la tempesta minaccia ma non mantiene, la grana che invade la pellicola come il sudore sulla pelle.

L’estasi di stare davanti a immagini che non hanno eguali, l’insopportabilità di avere a che fare con un regista mostruosamente nelle mie corde, la tensione di una sparatoria talmente intensa che quando cade l’ultimo bossolo mi rendo conto di aver fatto addormentare la mano, a forza di stringere il pugno. L’agonizzante fastidio di rendermi conto che il film sta per finire e volerne invece ancora, di più, sempre più. La tristezza di un lancinante addio, la fine del sogno.

Jarhead


Jarhead (USA, 2005)
di Sam Mendes
con Jake Gyllenhaal, Peter Sarsgaard, Jamie Foxx, Chris Cooper

Dopo aver dominato gli Oscar con il bello, ma sopravvalutato, American Beauty ed essere giustamente finito nell’anonimato con il mediocre, patinatissimo, quasi inguardabile Era mio padre, Sam Mendes torna alla ribalta con il suo miglior film. Jarhead racconta in prima persona le vicende di un marine coinvolto nella prima Guerra del Golfo, scegliendo un tono cinico e fortemente ironico. Mendes miscela Full Metal Jacket e Three Kings, omaggia apertamente Apocalypse Now e trova una via personale, non rinunciando ai dozzinali poetismi che caratterizzano la sua regia, ma trovando un senso della misura che francamente non pensavo gli appartenesse. Questa volta riesce a scrollarsi di dosso quasi del tutto la caramellosa e insopportabile patina che ricopriva Era mio padre e trae dal racconto, dal contesto, lo spunto per mettere in scena immagini dalla notevole potenza evocativa.

Aiutato dallo splendido lavoro di Roger Deakins, Mendes dipinge splendide cartoline dal deserto, regalando paesaggi di rara bellezza e una meravigliosa sequenza legata ai pozzi di petrolio in fiamme. Ogni tanto si fa un po’ prendere la mano, del resto ce l’ha nel DNA, ma il film non ne soffre, grazie soprattutto a uno script solido, scorrevole e azzeccato. Ottimo lo studio psicologico dei personaggi, sicuramente un po’ stereotipati nella concezione, ma tratteggiati molto bene nello sviluppo (soprattutto i due interpretati da Gyllenhaal e Sarsgaard). Deliziose, poi, le interpretazioni di Jamie Foxx e Chris Cooper. Manca, forse, un po’ di concretezza nella parte finale. Dopo quella bell’immagine dei marine che sfogano la frustrazione per aver trascorso mesi in una finta guerra, viene una serie confusa e inconcludente di piccoli “finalini”, che dicono poco o nulla e non sembrano poter tirare le fila del discorso. Voluto o meno che sia, resta in bocca un senso d’incompiuto.

Ogni maledetta domenica


Any Given Sunday (USA, 1999)
di
Oliver Stone
con
Al Pacino, Jamie Foxx, Dennis Quaid, Cameron Diaz, James Woods, LL Cool J, Matthew Modine, Aaron Eckhart

Any Given Sunday contiene tutti i pregi e i difetti dei film di Oliver Stone, perlomeno di quelli più recenti. Gran montaggio, regia che, pur ovviamente eccelsa sotto il profilo tecnico, risulta troppo didascalica e pregnante di simbologie e facili moralette sparse, sceneggiatura rivedibile, con personaggi che parlano come in un telefilm di quart’ordine, e soluzioni stantie. C’è praticamente tutta la collezione di clichè del genere sportivo, dal dopato, al vecchio, al giovane “che rompe le palle all’allenatore ma in fondo è un bravo ragazzo”, al coach stesso che è vecchio ma in fondo ancora ce la fa, a quello che se prende un’altra botta muore, a quello che pensa solo ai soldi ma in fondo è uno sportivo vero, ai dottori (uno buono e uno cattivo), alla padrona senza scrupoli e così via. Sembra il cast di un improbabile Major League 3 – Let’s go to NFL.

Il culmine, poi, è la partita finale, che si svolge secondo copione, emozionando lo spettatore che ormai si è affezionato ai giocatori e vuole vederli vincere. E allora facciamoli sudare, ma vincere, e tiriamo le fila del tutto con i giocatori che improvvisamente si amano, sono affiatati, giocano per la squadra, sono tutti ligi al dovere e batteranno la squadra cattiva con l’allenatore puzzone che ha lo sguardo come quello dei sette nani delle multinazionali del tabacco di The Insider. E già che ci siamo, ci sbattiamo pure la redenzione del mignottone presidente, che in fondo è pura dentro anche lei. Per non parlare di Al Pacino… Rupert Everett accetta solo ruoli da gay, Al Pacino accetta solo monologhi. Qua poi è un delirio, praticamente passa tutto il film a parlare da solo.

Chiaramente il culmine è il discorso alla squadra prima dell’ultima partita, eseguito secondo il manuale del perfetto Robin Williams. Al attacca a predicare di buoni sentimenti, onore e cose tanto giuste, i giocatori lo ascoltano, la musica sale, lo spettatore si emoziona, il ribelle è d’accordo e avanza verso lo schermo per esaltare il pubblico, Al Pacino sbraita in tutta la sua raucedine e urla sempre di più fino al culmine del discorso, la squadra salta in piedi e comincia a urlare, la musica sale e copre le urla, si corre in campo, attacca un remix della musica di Mortal Kombat (è veramente identica) e finalmente cominciano a giocare.

Sì, finalmente, perché l’unico lato veramente positivo (e l’unico motivo per cui ‘sto film non è noioso come tutti i recenti di Stone) sono le partite, girate alla stregua di un action movie e, in sostanza, se si esclude qualche tecnicismo ogni tanto, godibilissime anche da chi di palle ovali non capisce una mazza.